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Violenza sessuale sul posto di lavoro: ultime sentenze

11 Gennaio 2020
Violenza sessuale sul posto di lavoro: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: reato di violenza sessuale tentata; violenza sessuale continuata; condotta del datore di lavoro; violenza sessuale sul posto di lavoro; concorso di reato tra violenza sessuale e violenza privata.

Quando non c’è violenza sessuale tentata?

Non integra il reato di violenza sessuale tentata, la condotta del datore di lavoro che rivolge alla badante della suocera una pressante richiesta di amore “ancillare”, neppure se supportata da un’offerta di denaro, qualora l’avance sia accompagnata da espressioni come “per favore” o “per piacere”, non riscontrandosi, in tali ipotesi, l’elemento della minaccia.

Per la stessa ragione, il successivo licenziamento presumibilmente legato al mancato soddisfacimento delle richieste osé, non sì potrà ritenere illegittimo senza una prova certa della subìta minaccia.

Cassazione penale sez. III, 19/03/2019, n.31195

Da quando decorre il termine per l’esercizio del diritto di querela?

In tema di reato continuato, il termine per l’esercizio del diritto di querela decorre dal momento in cui la persona offesa ha acquisito la conoscenza certa del fatto-reato e non dall’ultimo momento consumativo della continuazione.

(Fattispecie in tema di violenza sessuale continuata, compiuta dal datore di lavoro nei confronti di una dipendente).

Cassazione penale sez. III, 12/09/2018, n.54183

Atti persecutori e rapporti sessuali violenti

Integra il reato di atti persecutori cercare insistentemente una persona con la quale si sono intrattenuti rapporti sessuali violenti al fine reiterare la condotta.

(Nel caso di specie ,un collega di lavoro approfittando della fragilità di altro collega lo costringeva a subire toccamenti è strofinamenti dei genitali e , mediante numerosi SMS, lo minacciava di divulgare un video asseritamente ritraente i fatti se non lo avesse incontrato nuovamente nello spogliatoio aziendale).

Ufficio Indagini preliminari Milano, 21/10/2015, n.2705

Condanna per violenza sessuale

La contravvenzione prevista dall’art. 660 c.p. (molestie sessuali) è configurabile solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento, invasivi ed insistiti, diversi dall’abuso sessuale (confermata la condanna per violenza sessuale nei confronti di un datore di lavoro che si era strusciato addosso ad una dipendente toccandole il seno e varie parti del corpo).

Cassazione penale sez. III, 07/10/2014, n.24895

Violenza sessuale commessa nei confronti di una dipendente

In tema di violenza sessuale, l’espressione “abuso di autorità” che costituisce, unitamente alla “violenza” o alla “minaccia”, una delle modalità di consumazione del reato previsto dall’art. 609 bis c.p., ricomprende non solo le posizioni autoritative di tipo pubblicistico, ma anche ogni potere di supremazia di natura privata, di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali.

(Fattispecie relativa a violenza sessuale commessa nei confronti di una dipendente con mansioni di segretaria mediante abuso dell’autorità derivante dalla posizione di datore di lavoro).

Cassazione penale sez. III, 30/04/2014, n.49990

Abuso dell’autorità derivante dalla posizione di datore di lavoro

In tema di violenza sessuale, l’espressione “abuso di autorità” che costituisce, unitamente alla “violenza” o alla “minaccia”, una delle modalità di consumazione del reato previsto dall’art. 609 bis c.p., ricomprende non solo le posizioni autoritative di tipo pubblicistico, ma anche ogni potere di supremazia di natura privata, di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali.

(Fattispecie relativa a violenza sessuale commessa nei confronti di una dipendente con abuso dell’autorità derivante dalla posizione di datore di lavoro).

Cassazione penale sez. III, 27/03/2014, n.36704

Violenza sessuale sul luogo di lavoro

È legittima la costituzione di parte civile iure proprio dell’organizzazione sindacale di appartenenza del lavoratore vittima del reato di violenza sessuale posto in essere sul luogo di lavoro, in quanto la condotta integrante tale reato è idonea a provocare un danno sia alla persona offesa che al sindacato, per la concomitante incidenza sulla dignità lavorativa e sulla serenità del lavoratore che ne è vittima e, inoltre, perché tale condotta è in contrasto con il fine perseguito dal sindacato, costituito dalla tutela della condizione lavorativa e di vita degli iscritti sui luoghi di lavoro.

