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Recinzione: ci vuole il permesso?

9 Gennaio 2020
Recinzione: ci vuole il permesso?

Autorizzazione comunale e permesso di costruzione per il recinto in legno e lamiera: la licenza edilizia è obbligatoria?

Non molto tempo fa, è uscita una sentenza molto interessante firmata dal tribunale di Roma [1]: il condomino titolare di un posto auto scoperto nel cortile di pertinenza dell’edificio può chiuderlo, ricavandone così un box; può, pertanto, farlo senza dover chiedere prima l’autorizzazione agli altri condomini. Rientra, infatti, tra i suoi poteri quello di servirsi degli spazi comuni per il miglior godimento della proprietà individuale, a condizione però che non ne alteri la destinazione e non impedisca ai vicini di fare altrettanto. E siccome il cortile destinato a posto auto non viene di certo snaturato dalla chiusura di un recinto o di una copertura in lamiera, ecco che tale attività viene considerata lecita. Come già aveva detto in passato la Corte di Cassazione [2], tutti i condomini possono delimitare la proprietà. Leggi sul punto: si può costruire un box sullo spazio auto condominiale?

La necessità di realizzare un piccolo recinto o un box in legno può presentarsi in tante altre situazioni. Si pensi a una sistemazione per cani, cavalli o altri animali. O all’alloggio degli utensili per la coltura del campo (un rastrello, il concime, l’aratro, ecc.). Si pensi anche a un piccolo riparo per gli pneumatici invernali. Di qui, il problema di carattere amministrativo: per realizzare una recinzione ci vuole il permesso? Il problema si pone ovviamente nei confronti del Comune che potrebbe ritenere l’opera abusiva se priva di licenza edilizia. Si tratta del cosiddetto permesso di costruire che l’amministrazione deve sempre fornire prima della realizzazione di opere stabili, che modificano definitivamente e in modo consistente il territorio. Sono le cosiddette “nuove costruzioni” che, al contrario della cosiddetta “edilizia libera”, vanno autorizzate (con conseguente pagamento dei relativi oneri alla P.A.). 

A fare il punto della situazione e a spiegare se per un recinzione in legno e lamiera ci vuole il permesso è stato, di recente, il Tar Campania [3]. Ecco qual è il parere dei giudici.

Box in legno: ci vuole il permesso di costruire?

Secondo il tribunale amministrativo, il box con pali di legno e lamiera, finalizzato ad offrire alloggio ai cani, non richiede alcuna licenza edilizia. A maggior ragione se si tratta di installazioni precarie realizzate su un terreno agricolo, senza pavimento, con la sola finalità di offrire ristoro agli animali.  

Nel caso di specie, un gruppo di volontari aveva realizzato dei box per offrire riparo ai cani randagi in un terreno agricolo messo a disposizione dal proprietario. Contro il conseguente provvedimento di demolizione adottato dal Comune per mancanza di permesso di costruire, il proprietario ha fatto ricorso al Tar. 

Ebbene, secondo i giudici, trattandosi di semplici recinzioni metalliche non qualificabili come costruzioni in legno e senza alcuna volumetria, non serve alcuna licenza. I box sono stati, infatti, realizzati apponendo delle lamiere su dei pali di legno ma senza alcuna pavimentazione. Anche questa caratteristica evidenzia la precarietà dei manufatti. Che non richiedono licenze, autorizzazioni e nulla osta paesaggistici.

Permesso di costruire per la recinzione costruita in rete con aste metalliche

Anche per il Tar di Salerno [4] non è necessario il permesso di costruire per realizzare una recinzione in rete e sorretta da aste metalliche, considerando le sue caratteristiche strutturali di sostanziale precarietà e il suo ridotto impatto sul territorio. Si tratta, infatti, di una manifestazione del diritto di proprietà, che comprende il diritto di escludere gli estranei e di chiudere il terreno, diritto previsto dal Codice civile e da tenere distinto dal diritto di edificazione (che, invece, richiede il permesso). Pertanto, tale opera non è sottoposta ad autorizzazioni né se ne può imporre la demolizione.

