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Pagamento stipendio su carta ricaricabile senza Iban

8 Gennaio 2020
Pagamento stipendio su carta ricaricabile senza Iban

A chi spetta scegliere la modalità di pagamento dello stipendio? Il datore di lavoro può costringere il dipendente, non munito di conto corrente, ad aprirne uno in alternativa alla carta ricaricabile?

Il recente boom delle carte ricaricabili, come alternativa al tradizionale conto corrente bancario, ha fatto sorgere, tra gli operatori del diritto, un nuovo quesito: è possibile il pagamento stipendio su carta ricaricabile senza Iban? Come noto, infatti, la legge n. 205 del 2017 [1], entrata in vigore il 1° luglio 2018, ha vietato ai datori di lavoro di versare la retribuzione tramite contanti e di avvalersi, invece, di strumenti tracciabili. Di qui, il dubbio se le carte ricaricabili rientrino tra queste ipotesi e, in particolare, quelle non dotate di Iban (come lo è, tanto per fare un esempio assai comune, la PostePay gialla).

La questione – che interessa tutt’oggi un gran numero di dipendenti affatto propensi ad aprire un conto corrente – è stata già trattata dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro. In particolare, l’amministrazione ha adottato due provvedimenti [2] entrando nel merito di questo aspetto e chiarendo se è lecito il pagamento dello stipendio su carta ricaricabile (con o senza Iban). Ecco qual è stata la soluzione offerta dalle autorità.

In quali modi può essere pagato lo stipendio?

La sostanza della riforma può essere facilmente riassunta in un unico precetto: il pagamento dello stipendio deve avvenire con mezzi tracciabili e non con contanti (salvo due ipotesi: rapporti di lavoro domestico e compensi derivanti da borse di studio, tirocini, rapporti autonomi di natura occasionale). La violazione di tali regole implica una sanzione variabile da un minimo di mille euro a un massimo di cinquemila.

I cosiddetti “mezzi tracciabili” richiesti dalla normativa sono rappresentati, per antonomasia, dal bonifico sul conto corrente, ma non solo. È possibile anche il pagamento dello stipendio tramite assegno non trasferibile, vaglia postale oppure tramite contanti presso lo sportello bancario o postale dove essi hanno aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento.

Qualsiasi strumento di pagamento elettronico è, quindi, lecito per l’accredito della busta paga. Di qui, il dubbio se le carte ricaricabili, con o senza Iban, rientrino tra queste. Ecco qual è la soluzione.

Pagamento stipendio su carta ricaricabile: è possibile?

Tra gli strumenti elettronici di pagamento è anche possibile utilizzare una carta di credito prepagata intestata al lavoratore, anche se non collegata ad un Iban.

In questo caso – ha stabilito l’Ispettorato Nazionale del Lavoro – per consentire la tracciabilità dell’operazione, il datore di lavoro deve conservare le ricevute di versamento anche ai fini della loro esibizione agli organi di vigilanza.

La firma della busta paga, anche dietro all’indicazione “per ricevuta e quietanza” non assume, quindi, più alcun valore. Del resto, la riforma è stata introdotta proprio per evitare che il datore potesse obbligare il dipendente a sottoscrivere una ricevuta di pagamento non conforme all’importo effettivamente accreditato, sotto la minaccia di licenziamento. Per questo, l’unica prova dell’avvenuto adempimento dell’obbligo salariale resta la tracciabilità dell’operazione e la conservazione delle ricevute da parte del datore.

Chi sceglie la modalità di pagamento dello stipendio?

Spetta al dipendente, e non all’azienda, scegliere la modalità a lui più confacente per l’accredito dello stipendio. Il che implica che il datore di lavoro non potrà mai imporre al lavoratore l’apertura di un conto corrente né obbligarlo a ricevere un assegno quando questi ha richiesto l’accredito sulla carta prepagata. Solo laddove la modalità prescelta dal dipendente implichi un eccessivo onere (economico e/o di tempo) per l’azienda, quest’ultima può optare per una diversa soluzione, a condizione però che, dietro quest’ultima, non si nasconda un intento discriminatorio. Il che significa che lo stesso trattamento dovrà essere riservato anche agli altri dipendenti.

A questo punto, non si può non notare che l’accredito dello stipendio su una carta prepagata con Iban presenta le stesse caratteristiche di quello tramite bonifico bancario (è proprio l’Iban, infatti, che accomuna le due procedure). Sicché, il datore di lavoro non potrà opporsi a tale scelta.

Obbligo di consegna della busta paga

Il datore di lavoro, al momento della corresponsione della retribuzione, deve consegnare ai propri dipendenti un prospetto paga, firmato, siglato o riportante il timbro del datore di lavoro (o di chi ne fa le veci), in cui devono essere indicati:

  • i dati del lavoratore;
  • il periodo cui la retribuzione si riferisce;
  • gli elementi della retribuzione (compreso l’Anf). In particolare, per le retribuzioni pagate parte in denaro e parte in natura, occorre riportare le somme in denaro, la retribuzione in natura solo se e nella misura in cui determina un incremento della retribuzione imponibile ai fini previdenziali e fiscali;
  • le trattenute.

Il cedolino paga può essere trasmesso anche con messaggio di posta elettronica, se viene inviato ad indirizzo intestato al lavoratore provvisto di password personale.


note

[1] Art. 1, co. 910-914, L. 205/2017; Nota INL n. 5828 del 4.07.o 2018.

[2] Nota INL n. 7369 del 10.09.2018, Inl. Circ. n.4/2018.

Autore immagine: 123rf com.


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