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Guerra Usa-Iran: giorno decisivo per Trump

9 Gennaio 2020 | Autore:
Guerra Usa-Iran: giorno decisivo per Trump

Oggi, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti vota sui poteri di guerra del Presidente. Cosa si nasconde dietro l’operazione bellica in Medio Oriente?

Che il conflitto tra Iran e Stati Uniti stia prendendo una piega fin troppo pericolosa è un dato di fatto. Lo dimostra la reazione di alcuni Paesi – Italia compresa – che si stanno mettendo al riparo temendo il peggio. Che il presidente americano, Donald Trump, si sia accorto di aver fatto un errore madornale provocando questo conflitto con l’uccisione del generale iraniano Soleimani, lo sa il mondo intero, anche se lui non lo dice. Tant’è che proprio oggi la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti voterà per limitare i poteri di guerra di Trump, come annunciato dalla speaker Nancy Pelosi. Di fatto, i colpi ed i contraccolpi (pesanti e con vittime) tra la Repubblica islamica e la prima potenza occidentale non possono più avere un nome politically correct: si tratta di atti di guerra veri e propri.

Per questo, il Congresso americano vuole prendere la situazione in mano. Anche perché potrebbe scoppiare una delle guerre più imbarazzanti della storia degli Stati Uniti. Giusto per citare le figuracce più recenti, quella iniziata in Afghanistan all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle aveva destato delle perplessità. Quella in Iraq, poi, a caccia di armi improprie inesistenti era stata il colmo. Ora, c’è il pugno di ferro contro l’Iran. Voluto da Trump nel tentativo di dimostrare che anche lui è un uomo di carattere. Nel caso nessuno se ne fosse accorto. Il che rende questa situazione ancor più terrificante di quelle precedenti.

Viene da sé pensare all’appuntamento di fine mese al Senato americano. Quello, cioè, in cui si deve decidere sull’impeachment, cioè sul «licenziamento» di Trump dalla Casa Bianca. Il magnate si dice sicuro di farcela, ma in cuor suo sa che qualche falla nel Partito repubblicano ci potrebbe essere.

A questo punto, opta per la mano dura. Forse pensando che un «vero» Presidente americano moderno non conclude un mandato senza un clamoroso colpo di scena bellico. George Bush Senior lo fece in Kuwait nel 1991, il figlio George W. Bush lo fece in Afghanistan e in Iraq nel 2001 e nel 2003. Barack Obama uccise Bin Laden nel 2011 (così dicono, nessuno ha mai visto il suo cadavere). Vuoi che Trump, con l’impeachment alle calcagna e la rielezione alla fine di quest’anno, non faccia la sua parte nel tentativo di guadagnare consensi arrivando al cuore del vero spirito patriottico americano?

Da quando ha messo il sedere sulla poltrona di presidente degli Stati Uniti, nello studio ovale della Casa Bianca, Donald Trump ha giocato col fuoco in mezzo mondo. Con la Corea del Nord, prima minacciando un conflitto e poi stringendo la mano di Kim Jong-Un. Per poi ribadire che il giovanotto asiatico era un pazzo scatenato e, successivamente, tornare sui suoi passi e affermare che la Nord Corea e gli Usa possono diventare due Paesi amici. Il mondo guarda perplesso: «Se questi due impazziscono, qui ci andiamo di mezzo tutti quanti».

Se l’è presa poi con la Cina, giocando alla guerra dei dazi. Qui li metto, qui li tolgo, qui li rimetto. Anche in questo caso, il mondo guarda perplesso: «Se questi due impazziscono, qui ci andiamo di mezzo tutti quanti».

Non ha esitato a intervenire in questioni interne all’Unione europea, non solo per vicende commerciali, ma anche per quanto riguarda la Brexit. Sempre col tono di chi pretende di comandare il mondo, mister Trump ha cercato di dettare la sua legge.

Dei rapporti con la Russia non ne parliamo: mai un vero avvicinamento col Cremlino, anzi: la posizione della Casa Bianca sui conflitti mediorientali hanno banalizzato il lavoro fatto in precedenza dalle diplomazie delle due super potenze. Il che, a dire la verità, non è che a Vladimir Putin faccia né caldo né freddo. Lui continua a godersi la sua vita da plenipotenziario indisturbato. E chi sta meglio di lui?

Ora, sentendo l’alito amarognolo dell’impeachment sul collo, Trump ha bisogno di un vero e proprio colpo di mano per tentare di diventare l’eroe che avrebbe sempre voluto essere, per passare alla Storia con un segnale forte come quello dato dai suoi predecessori. Dovendo scegliere un bersaglio, fallito il tentativo della Corea del Nord, essendo stato costretto a fare parziale retromarcia sui dazi con la Cina, non potendo sfondare il muro russo, non resta che l’Iran. Il nemico arabo. Quello della bomba atomica. La Repubblica degli ayatollah, quelli che minacciano Israele, che nel gergo americano è come minacciare gli Stati Uniti. Trump decide di prendersela con loro. Il tempo stringe. Il processo dell’impeachment sta per arrivare. Bisogna agire in fretta. Isolare un capro espiatorio. Lo si trova in un generale che, si dice, sta preparando un attacco contro gli Stati Uniti. Colpire e uccidere. Fatto. Ma gli applausi non arrivano. Non così abbondanti come il Presidente si attendeva. Ci sono soltanto quelli dei suoi sostenitori. Compreso Matteo Salvini che, in piena campagna elettorale per le regionali, interviene dicendo che «ogni terrorista islamico in meno è un problema in meno». Da Wikipedia risulta che Soleimani sia stato un generale, non un terrorista. Ma, sicuramente, Salvini è più informato.

Ad ogni modo, l’Iran reagisce con rabbia. Risponde bombardando alcune basi militari americane in territorio iracheno. E promette di «tagliare le gambe» agli Stati Uniti. Trump, a questo punto, dimostra di non sapere più cosa fare. Non può non prendere sul serio questa minaccia. Il suo processo al Senato per abuso di potere ed ostruzione al Congresso è questione di giorni. Il magnate dal ciuffo arancione spera di presentarsi da super eroe, ma rischia di arrivare in Aula nel ruolo di chi ha innescato una miccia mortale non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero.

Nei giorni scorsi, qualcuno lo ha accusato al Congresso di aver fatto una manovra azzardata senza il consenso del Parlamento. Soprattutto dopo che lo stesso Trump ha dichiarato che «basterà un tweet per informare il Congresso di una rappresaglia contro l’Iran». «Ricordati che non sei un dittatore», gli ha risposto la commissione Affari esteri della Camera. Trump oggi dovrà fare i conti con l’America, prima che con l’Iran. Dopodiché – si teme – l’America farà i conti con l’Iran. E forse non solo l’America.


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