Quando il recinto non richiede la licenza edilizia

La realizzazione di una recinzione non richiede il rilascio del titolo edilizio (permesso di costruire) solo in presenza di una trasformazione che, per l’utilizzo di materiale di scarso impatto visivo e per le dimensioni dell’intervento, non comporti un’apprezzabile alterazione ambientale, estetica e funzionale. Bisogna, quindi, fare sempre una verifica, caso per caso, delle concrete caratteristiche del manufatto [5]. 

Il Tar di Firenze [6] ha detto che la recinzione con rete metallica sorretta da paletti in legno non necessita di permesso di costruire. Ai fini della posa di modeste recinzioni di fondi rustici, prive di opere murarie, cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno, priva di muretti di sostegno, non è necessario il permesso di costruire, in quanto entro tali limiti il manufatto rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà.

Viceversa, la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire nel caso in cui, avuto riguardo alla sua struttura e all’estensione dell’area relativa, lo stesso sia tale da modificare l’assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli “interventi di nuova costruzione”. In caso contrario, si configura il reato di abuso edilizio [7].

note

[1] Trib. Roma, sent. n.18580/2019.

[2] Cass. sent. n. 26426/2014.

[3] Tar Campania sent. n. 4/20 del 2.01.2020.

[4] Tar Salerno, (Campania) sent. n.1699/2019.

[5] Tar Torino, sent. n. 1013/2019.

[6] Tar Firenze, sent. n. 1208/2019.

[7] Cass. sent. n. 31617/2019.

Cassazione penale sez. III, 06/06/2019, (ud. 06/06/2019, dep. 18/07/2019), n.31617

RITENUTO IN FATTO

1. Con l’impugnata sentenza, la Corte d’appello di Messina ha confermato la sentenza del Tribunale di Patti che aveva condannato C.S., alla pena di venti giorni di arresto e Euro 5.000 di ammenda, in relazione ai reati di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), per avere realizzato, sul terreno di sua proprietà, in assenza di permesso a costruire, lavori di costruzione di un muro di cinta parallelo alla strada rotabile, costituito da blocchi di cemento, e relativo cancello in ferro della lunghezza di m. 3,20, lungo m. 12 e altezza cm. 60, sviluppandosi per l’intera estensione longitudinale, nonchè una base di cemento delle dimensioni di m. 8,20 x m. 8,90. Fatti accertati in (OMISSIS)

2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l’imputato, a mezzo del difensore, e ne ha chiesto l’annullamento deducendo, con un unico e articolato motivo, la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), in relazione all’erronea applicazione della L. R. Sicilia, L. n. 16 del 2016, art. 3, e travisamento della prova decisiva.

Secondo la L. R. Sicilia alla L. n. 16 del 2016, art. 3, lett. g), per la realizzazione di recinzioni di fondi rustici, non sarebbe necessario il preventivo rilascio del permesso a costruire, sicchè la sentenza impugnata avrebbe condannato il ricorrente sull’erroneo presupposto della necessità di titolo abilitativo. Avrebbe poi omesso di considerare, e, dunque, avrebbe travisato, il dato probatorio proveniente dal testimoniale secondo cui la base di cemento era funzionale per l’essicazione dei prodotti ortofrutticoli coltivati dall’imputato. Anche l’installazione di un cancello non avrebbe comportato alcuna trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, sicchè non sarebbe necessario il rilascio di alcuna concessione edilizia.

Infine, avrebbe errato la sentenza nell’escludere la natura pertinenziale delle opere di recinzione, la cui funzione esclusiva era quella di delimitare, proteggere ed abbellire la proprietà.

3. In udienza, il Procuratore generale ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il motivo di ricorso, meramente ripetitivo della stessa doglianza devoluta ai giudici dell’impugnazione e da quei giudici disattesa con motivazione congrua e corretta in diritto, è manifestamente infondato.

