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Ingiuria e minaccia: ultime sentenze

10 Gennaio 2020
Ingiuria e minaccia: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: espressioni di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento minaccioso; reati di ingiuria e di minaccia aggravati dalla qualità delle persone offese; comportamento aggressivo nei confronti del pubblico ufficiale; rigetto dell’istanza di porto d’armi.

Il reato militare di insubordinazione

Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico dei reati militari di insubordinazione, con violenza, minaccia o ingiuria, è sufficiente il dolo generico.

Cassazione penale sez. I, 07/03/2019, n.35385

Reato di minaccia non grave

Vanno dichiarate inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1 del d.lg. 15 gennaio 2016, n. 7 nella parte in cui prevede, al primo comma, l’abrogazione del reato di ingiuria (art. 594 del codice penale) e non anche l’abrogazione o la depenalizzazione di quello di minaccia non grave (art. 612, primo comma, cod. pen.), nonché, sempre in relazione al reato di minaccia, nella parte in cui non è stata prevista neanche la possibilità di estinguere il procedimento mediante il pagamento di un importo pari alla metà della sanzione pecuniaria. In entrambi i casi, infatti, sussiste una ipotesi di “aberratio ictus”: nel primo caso perché il trattamento differenziato tra i due reati è previsto nella legge delega (art. 2, comma 3, lettera a), della legge n. 67 del 2014), che contiene il catalogo dei reati previsti dal codice penale dei quali il legislatore delegante ha stabilito l’abrogazione, e non nella disposizione censurata ; nel secondo caso perché la disposizione che avrebbe dovuto essere censurata era quella del decreto legislativo attuativo della delega e segnatamente l’art. 1, commi 1 e 3, del d.lg. n. 8 del 2016, che stabilisce che non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni, non previste dal codice penale, per le quali è stabilita la sola pena della multa o dell’ammenda.

Corte Costituzionale, 26/11/2018, n.216

Minacce non finalizzate a incidere sull’attività dell’ufficio 

Espressioni di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento genericamente minaccioso, non finalizzate a incidere in alcun misura sull’attività dell’ufficio o del servizio, non integrano il delitto di cui all’art. 336 c.p., ma, al più, – a seguito dell’abrogazione del delitto di oltraggio di cui all’art. 341 c.p. – potrebbero rientrare nell’alveo dei più generali reati di ingiuria e di minaccia, aggravati dalla qualità delle persone offese, per la cui procedibilità è, però, necessaria la querela di parte.

Tribunale Napoli sez. I, 11/10/2018, n.9835

Episodi di minaccia, ingiuria e percosse

Ai fini della configurabilità del reato abituale di maltrattamenti in famiglia, è richiesto il compimento di atti che non siano sporadici e manifestazione di un atteggiamento di contingente aggressività, occorrendo una persistente azione vessatoria idonea a ledere la personalità della vittima.

(Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di condanna emessa in relazione a tre distinti episodi di minaccia, ingiuria e percosse, posti in essere dall’imputato a distanza di tempo l’uno dall’altro ed in un arco temporale di circa undici mesi).

Cassazione penale sez. VI, 09/10/2018, n.6126

Reati di ingiuria e minaccia: elementi distintivi

Il delitto previsto dall’articolo 336 del Cp non può ritenersi integrato dalla condotta del recluso che proferisca espressioni ingiuriose e minacciose nei confronti di un agente di polizia penitenziaria come reazione a una condotta che l’agente abbia già posto in essere, in quanto non idonea a impedire al medesimo di portare a termine l’atto d’ufficio già eseguito.

In altri termini, quando il comportamento aggressivo nei confronti del pubblico ufficiale non è diretto a costringere il soggetto a fare un atto contrario ai propri doveri, ovvero a omettere un atto dell’ufficio, ma sia solo espressione di volgarità ingiuriosa o di atteggiamento genericamente minaccioso, la condotta non integra il delitto di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, ma i reati di ingiuria e di minaccia, aggravati dalla qualità delle persone offese, ai fini della cui procedibilità è necessaria la querela. Nel caso di specie, vista l’assenza di querela, il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di un detenuto che, al fine di essere condotto presso la sezione di isolamento, aveva rivolto offese nei confronti di un agente.

Tribunale Lecce sez. II, 12/09/2018, n.2230

Abrogazione del reato di ingiuria

In tema di reato di ingiuria il decreto legislativo del 2016 ha abrogato il reato di cui all’articolo 594 del codice penale e per tanto il reato non sussiste ed il giudice nel caso di specie ha agito ai sensi dell’art. 530 c.p.p. Per quanto attiene al reato di minaccia di cui all’art. 612 c.p. nel caso di specie il Giudice in proposito della gravità con cui il reato può manifestarsi così come previsto dal comma 2 dell’articolo in questione, debba tenersi conto per poter prefigurare il reato, bisogna tener conto in modo rigido di tutte le circostanze oggettive e soggettive poiché la capacità intimidatoria deve essere accertata in maniera rigorosa, tenendo conto del tenore delle espressioni utilizzate e del contesto all’interno del quale sono state proferite, e se questo fossero in grado di generare timore o turbamento al soggetto leso.

Tribunale Napoli sez. I, 27/06/2018, n.5087

Stalking, ingiuria e minaccia

In tema di stalking, la mancanza di prova su alcuni episodi non esclude di per sé il reato se gli altri provati siano tali da produrre gli effetti dannosi nella vittima voluti dalla norma. (Nel caso di specie non vi era la prova certa di un danneggiamento e di telefonate notturne mute ma non degli altri episodi di ingiuria e minaccia raccontati dalla vittima).

