Detenuti al lavoro in Procura: un’iniziativa contrastata

10 Gennaio 2020
Detenuti al lavoro in Procura: un’iniziativa contrastata

Perplessità sul protocollo d’intesa che prevede di far lavorare negli uffici della Procura di Napoli alcuni detenuti, impiegandoli come ausiliari giudiziari. 

Suscita perplessità e polemiche il protocollo recentemente siglato tra Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, il Garante detenuti della Campania e la Procura della Repubblica di Napoli. L’iniziativa prevede il reinserimento di alcuni detenuti attraverso progetti di lavoro di pubblica utilità presso gli uffici giudiziari. Oggi, l’Associazione vittime del dovere ha diramato attraverso l’agenzia stampa Adnkronos un comunicato nel quale dichiara di apprendere “con perplessità l’iniziativa oggetto del protocollo d’intesa sottoscritto il 13 dicembre 2019 tra il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, la Procura della Repubblica di Napoli e il Garante dei detenuti della Campania secondo cui, al fine di promuovere progetti di lavoro di pubblica utilità, saranno reclutati alcuni detenuti come ausiliari giudiziari”.

“La scelta di servirsi di detenuti, eventualmente per sopperire a carenze di personale in Procura, lascia molto perplessi – ribadisce l’Associazione in una nota – i dubbi sono relativi al fatto che tale opportunità di reinserimento venga proposta in un contesto istituzionale, dove si gestiscono informazioni e dati sensibili, che potrebbero essere facilmente acquisiti o addirittura manipolati da coloro che, paradossalmente, hanno dimostrato nei fatti un ‘rapporto conflittuale’ con la Giustizia in genere”.

In particolare, “sembra contraddittorio consentire a soggetti, seppure selezionati e solo per brevi periodi, di familiarizzare con l’ambiente di una Procura importante, come quella di Napoli, molto impegnata nel difficile contrasto alla criminalità organizzata. Anche se per il semplice trasporto di atti e fascicoli, quale mansione specificata nelle note stampa, riteniamo pericolosa questa iniziativa che potrebbe rappresentare un modo inconsapevole per affrancare delinquenti, i quali potrebbero coltivare relazioni, amicizie o, comunque, umane simpatie, utili nell’immediato o in un prossimo futuro. Stiamo infatti parlando di detenuti che stanno scontando la pena – ricorda l’Associazione – e che pertanto stanno compiendo un percorso rieducativo ma che non può dirsi certo concluso, dovendo essere testato nel tempo l’effettivo ravvedimento. Per tali ragioni chiediamo che siano chiariti i criteri, le modalità, i limiti e le verifiche che verrebbero poste in essere per gestire questa iniziativa, bilanciando i diritti della collettività”

Unica spiegazione addotta, per il momento, pare essere la mancanza di personale nella Procura, che verrebbe colmata con queste aleatorie risorse impiegate in modo temporaneo. E la motivazione appare ancora più inconsistente e assurda – denuncia l’Associazione – se si pensa sia agli eventuali rischi per la riservatezza delle informazioni ivi reperibili, sia al diverso trattamento riservato ad un qualsiasi operatore del tribunale che oltre a dover superare un concorso pubblico di accesso per un qualsiasi ruolo, deve essere privo di precedenti penali, rispettando specifici requisiti di condotta e di qualità morali”.

“Risulta ancor più sconfortante pensare che tale scelta possa essere una risposta alla mancanza di ausiliari giudiziari, i quali potrebbero essere tranquillamente selezionati presso i centri per l’impiego – si suggerisce – enti appositamente istituiti per fornire supporto nel collocamento mirato di tutti i cittadini, con particolare riguardo a coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro e alle categorie protette, tra cui rientrano le Vittime del Dovere, terrorismo e criminalità organizzata”.

“Perché invece di voler tentare strade insidiose non si pensa di rieducare i detenuti impiegandoli in lavori effettivamente spendibili una volta scontata la propria pena, come artigiani oppure come maestri d’arte e mestieri di cui si sta perdendo capacità e tradizione? – si chiede infine l’Associazione – Sarebbe opportuno che in ambito pubblico lavorino soltanto coloro che non hanno precedenti penali, che rispettano le leggi, le regole e soprattutto gli altri, valorizzando un principio etico fondamentale che è l’onestà”.


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