2. Inammissibile in quanto diretto ad una rivalutazione del merito, è il dedotto “travisamento della prova” laddove, secondo il ricorrente, la corte territoriale avrebbe omesso di valutare quanto dichiarato dal C. sulla funzione delle opere realizzate, e, segnatamente, l’affermazione secondo cui la piattaforma in cemento armato era funzionale all’essicazione degli ortaggi prodotti nel terreno dell’imputato in quanto coltivatore diretto, che non può essere oggetto di sindacato, quale vizio delle motivazione, tenuto conto dell’apparatato logico argomentativo dei giudici del merito, fondato su elementi di prova presenti nell’orizzonte cognitivo e dell’aderenza della motivazione agli stessi.

3. Quanto alla denunciata violazione di legge in relazione alla L. R. Sicilia n. 37 del 1985, art. 6 (oggi L. R. Sicilia n. 16 del 2016, art. 3), nella parte in cui esclude dalla necessità di rilascio del permesso a costruire le “recinzioni di fondi rustici”, la censura è manifestamente infondata.

Risulta accertato in fatto, e non oggetto di contestazione, la realizzazione sul fondo agricolo dell’imputato delle seguenti opere edilizie: muro di cinta parallelo alla strada rotabile, costituito da blocchi di cemento, e relativo cancello in ferro della lunghezza di m. 3,20, lungo m. 12 e altezza cm. 60, sviluppandosi per l’intera estensione longitudinale, nonchè una base di cemento delle dimensioni di m. 8,20 x m. 8,90.

Quanto alla necessità o meno, per le realizzate opere sopra descritte, del permesso a costruire, va precisato che in relazione alla recinzione di fondi rustici, come affermato da un indirizzo giurisprudenziale risalente, ma che si deve ribadire, occorre andare, di volta in volta a verificare l’estensione dell’area e se tale recinzione risulti realizzata con opere edilizie permanenti.

Questa Corte di legittimità ha affermato che la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire in casi, come quello che ci occupa, in cui, avuto riguardo alla sua struttura e all’estensione dell’area relativa, lo stesso sia tale da modificare l’assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli “interventi di nuova costruzione” di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. e) (Sez. 3, n. 4755 del 13/12/2007, Romano, Rv. 238788).

In precedenza, si era anche precisato – e va qui ribadito – che la recinzione di un fondo rustico non necessita di concessione solo nel caso in cui la stessa venga attuata con opere non permanenti; il provvedimento autorizzativo è, invece, richiesto quando venga realizzata con materiale tipicamente edilizio tra cui rientra la zoccolatura di calcestruzzo (Sez. 3, n. 10566 del 30/09/1988, Baldo, Rv. 179570). E in altra pronuncia, nel valutare la realizzazione di un muro di recinzione in cemento armato, di dimensioni ben più modeste di quello che ci occupa, si era condivisibilmente affermata la necessità della concessione edilizia (oggi permesso per costruire) di fronte all’erezione al confine di un fondo rustico di un muro in cemento armato, o comunque in mattoni e malta cementizia, anche alto fuori terra solo 80 cm., ovvero di muro in cemento armato avente spessore di cm. 25 ed un’altezza di circa metri 1,80 (Sez. 3, n. 52040 del 11/11/2014, Langella, Rv. 261521 – 01), affermandosi, invece, che la concessione non è necessaria se la recinzione è realizzata con opere non permanenti, quali ad esempio semplici paletti conficcati nel terreno e filo spinato o un muretto cosiddetto a secco (Sez. 3, n. 5395 del 25/01/1988, Gadaleta, Rv. 178306).

4. Orbene, la semplice descrizione delle opere eseguite, come accertata nel giudizio di merito, evidenzia la correttezza della qualificazione dell’intervento come nuova costruzione dal primo giudice e confermata dalla Corte territoriale, trattandosi di opere di recinzione con materiale tipicamente edilizio, durevole nel tempo, e di dimensioni certamente significative, da cui anche l’esclusione della natura pertInziale delle opere. Il fine di abbellire e di delimitare il terreno non vale a mutare la natura delle opere di recinzione che, come si è visto, necessitavano, per le caratteristiche costruttive, il permesso a costruire.

