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La banca può chiudere il conto corrente senza avvisare?

9 Gennaio 2020
La banca può chiudere il conto corrente senza avvisare?

Recesso unilaterale dal contratto di c/c per giusta causa, per debiti, per procedimenti penali o indagini della Finanza. Quando è dovuto il preavviso?

Da alcuni mesi non movimenti più il tuo conto corrente. Il saldo è diventato così passivo: i pochi risparmi che vi avevi versato sono stati rosicati, nel tempo, dalle spese di gestione e dall’imposta di bollo. Ora, ti chiedi se la banca può chiudere il conto corrente senza avvisare. Temi, infatti, che proprio il mancato utilizzo possa costituire una giusta causa di risoluzione del contratto. Cosa prevede la legge? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Prima di spiegare quando la banca può chiudere il conto del proprio cliente, bisogna ricordare che è facoltà di quest’ultimo interrompere il rapporto in qualsiasi momento, anche quando il saldo è negativo. Neanche la presenza di un debito, infatti, può costituire un ostacolo alla chiusura unilaterale del c/c. Per come è ovvio, la risoluzione unilaterale del rapporto contrattuale voluta dal correntista non fa venir meno il dovere di quest’ultimo di saldare il dovuto, ma quantomeno impedirà ulteriori addebiti.

Detto ciò vediamo, invece, cosa succede dal lato opposto: la banca può chiudere il conto corrente senza avvisare?

Conto non movimentato: la banca può chiuderlo?

Per legge [1], i conti non movimentati da oltre 10 anni e il cui saldo è superiore a 100 euro vengono considerati conti dormienti; la banca ha il dovere di estinguere il rapporto per evitare la lievitazione delle spese di gestione e dei bolli a danno del cliente. Prima dell’estinzione, l’istituto di credito deve inviare un preavviso al relativo titolare. Il denaro presente sul conto dovrà essere depositato in un apposito fondo.

Prima di 10 anni, quindi, la banca non ha alcun dovere di estinguere il conto dormiente.

Una circolare dell’Abi del 25.02.2005 ha poi previsto il blocco degli interessi e delle spese su: 

  • conti aventi un saldo inferiore a 258,23 euro; 
  • e conti non movimentati da oltre 1 anno. 

Per maggiori informazioni su questi aspetti, leggi: conto corrente non movimentato.

Quando la banca può chiudere il conto corrente del cliente

L’articolo 1845 Cod. civ. stabilisce in quali casi l’istituto di credito può chiudere unilateralmente il conto corrente. La norma distingue due tipi di contratti di conto corrente:

  • i c/c con data di scadenza (sono un numero molto ridotto): salvo patto contrario, la banca non può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se non per giusta causa. Il recesso sospende immediatamente l’utilizzazione del credito, ma la banca deve concedere un termine di almeno 15 giorni per la restituzione delle somme utilizzate e dei relativi accessori;
  • i c/c a tempo indeterminato (come succede nella gran parte dei casi): ciascuna delle parti può recedere dal contratto, mediante preavviso nel termine stabilito dal contratto, dagli usi o, in mancanza, in quello di 15 giorni.

Le condizioni generali di contratto firmate dal cliente possono prevedere specifiche cause di risoluzione unilaterale del contratto per cause particolari come:

  • emissione di assegni a vuoto;
  • esposizione debitoria oltre un limite prefissato o mancata restituzione delle somme concesse in prestito a titolo di fido;
  • fallimento;
  • rilascio di dichiarazioni non rispondenti al vero che se conosciute avrebbero indotto la banca a non stipulare il contratto;
  • dati che pregiudicano il rapporto fiduciario tra la banca e il cliente.

Come anticipato, la banca può sempre recedere dal contratto di conto corrente sia per giusta causa che per specifici motivi indicati nel contratto medesimo, ma deve pur sempre darne avviso al cliente con una raccomandata inviata non meno di 15 giorni prima in modo da consentire a questi di adottare soluzioni alternative.

La disciplina va, tuttavia, integrata con il Codice del consumo che prevede [2]: «se il contratto abbia ad oggetto la prestazione di servizi finanziari a tempo indeterminato, il professionista può recedere dal contratto, qualora vi sia un giustificato motivo, senza preavviso, dandone immediata comunicazione al consumatore».

Chiusura conto corrente per procedimenti penali o indagini fiscali

Secondo quanto chiarito in un parere fornito di recente dal sottosegretario del ministro dell’Economia e delle Finanze, in una interrogazione in Commissione Finanza del Senato, la banca può decidere unilateralmente di chiudere i conti correnti oggetto di indagine da parte della Guardia di Finanza o da parte della magistratura sui reati finanziari, se vi è un livello di rischio di credito troppo elevato. 

Pertanto, nel caso in cui la banca venga a conoscenza dell’esistenza di procedimenti penali a carico del cliente – cui sia associato un livello di rischio troppo elevato per essere gestito con misure di adeguata verifica rafforzata di cui alle disposizioni della Banca d’Italia in materia di adeguata verifica della clientela – avrebbe possibilità di recedere dal contratto di conto corrente, in coerenza con l’obbligo di adeguare le misure adottate al rischio concretamente rilevato. 

Nella prassi, succede anche che la banca rifiuti di prendere consistenti e frequenti versamenti in contanti da parte dei propri clienti, non già per un limite imposto dalla legge (non esistono, infatti, limiti ai trasferimenti che avvengono attraverso intermediari finanziari), ma al fine di condurre specifici approfondimenti, anche con il cliente, per verificare le ragioni alla base dell’operazioni. Nell’ambito dell’autonoma valutazione del rischio di riciclaggio, l’intermediario definisce poi nel documento di policy antiriciclaggio le concrete misure di adeguata verifica rafforzata per i casi a più alto rischio.

Chiusura del conto corrente per morte del titolare

Il contratto di conto corrente bancario non si estingue automaticamente per effetto della morte del correntista; né la banca può chiuderlo in modo unilaterale. Occorre infatti a tal fine una espressa volontà da parte degli eredi. La banca è comunque chiamata ad un comportamento improntato a correttezza e buona fede nei confronti degli eredi. Lo ha affermato l’Arbitro Bancario Finanziario con la decisione 24360/19 del 6 novembre scorso.

Il provvedimento precisa comunque che, presa conoscenza del decesso del correntista, «si apre, per la banca, una fase dove si intensifica la necessità di rispettare i canoni della correttezza e della buona fede». Si pone dunque la necessità di osservare comportamenti «ispirati a prudenza e a buona amministrazione, volti a conservare integre le ragioni dell’eredità; una volta identificati gli eredi, per un altro verso, in obblighi di trasparenza e di tempestiva, puntuale ed esauriente informazione. La banca, dunque, è tenuta ad inviare al successore, al più presto, ogni informazione in suo possesso sullo stato del conto corrente: la consistenza, la presenza di debiti, di polizze assicurative; possibilmente, a informarlo circa il diritto di recesso, ad interpellarlo riguardo all’esercizio di questo diritto e alla eventuale sospensione di pagamenti che l’erede ritenga non più utili».

Dall’altro lato, al successore è espressamente riconosciuto il diritto di ottenere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi 10 anni (art. 119, comma 4, TUB), senza dimenticare che «è certamente onere degli eredi dare tempestiva notizia alla banca della morte del correntista».


note

[1] Dpr n. 116/2007.

[2] Dlgs. n. 206/2005, art. 33, co. 3, lett. a.


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