Se un cliente non paga la fattura cosa rischio

11 Gennaio 2020 | Autore:
Se un cliente non paga la fattura cosa rischio

Chi non si attiva per incassare le fatture emesse può essere condannato per frode fiscale: lo ha stabilito la Cassazione. E l’Iva di quelle fatture va comunque versata.

Se sei pigro, distratto o semplicemente svogliato in certi periodi, è meglio non fare l’imprenditore o il lavoratore autonomo, perché rischi parecchio se un cliente non paga la fattura che hai emesso nei suoi confronti: devi sapere che, se non ti attivi per riscuoterla, il Fisco presumerà che sia falsa e in determinati casi potresti andare in carcere per frode fiscale.

La fattura è il documento (oggi elettronico) che comprova l’avvenuta cessione di beni o la prestazione di servizi effettuata dalla tua impresa o attività artigianale o di lavoro autonomo. È indispensabile per adempiere gli obblighi tributari, ma dal punto di vista dei rapporti privati ti da anche il diritto a riscuoterne il prezzo; emettendola infatti attesti di aver consegnato le merci e fornito i prodotti o di aver svolto la prestazione nei confronti del cliente. Il lavoro che hai svolto ed il correlativo prezzo stabilito sono indicati proprio nella fattura.

Il fatto che la fattura ti legittima ad ottenere l’incasso del dovuto non significa soltanto che puoi ma anche che devi farlo, altrimenti le conseguenze della “dimenticanza” sono serie. Dal punto di vista tributario, si può dire che senza fattura non c’è corrispettivo, perché in assenza di questo documento fiscale (salvi i pochi casi di esenzione ad emetterlo) si presume che ci sia stato un incasso del corrispettivo in nero, senza dichiararlo fiscalmente.

La maggior parte degli obblighi verso il Fisco sorgono proprio dal momento in cui si rilascia fattura, perché le fatture emesse sono la base per il calcolo dei ricavi o dei compensi conseguiti, dell’Iva relativa e molto altro. Quindi anche – e a volte soprattutto – in presenza della fattura possono sorgere problemi. Non basta cioè emetterla per stare tranquilli dopo; anzi, proprio il fatto di dimenticarsi di riscuoterla può costare caro. È quanto ha stabilito una recentissima sentenza della Cassazione [1] che ha condannato un imprenditore per dichiarazione fraudolenta commessa utilizzando queste fatture non incassate. L’Agenzia delle Entrate prima, e i giudici poi, le hanno ritenute relative ad operazioni inesistenti.

Il ricorso del contribuente è stato inutile. Ha pesato proprio il fatto che quelle fatture erano rimaste senza pagamento e il titolare non aveva fatto nulla per rimediare. Il ragionamento dei giudici si può sintetizzare così: se ci sono fatture non emesse e non incassate per un lungo periodo, in relazione alle quali il creditore ha omesso di attivarsi nei confronti del debitore per riscuoterle – sollecitando o intimando il pagamento e poi agendo nei modi di riscossione previsti dalla legge – si presume che quelle fatture siano false. La presunzione iniziale può raggiungere lo spessore di una vera e propria prova, se si aggiungono altri elementi; vediamo dunque cos’è accaduto in questa vicenda.

Nel caso di specie, si trattava di ben 115 fatture per un imponibile complessivo di quasi un milione e 800 mila euro. Ad aggravare le cose c’era il fatto che quelle fatture (riguardanti prestazioni di servizi nei confronti di società cooperative) erano state emesse non ad estranei, ma in parte ad una società amministrata dal fratello ed in parte verso un’altra società di cui era legale rappresentante la moglie: tutto in famiglia, insomma. Nonostante le fatture precedenti fossero rimaste impagate, l’impresa aveva continuato ad emettere di nuove, cioè, stando ai documenti, aveva continuato ad eseguire le proprie prestazioni in favore di quei soggetti che non avevano saldato il debito pregresso, che così si accumulava e cresceva senza una valida ragione per proseguire le forniture.