Tribunale Napoli Nord, 15/03/2018, n.493

Risarcimento del danno non patrimoniale

Ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale ex art. 185 c.p. – derivante dalla commissione di reati di ingiuria (art. 594 c.p.) e di minaccia (art. 612 c.p.),  è necessario soltanto che il fatto possa astrattamente configurarsi come illecito penale, non essendo invece necessario che il reato sia accertato in senso tecnico, così che, ad esempio, si può procedere alla liquidazione del danno anche nel caso di mancata proposizione della querela.

Quindi, il danno morale soggettivo derivante da reato (art. 185 c.p.) è un danno in re ipsa, essendo l’unico presupposto per la risarcibilità la configurabilità di un fatto-reato; riguardo alla sua quantificazione, deve tenersi conto di tutte le circostanze del caso concreto ed in particolare della gravità del reato, dell’entità delle sofferenze patite dalla vittima, dell’età, del sesso e del grado di sensibilità del danneggiato, del dolo oppure del grado di colpa dell’autore dell’illecito, della realtà socio-economica in cui vive il danneggiato.

Tribunale Lucca, 02/12/2016, n.2524

Violenza privata, minaccia, molestia, ingiuria, percosse

L’elemento oggettivo del delitto di violenza privata è costituito da una violenza o da una minaccia che abbiano l’effetto di costringere taluno a fare, tollerare od omettere una condotta determinata, poiché in assenza di tale determinatezza, possono integrarsi i singoli reati di minaccia, molestia, ingiuria, percosse, ma non quello di violenza privata; ne deriva che il delitto di cui all’art. 610 cod. pen. non è configurabile qualora gli atti di violenza e di natura intimidatoria integrino, essi stessi, l’evento naturalistico del reato, vale a dire il “pati” cui la persona offesa sia costretta. (In applicazione del principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la decisione con cui il giudice di merito aveva escluso la configurabilità del reato di violenza privata nella condotta degli imputati che, nel corso di una manifestazione sulla pubblica via, si erano introdotti per pochi istanti nei locali di una ditta dopo avere spinto una delle impiegate, in quanto la violenza aveva coinciso con la “costrizione a tollerare” la presenza degli imputati, escludendo il reato in questione nel quale, invece, la violenza deve essere strumentale ad un evento ulteriore).

Cassazione penale sez. V, 07/10/2016, n.47575

Violenza e minaccia a pubblico ufficiale

La pendenza, alla data di emanazione del contestato provvedimento di rigetto dell’istanza di porto d’armi, del procedimento penale per il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale è circostanza di per sé munita di sufficiente rilievo prognostico, sussistendo il ragionevole sospetto di un uso improprio dell’arma, posto che il rigetto dell’istanza di porto d’armi può legittimamente fondarsi anche su considerazioni probabilistiche ragionevolmente dedotte e dalle complessive circostanze di fatto; inoltre, l’intervenuta declaratoria di estinzione del reato di ingiuria, peraltro per effetto del risarcimento del danno cagionato, non priva l’Amministrazione del potere di valutare il fatto-reato nella sua obiettiva dimensione storica, ai fini del giudizio di pericolosità o di inaffidabilità del soggetto.

T.A.R. Potenza, (Basilicata) sez. I, 04/10/2016, n.938

Offese a sfondo sessuale

Integra gli estremi del reato di cui all’articolo 572 c.p. la sottoposizione dei familiari, ancorché non conviventi, ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi sofferenze, privazioni, umiliazioni, che costituiscano fonte di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza. Ed invero, comportamenti abituali caratterizzati da una serie indeterminata di atti di molestia, di ingiuria, di minaccia e di danneggiamento, manifestano l’esistenza di un programma criminoso di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l’espressione ed in cui il dolo si configura come volontà comprendente il complesso dei fatti e coincidente con il fine di rendere disagevole in sommo grado e per quanto possibile penosa l’esistenza dei familiari (nella specie, le condotte maltrattanti erano consistite in pesanti offese a sfondo sessuale all’indirizzo della moglie e madre delle figlie in presenza di queste ultime).

Cassazione penale sez. VI, 06/04/2016, n.24375

Concorso formale di reati

Ai fini della preclusione connessa al principio del ne bis in idem, l’identità del fatto sussiste solo quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, da considerare in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona; ne consegue che il divieto in questione può operare anche ove tra i fatti già irrevocabilmente giudicati e quelli ancora da giudicare ricorra un’ipotesi di concorso formale di reati.

(Fattispecie in materia di reati militari nella quale la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza impugnata di non luogo a procedere per il reato di «violenza aggravata ad inferiore», in quanto per il medesimo fatto, diversamente qualificato come «minaccia ed ingiuria ad inferiore», l’imputato era stato già giudicato e condannato con sentenza irrevocabile).

Cassazione penale sez. I, 15/03/2016, n.39746


1 Commento

  1. Credo che la depenalizzazione di alcuni reati, come ho già avuto modo di sottolineare per il “Fatto Tenue”, non possa che far bene alla Giustizia Penale; lasciando ai Giudici più tempo per occuparsi di quei reati che ad oggi, a causa dell’intasamento delle Procure, rischiano di andare Prescritti

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