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Conte adesso è davvero preoccupato

4 Gennaio 2020 | Autore:
Conte adesso è davvero preoccupato

Fuga di parlamentari, critiche aperte al leader Di Maio, contestazioni aperte e frattura sempre più profonda: così si compromette la tenuta del Governo Conte.

Non è soltanto l’emorragia di parlamentari – che di recente è diventata una vera e propria fuga – a preoccupare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma anche e soprattutto la crisi del Movimento 5 Stelle, che appare sempre più profonda e ormai evidente. Tutto questo sta portando all’indebolimento della leadership di Luigi Di Maio e al risorgere tra i pentastellati di tante anime diverse. E non tutte sono con il Governo, anzi.

Il Movimento, cioè, non si limita a “perdere pezzi” sempre più consistenti nella sua compagine parlamentare – tra deputati e senatori passati altrove, sono già 19 le uscite complessive e probabilmente altre sono in arrivo – ma registra una spaccatura che potrebbe portarlo ad una scissione o addirittura a una vera e propria polverizzazione, perché il richiamo alla componente “identitaria” appare sempre più vano e lontano, a giudicare dai risultati ottenuti negli ultimi giorni dove è mancata l’unità perfino sulla questione interna dei rimborsi.

Sono già cinque, in questo momento, le “correnti” di pensiero che dividono il M5S e gli impediscono di andare in una direzione unica; c’è chi si richiama alle tematiche ambientali ed ecologiste, chi opera in direzione populista e anti-Euro e chi invece guarda apertamente a sinistra; i fedelissimi della linea filogovernativa, che garantisce l’appoggio alla maggioranza giallorossa, sono in minoranza, a parte il ruolo di Di Maio che però è sempre più ostacolato e discusso.

Viste le cose dal lato del premier Conte, gli manca sempre più il sostegno indispensabile per proseguire la sua azione di governo. In questi giorni non interviene direttamente ma il suo recente richiamo all’unità e alla coesione necessarie per attuare gli impegnativi programmi del 2020 sta cadendo nel vuoto. Se Pd e Italia Viva vanno da una parte e il M5S dall’altra – come sta accadendo in questi giorni su prescrizione e concessioni autostrade – il rischio che la maggioranza si spacchi e crolli diventa enorme, e Conte lo sa.

Conte sa anche che più interlocutori ci sono più è difficile comporre le divergenze e passare all’azione; il suo problema è che deve fare i conti non più soltanto con le quattro forze che lo sostengono, ma anche con le numerose e diverse voci interne che provengono dal M5S e si fanno sentire sempre più forti e dirette, dalla stampa e dai social, scavalcando la linea ufficiale espressa da Di Maio; il quale, quando la situazione diventa estrema, espelle l’interessato, in questo caso Paragone, che da tempo era in aperto dissenso.

Già guardando le cose dal lato dei numeri la situazione è preoccupante: erano 112 i senatori eletti nelle file del M5S alle elezioni politiche del 2018, sono 100 oggi. Tra addii ed espulsioni, i pentastellati hanno 12 seggi in meno. E proprio al Senato la maggioranza è risicata e la conta di provvedimenti importanti, come l’approvazione della legge di Bilancio avvenuta a fine dicembre, si conta sul filo dei numeri. Anche alla Camera la situazione non è migliore: 222 deputati eletti, 6 fuoriusciti, 216 rimasti.

Inoltre gli addii sono stati accompagnati da polemiche e critiche: proprio ieri l’espulsione di Paragone ha fornito l’occasione per far schierare apertamente a suo favore alcuni “big” interni, tra i quali Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, che si sono schierati dalla sua parte e così hanno messo in discussione le scelte della linea “ortodossa” del Movimento guidato in maniera sempre più difficile da Luigi Di Maio, colpito dal “fuoco amico” di questi aperti dissensi interni.

Così Conte è preoccupato perché non riesce più a trovare tra i pentastellati un interlocutore politico unico con cui dialogare e che sia capace di fornirgli l’appoggio necessario. Tutto questo accade in un momento particolarmente impegnativo per l’azione di governo: ci sono da prendere già adesso a gennaio importanti provvedimenti in materia di economia (l’attuazione della manovra), di lavoro (cuneo fiscale e rinnovo contratti), di giustizia (prescrizione, intercettazioni, riforme), uno per tutti la questione della revoca delle concessioni autostradali.

Se non c’è consonanza di vedute, l’azione di governo è paralizzata, prima ancora del venir meno dei voti di fiducia sui provvedimenti da adottare e Conte lo sa bene. Certo è però che del progressivo indebolimento dei Cinque stelle non hanno finora approfittato né il Pd né le opposizioni; a parte qualcuno che è passato alla Lega, la maggior parte dei fuoriusciti dal M5S sono confluiti nel Gruppo Misto, anziché in altri partiti.

Adesso, per garantire la tenuta del Governo da eventuali “spallate” di nuove defezioni di parlamentari si ipotizza in tempi brevi un’iniezione di senatori del centro destra (pare provenienti da Forza Italia dove ci sono parecchi dissidenti e delusi che hanno formato ali pronte a staccarsi) disposti a sostenere, anche temporaneamente, la maggioranza (con un ruolo ancora tutto da definire, poiché non si accontenteranno di fare da stampella).

Ma intanto le elezioni regionali del 26 gennaio sono vicinissime e così tutti preferiscono attendere quel momento senza fare mosse azzardate prima con il rischio di provocare una crisi di governo (Salvini insegna); meglio aspettare i risultati per contarsi e contare anche quelli ottenuti dagli avversari. A quel punto, ciascuna forza politica farà i calcoli di convenienza per approfittare al meglio delle debolezze che emergeranno; nel Movimento la resa dei conti sarà anche interna e allora si deciderà se e quanto far durare ancora il governo Conte.


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