In tale ambito alcun contrasto si pone con la L. R. Sicilia n. 16 del 2015 (“Recepimento del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia approvato con D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380”) che, pur tenuto conto della potestà legislativa regionale esclusiva in tale materia, esclude dal novero degli interventi soggetti a permesso a costruire, “la recinzione di fondi rustici”, senza ulteriore specificazione, dovendosi interpretare tale previsione in coerenza con il principio della necessità di titolo autorizzativo per opere che comportano trasformazione del territorio e che, dunque, sono realizzate con materiali tipicamente edilizi, non avendo il legislatore regionale diversamente stabilito.

5. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 c.p.p. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che la ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condannail0 ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 6 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019


TAR Campania, sez. III, sentenza 3 dicembre 2019 – 2 gennaio 2020, n. 4

Presidente/Estensore Pappalardo

Fatto

Parte ricorrente , nella spiegata qualità, insorge avverso il provvedimento di sospensione lavori e ingiunzione di ripristino dello stato dei luoghi spedito a fronte della realizzazione di un canile in un’area agricola, realizzato con box in legno per il ricovero di cani randagi su circa 600 m² di superficie, privi di titolo autorizzativo e privi di autorizzazione paesaggistica.

Assume che non sono opere edilizie rilevanti in termine di superficie e volumi, in quanto finalizzate ai soccorsi ed all’assistenza di cani randagi e nega nello specifico che si tratti di box in legno affermando che sono solo recinzioni metalliche senza alcun ingombro, di colore neutro , non chiusi e circoscrivono una superficie di terreno tra pali di castagno stagionato infissi in terra, coperti con lamiere di colore neutro ad un’altezza di circa 2,20 m , ricoperti da vegetazione rampicante per riparare i cani dalla calura estiva. In quanto opere precarie , prive di impatto paesaggistico e facilmente rimovibili, non potrebbero essere oggetto della disposta misura sanzionatoria.

In subordine , trattandosi al più di opere soggette a DIA, sarebbe stata applicabile la semplice sanzione pecuniaria.

Non si è costituita in giudizio l’amministrazione intimata.

Alla pubblica udienza del 3.12.2019 il ricorso è stato ritenuto in decisione.

Diritto

Il presente ricorso verte sulla legittimità dell’ordine di demolizione spedito nei confronti della ricorrente a fronte della realizzazione di opere su un fondo agricolo, specificamente trentadue box in legno per ricovero di cani randagi su una superficie di circa 600 mq., contestati a seguito di rapporto dalla Polizia municipale del 22.09.2014, prot. P-61-14.

Non è contestato che la ricorrente è una Associazione di Volontariato E.I.P.A. Onlus – Ente Italiano Protezione Animali – Sezione Napoli – senza scopi di lucro. La stessa, ispirandosi ai principi di solidarietà sociale, si prefigge una serie di obiettivi tra cui : a) sostenere le persone che, nella gestione di propri animali o accudendo quelli senza proprietario, vengono a trovarsi in difficoltà; b) operare concretamente in difesa degli animali e dei loro diritti; c) sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere una cultura del rispetto che riconosca gli animali come soggetti di diritto.

La stessa deduce che, al fine di perseguire i propri obiettivi associativi, in data 19.08.2014 stipulava con il Sig. Iorio Salvatore Paolo, nella qualità di proprietario, un contratto di affitto avente ad oggetto una porzione, di circa are 35,00, del fondo rustico di are 49,11, sito in Via San Giorgio snc, convenendo la durata in anni nove, decorrente dal 01.09.2014, e che sullo stesso realizzava una serie di opere finalizzate al soccorso ed all’assistenza, a cura di volontari ed a titolo gratuito, di cani randagi, abbandonati o maltrattati, nel territorio del circondario di Somma Vesuviana.