Inoltre, tutte le fatture emesse riportavano come modalità di pagamento la dicitura “rimessa diretta”, anziché prevedere un pagamento differito, ad esempio a 30 o a 60 giorni dal momento dell’emissione, come accade nella maggior parte dei rapporti commerciali tra fornitori e clienti. Si trattava anche di un tipo di prestazioni di servizi per le quali l’emissione della fattura era obbligatoria proprio al momento del pagamento. Tutti questi elementi convergevano dunque nell’indicare che le fatture non erano veritiere.

Ma l’argomento principale per arrivare alla condanna è stato che i pagamenti di tutti quegli importi fatturati non c’erano mai stati e la situazione era perdurata per anni: a tutto voler concedere, se le fatture fossero state emesse per prestazioni realmente fornite, logica vuole che il creditore avesse dovuto agire per incassare le somme a lui spettanti, proprio quelle riportate nei documenti fiscali emessi. Invece era rimasto inerte, non aveva fatto nulla per tentare il recupero. Non un sollecito, non una diffida o messa in mora e tantomeno un’azione legale avviata nei confronti dei due morosi.

Oltretutto, proprio quei crediti riportati nelle fatture “dimenticate” di portare all’incasso rappresentavano la quasi totalità delle entrate della società emittente: non erano dunque proventi marginali o una piccola fetta dei ricavi complessivi, bensì erano proprio il grosso dell’attività d’impresa esercitata. Una ragione in più per doverle incassare effettivamente, sempre che fossero reali; altrimenti come faceva l’impresa ad andare avanti e proseguire la sua attività? Di qui, la conclusione dei giudici che fossero fittizie.

A questo punto, si è considerato che proprio quelle fatture erano state utilizzate per la dichiarazione dei redditi che è stata considerata fraudolenta: un reato [2] punito con la reclusione fino a 6 anni, che in questo caso concreto è stata di un anno e tre mesi; ma c’è stata anche la confisca delle somme evase, corrispondenti all’Iva non versata per circa 350 mila euro. Infatti l’impresa non aveva pagato l’Iva dovuta su quelle fatture emesse: nel ragionamento degli Ermellini, questa circostanza è stata decisiva per arrivare alla condanna ed alla confisca, poiché proprio il fatto di non aver versato l’Iva avrebbe dovuto essere un motivo in più – se non il principale – per indurre la società ad «agire per la riscossione dei crediti per onorare i propri debiti fiscali, se le operazioni sottostanti fossero state effettivamente svolte».

Così trascurare la riscossione delle fatture non solo mette in pericolo la sopravvivenza dell’impresa che si mantiene sui ricavi di quelle prestazioni – come ogni imprenditore o professionista ben sa – ma pone anche il rischio a carico del titolare di essere processato e condannato per l’Iva evasa, se non paga all’Erario quella riportata sulle fatture da egli emesse. Inutile dire che, in caso di fatture vere, chi le ha emesse e non ha ottenuto il pagamento nei termini previsti senza validi motivi spiegati dal debitore si attiverà, nel suo interesse, per cercare di riscuoterle in tutti i modi previsti; se invece non lo fa e non intraprende nessuna azione, questo è un valido motivo che può essere utilizzato contro di lui come prova di evasione fiscale.

Quindi se hai emesso fatture e non hai ottenuto il pagamento nei termini concordati e previsti, va a tuo danno in tutti i sensi lasciare le cose come stanno e attendere passivamente che il tuo debitore venga un giorno di sua iniziativa spontaneamente a pagarti. Ti conviene, invece, attivarti quanto prima nei modi previsti dalla legge per riscuotere l’importo. Spesso, basta una email di sollecito, o una pec di intimazione, a saldare l’importo entro un certo termine, con una messa in mora del debitore inadempiente; sulla base della fattura, puoi anche richiedere al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo che faciliterà l’azione di recupero del credito.

Leggi: cosa fare se non mi pagano una fattura.

note

[1] Cass. 3° Sez. pen., sent. n. 222/2020 del 8 gennaio 2020.

[2] Art. 2 D.Lgs. n. 74 del 10.03.2000.


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