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Lo sai che? Giornali: la diffamazione non va cancellata dagli archivi tranne sul web

Lo sai che? Pubblicato il 3 settembre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 settembre 2013

La rimozione di un articolo dal sito internet di una testata giornalistica è contraria alla libertà di espressione garantita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e si tratta di una misura sproporzionata rispetto alla finalità di garantire la reputazione delle persone: la sentenza della CEDU. 

Il giornale non può essere costretto a cancellare definitivamente un articolo dall’archivio del proprio sito internet, neanche se tale articolo è illecito perché dichiarato diffamatorio da un giudice. A dirlo è stata la Corte Europea dei diritti dell’Uomo [1], secondo la quale gli archivi dei giornali sono protetti dal diritto alla libertà di espressione. La rimozione definitiva è, dunque, secondo la Corte di Strasburgo, una misura sproporzionata. Tutt’al più può essere richiesto l’inserimento di una nota che informi il pubblico dell’intervento di una sentenza che, appunto, ha accertato il carattere diffamatorio dello scritto.

La vicenda

Due giornalisti erano stati condannati per diffamazione a mezzo stampa a causa di alcuni articoli riguardanti alcuni avvocati. Questi ultimi, dopo aver vinto il giudizio penale, avevano chiesto al giornale la rimozione di tali scritti, ma il giornale si era opposto. Così la questione è finita alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha dato torto agli avvocati. Infatti, per la Corte, gli archivi web dei giornali non solo sono protetti dalla Convenzione – che garantisce la libertà di espressione [2] -, ma rivestono anche un ruolo centrale in una società democratica per il valore storico.

La sentenza riguarda un caso deciso in Polonia, ma i principi stabiliti dalla Corte sono vincolanti in ogni Stato parte alla Convenzione.

Diritto di stampa e diritto all’oblio

La Corte non manca, tuttavia, di evidenziare i forti effetti dirompenti che ha il web per il suo carattere pubblico, globale e gratuito. Pertanto non si possono trattare nello stesso modo le informazioni fornite attraverso la carta stampata e quelle diffuse attraverso il web. L’utilizzo di quest’ultimo strumento, infatti, deve tenere conto delle maggiori potenzialità di arrecare lesioni alla reputazione.

Ci deve essere quindi un giusto equilibrio tra libertà di espressione giornalistica e reputazione dei cittadini. Inoltre, si unisce alla questione anche la delicatissima tematica del diritto all’oblio, che impone l’obbligo di dimenticare i trascorsi giudiziari degli imputati una volta decorso un determinato periodo di tempo  (leggi l’articolo: “Cancellare il proprio nome da internet e dai giornali online: l’oblio sul web”).

Da escludere, quindi, una forma di censura come la rimozione dell’articolo dal sito perché sproporzionata: secondo la Corte è sufficiente imporre una postilla che richiami la pronuncia del tribunale nazionale con la quale è stato accertato il carattere diffamatorio dell’articolo.

A riguardo, un’altra via per contemperare gli interessi delle parti è stata indicata dalla nostra Cassazione. Quest’ultima ha suggerito, in una passata sentenza [3], se non di eliminare definitivamente l’articolo incriminato dall’archivio del sito internet, quanto meno di sottrarre la pagina web dall’indicizzazione dei motori di ricerca, eliminando i tag (leggi l’articolo: “Oblio su internet, un diritto calpestato: interviene finalmente la Cassazione”).

note

[1] Corte Europea Dir. Uomo sent. del 16 luglio sul ricorso n. 33846/07

[2] Art. 10 Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo.

[3] Cass. sent. n. 5525/2012 del 5.05.2012.


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