Cassazione penale sez. III, 07/02/2008, n.12738

Non menzione della condanna nel certificato del casellario

La valutazione in ordine alla concessione del beneficio della non menzione della condanna deve tenere conto esclusivamente dei criteri di cui all’art. 133 c.p., senza possibilità di ricorrere ad elementi ad esso estranei.

(Fattispecie nella quale i giudici di merito avevano negato il beneficio all’imputato di reato di violenza sessuale sul rilievo che ciò avrebbe rappresentato per l’uomo, posto a contatto, per ragione del suo lavoro, con colleghe e pubblico femminile, un “monito” a non reiterare il fatto).

Cassazione penale sez. III, 26/06/2007, n.35731

Reato di violenza sessuale e di violenza privata

In tema di reati sessuali, è ammissibile il concorso del reato di violenza sessuale con il delitto di violenza privata, quando quest’ultimo, pur strumentale rispetto alla condotta criminosa di cui all’art. 609-bis c.p., rappresenta un quid pluris che eccede il compimento dell‘attività sessuale coatta.

(Nel caso di specie, la suprema Corte ha confermato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto la coartazione morale a trattenersi nel luogo di lavoro oltre l’orario, imposta con abuso della posizione di datore di lavoro, come condotta autonoma rispetto alla minaccia di licenziamento, utilizzata invece per costringere la vittima ad acconsentire al soddisfacimento delle pulsioni libidinose dell’agente).

Cassazione penale sez. III, 20/09/2006, n.33662

Moleste avances nei confronti di una collega

Erroneamente sono ritenute integrare solo il reato di ingiuria, anziché quello di violenza sessuale, le moleste “avances” poste in essere sul luogo di lavoro dall’imputato nei confronti di una collega, concretantesi in discorsi ed espressioni volgari, nello sfioramento del corpo della donna, nell’esibizione di fotografie oscene, trattandosi di comportamenti violativi non soltanto dell’onore e del decoro della vittima, ma anche della sua fisica sfera sessuale.

Ciò tenuto conto che l’ipotesi di violenza sessuale, nella sua configurazione attenuata di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis c.p., non richiede una particolare intrusività dell’azione, né il contatto con parti intime o spiccatamente erogene della vittima, essendo sufficienti artche un toccamento o uno sfregamento sul corpo della vittima o abbracci, accompagnati da evidente concupiscenza, che, per le modalità con cui siano portati, sorprendano la sfera di vigilanza e di libera determinazione della vittima medesima.

Cassazione penale sez. V, 17/05/2006, n.23723

Violenza sessuale del datore di lavoro

Deve essere affermato il carattere ritorsivo del licenziamento la cui motivazione sia da ritenersi pretestuosa poiché intimato solo dopo pochi giorni di lavoro, a fronte di un periodo di prova concordato dalle parti di tre mesi, e, in particolare, il giorno successivo ad un episodio di violenza sessuale commesso dal datore di lavoro in danno del lavoratore; va, pertanto, dichiarata la nullità del licenziamento poiché, essendo a carattere ritorsivo, è discriminatorio a mente del dettato dell’art. 3 l. n. 108 del 1990.

Tribunale Latina sez. lav., 20/09/2011


1 Commento

  1. Si configura il delitto di violenza privata, e non quello di estorsione, nel caso in cui la minaccia posta in essere dall’agente abbia ad oggetto la richiesta di riassunzione presso un cantiere di lavoro dal quale era stato precedentemente licenziato atteso che tale minaccia, pur essendo diretta al conseguimento di un ingiusto profitto, non arreca alcun danno ingiusto alla vittima, che dovrebbe retribuire l’attività lavorativa che si intende effettivamente prestare, ma si limita a comprimerne l’autonomia contrattuale con l’imposizione di una posizione lavorativa regolare.

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