Dette opere sono state tuttavia sanzionate dalla intimata amministrazione comunale, ravvisandovi violazioni edilizie e paesaggistiche.

Assume parte ricorrente con un’unica articolata censura che le stesse non costituisco un’entità edilizia, necessitante di titolo abilitativo, trattandosi di semplici recinzioni metalliche, non qualificabili come ‘box/costruzioni’ in legno, atteso che non sviluppano alcuna volumetria e non determinano un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in senso proprio, allegando foto e relazione tecnica di parte .

Osserva il Collegio che , pur essendo stata respinta la domanda cautelare con ordinanza in data 8.11.2016, nella presente sede di merito sono venuti in rilievo elementi tali da indurre ad una differente valutazione delle opere , a seguito di una più approfondita disamina del materiale probatorio offerto da parte ricorrente, non avendo l’amministrazione intimata fornito ulteriori apporti oltre ai riscontri emergenti dall’atto impugnato, in quanto non costituita in giudizio.

Occorre invero esaminare la consistenza e caratteristiche delle opere contestate, per valutare se le stesse possano determinare trasformazione del territorio sia a fini urbanistici che paesistico – ambientali anche in virtù del vincolo di cui al d.lgs. 22.1.2004 n. 42 gravante sull’area in questione con dichiarazione di notevole interesse pubblico operata con D.M. 26.1.1961.

Al riguardo il verbale di accertamento , pur dando atto che si tratta di strutture per il ricovero di cani randagi, descrive le stesse come 32 box in legno, su una superficie di circa mq. 600,00 , adoperando un termine che in sé caratterizza strutture chiuse e volumetricamente rilevanti.

Per contro, facendo riferimento a quanto risultante dalla perizia di parte in atti con allegata documentazione fotografica, emerge che quanto eseguito consiste in recinzioni metalliche, non propriamente ‘box/costruzioni’ in legno, atteso che non sviluppano alcuna volumetria e non determinano un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in senso proprio, anche in considerazione della loro funzione .

La descrizione contenuta nei provvedimenti gravati , in cui si parla di «n. 32 box realizzati in legno» non è corredata da ulteriori elementi descrittivi, né da documentazione fotografica, e sotto tale aspetto, per la sua genericità, non appare idonea a contrastare le risultanze della relazione tecnica di parte ricorrente redatta dall’ ing. Francesco Romano del 7 ottobre 2016, ove si descrivono compiutamente le caratteristiche costruttive , come recinzioni metalliche sorrette tra pali di castagno stagionato infissi nella terra per circa 40/50 cm, facilmente rimovibili, e quindi precarie .Attesta in particolare la perizia che non risulta utilizzata né malta né calcestruzzo cementizio, ma solo una rete metallica a maglie larghe di colore neutro sorretta da paletti in legno infissi nella terra. . Si precisa trattarsi di :” recinti realizzati con rete metallica a maglie larghe fissata a supporti verticali in legno di castagno stagionato infissi semplicemente al suolo per circa 40/50 cm, senza l’utilizzo di malta o calcestruzzo cementizio, e che affiorano a giorno per una altezza pari a circa mt 2.20, sormontati in parte da limiere sandwich ed in parte da vegetazione rampicante, al fine di proteggere gli animali dalla calura estiva e dagli eventi meteorici, senza pavimentazioni rigide o impermeabili sul piano di campagna, risultando l’intera area costituita da terreno vegetale secondo l’originario stato dei luoghi, così come si evince dalla documentazione”.

Le peculiari caratteristiche costruttive dei recinti contestati , come descritte , sono tali da configurarli come entità precarie, amovibili, prive di impatto paesaggistico, e volumetrico.

Ne deriva che non risulta adeguatamente considerata dall’amministrazione comunale la natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione , rivolta alla cura e ricovero di animali randagi ed abbandonati, attraverso la realizzazione di manufatti di precaria installazione e di facile asportazione , e non è sufficientemente motivata la ritenuta necessità del titolo abilitativo , richiesto per costruzioni stabili e con ingombro volumetrico .

