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Chi si trasferisce all’estero dove paga le tasse?

7 Gennaio 2020
Chi si trasferisce all’estero dove paga le tasse?

Residenza estera e domicilio in Italia: dove si presenta la dichiarazione dei redditi?

Se, per pagare meno tasse, bastasse dichiarare di essere residenti all’estero, magari in uno Stato con fiscalità agevolata, tutti ci trasferiremmo, almeno formalmente, in Irlanda, in Svizzera o alle Bahamas. Ma non è così. E questo si intuisce anche se non si è esperti in diritto tributario. Come ben si può immaginare, lo Stato controlla le false residenze e non si accontenta di un semplice dato anagrafico per cancellare il contribuente dall’elenco dei soggetti sottoposti alle verifiche dell’Agenzia delle Entrate. Ecco che allora l’individuazione del Paese ove presentare la dichiarazione dei redditi passa attraverso regole molto più complesse e severe. 

Scopo di questo articolo è, tuttavia, rendere più agevole la comprensione delle norme che si occupano di tale problema: chi si trasferisce all’estero dove paga le tasse? Cerchiamo di fare alcuni importanti chiarimenti. Chiarimenti che risulteranno essenziali anche per evitare di fare mosse azzardate – come spesso succede ad alcuni titolari di pensione che vanno a finire in Portogallo o all’est – solo allo scopo di risparmiare qualche centinaio di euro di imposta.

In quale Stato si pagano le tasse? 

In linea di principio, lo Stato al quale pagare le tasse è quello ove si ha la residenza. La nostra legge [1], però, ha elaborato un concetto di residenza più stringente rispetto alla semplice cancellazione dall’Anagrafe. Difatti, sono considerate fiscalmente residenti in Italia le persone fisiche che, per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni o 184 in caso di anno bisestile): 

  • sono iscritte nel registro dell’Anagrafe della popolazione residente in Italia;
  • o hanno in Italia il domicilio, ossia la sede principale dei propri affari e interessi;
  • o hanno in Italia la dimora abituale (che deve coincidere con la residenza). 

Queste tre condizioni (iscrizione anagrafica, residenza, domicilio) sono tra loro alternative: è sufficiente che si sia verificato, per la maggior parte del periodo d’imposta, uno solo di questi requisiti affinché una persona fisica sia considerata fiscalmente residente nel nostro Paese.

Dunque, la sola residenza all’estero non basta se il contribuente ha il domicilio in Italia o se vive abitualmente nella penisola. Basta uno di questi tre requisiti per far scattare l’obbligo di pagare le tasse italiane. 

Spetterà all’Agenzia delle Entrate e alla Finanza fare gli accertamenti per scoprire le false residenze, ossia quelle a cui non corrispondono poi il domicilio o la residenza.

Come iscriversi all’Aire e non essere più residenti in Italia

Come anticipato, la cancellazione dai registri anagrafici italiani è il primo passo – ma non l’unico – per non pagare più le tasse in Italia. 

Dunque, per evitare di essere considerato residente in Italia, il contribuente che si trasferisce all’estero dovrà richiedere la cancellazione dall’Anagrafe con contestuale iscrizione all’Aire, l’Anagrafe dei residenti all’estero, presentando apposita dichiarazione presso gli uffici del Comune di ultima residenza o ai Consolati italiani all’estero.

L’iscrizione all’Aire è un adempimento obbligatorio, da eseguirsi entro 90 giorni dall’espatrio se si intende spostare la propria residenza all’estero per un periodo superiore ai 12 mesi.

Gli effetti dell’iscrizione decorrono dal momento della presentazione della domanda. Nel caso di richiesta ai Consolati, il momento di presentazione della domanda veniva fatto decorrere dal momento in cui la dichiarazione era ricevuta dal Comune italiano di ultima residenza. 

Come avvengono i controlli sulle false residenze?

Per evitare di essere considerato ancora residente in Italia, chi si trasferisce all’estero dovrà richiedere la cancellazione dall’Anagrafe della popolazione residente, con contestuale iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Ma, come anticipato, questo non basta. Il contribuente deve anche non abitare materialmente nel nostro Paese per più di metà dell’anno (183/184 giorni).

Spetta, tuttavia, all’Agenzia delle Entrate dimostrare che il contribuente, seppure si è trasferito all’estero, di fatto è rimasto in Italia. 

Se, però, il contribuente si trasferisce in un Paradiso Fiscale (ossia in uno degli Stati a tassazione agevolata, inseriti dal Mef nella cosiddetta black list), l’onere della prova ricade invece sul cittadino che dovrà dimostrare di non essere più residente in Italia. 

Tra tali Stati vi sono la Svizzera, Montecarlo e Liechtenstein.

Residenza fiscale in Italia: quali conseguenze

Se risulta che il contribuente, nonostante il trasferimento formale all’estero, abita ancora in Italia, i suoi redditi saranno tassati ugualmente dal nostro Stato, a prescindere da dove prodotti. Al contrario, i non residenti sono soggetti ad imposizione italiana limitatamente ai redditi prodotti nel nostro Paese.

Doppia residenza in Italia e all’estero

Ci sono casi in cui il contribuente è considerato residente fiscale sia in Italia, secondo le norme italiane, sia in un altro Paese, in base alle norme di quel Paese. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi di chi, stabilmente residente all’estero, non ha però provveduto a cancellarsi dall’Anagrafe italiana. Per rimediare ai casi di doppia residenza/imposizione (il contribuente potrebbe essere soggetto sia alle imposte sui redditi italiane sia a quelle estere), le Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni prevedono specifiche regole per ripartire la potestà impositiva dei due Stati e per l’individuazione della residenza del contribuente in uno solo di essi (cosiddette tie-breaker rules).

L’articolo 4 del Modello Ocse (a cui si ispirano la maggior parte delle Convenzioni concluse dall’Italia) individua i seguenti criteri per stabilire in quale Stato il contribuente debba essere considerato residente ai fini convenzionali: 

  • disponibilità di un’abitazione permanente; 
  • centro degli interessi vitali; 
  • soggiorno abituale; 
  • nazionalità.

I criteri sono applicati gerarchicamente, l’uno in subordine all’altro (si fa riferimento al successivo solo se il precedente non è risolutivo). Qualora nessun criterio sia dirimente, la soluzione deve essere determinata d’accordo tra le autorità dei due Stati.  


note

[1] Art. 2 del Tuir (Dpr 917/1986).


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