Corrobora tale configurazione la mancanza di una sostanziale modifica del suolo, atteso che , secondo le attestazioni della perizia di parte in atti, il piano di campagna non risulta alterato da pavimentazioni rigide o impermeabili , risultando per l’intera area costituito da terreno vegetale .

In proposito la giurisprudenza ha avuto modo di ribadire che una recinzione può essere considerata costruzione e come tale subordinata al previo rilascio di titolo abilitativo, solo nei casi in cui sia stabilmente infissa al suolo (Cfr. Cons. Stato, sez. II, 8 gennaio 1989, n. 1396; Tar Piemonte, Torino, sez. II, 7 novembre 2014, n. 1764). Ed ancora: “La recinzione metallica (nella specie: di alcuni box per il ricovero dei cani) non è qualificabile come costruzione, in quanto non sviluppa volumetrie e non determina un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in muratura. Essa non soggiace, pertanto, alla normativa sulle distanze tra edifici, la quale si riferisce, in relazione all’interesse tutelato, ad opere che, per la loro consistenza, abbiano l’idoneità a creare intercapedini pregiudizievoli alla sicurezza ed alla salubrità del godimento della proprietà fondiaria” (Cfr. Cass. Civile sentenza n. 5956/1996 e Tribunale Amministrativo Regionale Puglia – Lecce, Sezione 3, Sentenza 14 novembre 2012, n. 1881).

Ne consegue che la sanzione demolitoria inflitta dall’amministrazione comunale non risulta sorretta da motivazione idonea che ne giustifichi la adeguatezza e proporzionalità rispetto alla precarietà, ed assenza di volumetria edilizia urbanisticamente rilevante in relazione alle caratteristiche costruttive .

Neppure è stata motivata la necessità, nella fattispecie in esame, del nulla osta paesaggistico, trattandosi di recinzioni costituite da una rete metallica e da paletti di legno infissi nel terreno, di natura precaria e di consistenza e di dimensioni ridotte, aventi la funzione di dividere i cani randagi, senza l’intervento di opere murarie, in quanto si tratta di opere prive di apprezzabile impatto ambientale (Cfr. Tar Piemonte I, 15 febbraio 2010 n. 950; T.A.R Campania, Napoli, Sez. IV, 8 maggio 2007, n. 4821; Tar Lazio Roma, sentenza 27 maggio 2013, n. 5276).

Né può ritenersi a priori la incompatibilità delle opere con la destinazione urbanistica di zona, nella specie agricola. Invero, la destinazione agricola di una zona comporta che la stessa non può essere destinata ad insediamento abitativo residenziale, ma non preclude l’istallazione di opere quali nella specie , un ricovero e/o rifugio per cani randagi , per il quale la venga ubicato in aperta campagna e, quindi, in zona agricola, salvo che il piano regolatore generale non preveda apposite localizzazioni (Cfr. Tar Napoli, Sez. II, 9 novembre 2006/ 21 novembre 2006, n. 10065).

La destinazione a zona agricola di un’area non impone un obbligo specifico di utilizzazione effettiva in tal senso, avendo lo scopo di evitare insediamenti residenziali; essa, pertanto, non costituisce ostacolo all’installazione di opere che non riguardino tale tipologia edilizia e che, per contro, siano incompatibili con zone abitate e da realizzare necessariamente in aperta campagna (nella specie, un canile municipale-TAR Campania – Napoli, Sezione III Sentenza 13 aprile 2011, n. 2135).

Conclusivamente, il gravato atto risulta viziato per difetto di istruttoria e di motivazione, non avendo l’amministrazione intimata adeguatamente valutato l’entità e della tipologia dell’abuso contestato , e per l’effetto va annullato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla l’atto in epigrafe.

Condanna l ‘intimata amministrazione comunale alla rifusione delle spese di lite in favore della ricorrente liquidate in complessivi Euro 2000,00 oltre oneri accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 


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