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Recupero crediti presso il datore di lavoro

13 Gennaio 2020
Recupero crediti presso il datore di lavoro

Come avviene il pignoramento dello stipendio e quali poteri hanno le società di recupero crediti.

Spesso, si fa fatica a pensare che qualcuno possa assumere informazioni sul nostro conto presso l’azienda in cui lavoriamo. Eppure, nelle regole sul pignoramento, è prevista la possibilità di spiare. Tutto ciò deve comunque avvenire entro determinati limiti, nel rispetto della privacy e della procedura civile. Nulla esclude però che, laddove il datore non voglia/possa rispondere alle domande postegli da un terzo, quest’ultimo si possa avvalere di detective privati con il compito di pedinare il debitore e scoprire ove questi si reca ogni mattina. 

Il recupero crediti presso il datore di lavoro è possibile, certo, ma a determinate condizioni. Scopo di questa guida è spiegare quali regole deve rispettare chi intende pignorare lo stipendio di un dipendente. 

Le domande che ci si pone, in questi casi, sono svariate. Ad esempio, la società di recupero crediti può chiedere il pignoramento al datore di lavoro? Prima di ciò, può inviare una lettera per sapere se sei assunto? Una volta avviata l’esecuzione forzata, dopo quanto tempo termina il pignoramento e lo stipendio viene “sbloccato”? Ecco tutte le risposte che fanno al caso tuo.

È possibile il recupero crediti presso il datore di lavoro?

Il tuo stipendio può essere pignorato sia quando lo depositi in banca che prima di tale momento, quando è ancora nelle mani del datore di lavoro e non è completamente maturato (ad esempio, a metà del mese). Se nel primo caso l’atto di pignoramento viene notificato alla banca ed è quest’ultima ad accantonare le somme da destinare poi al creditore, nel secondo invece oggetto di notifica è l’azienda presso cui presti servizio. In entrambe le ipotesi – pignoramento dello stipendio in banca e presso il datore di lavoro – il pignoramento dello stipendio termina solo quando il debito è stato completamente estinto; questo perché, come avremo modo di vedere meglio a breve, mensilmente un quinto dello stipendio viene destinato al creditore e tale situazione permane finché quest’ultimo non è stato completamente soddisfatto, al netto peraltro delle spese legali sostenute.

Società di recupero crediti: può chiedere il pignoramento al datore di lavoro?

Ad eseguire il pignoramento dello stipendio presso il datore di lavoro può essere solo il creditore e non la società di recupero crediti, a meno che non abbia acquistato il credito stesso e ne sia divenuta così titolare. 

Così, se hai ricevuto un sollecito di pagamento da parte di un soggetto che non è esattamente quello con cui hai contratto il debito, puoi star certo che questo non potrà avviare il pignoramento ma, una volta appurato che tu non vuoi/puoi pagare, riferirà dell’esito dell’incarico al creditore affinché valuti il da farsi.

Il tuo creditore, una volta valutata l’impossibilità di ottenere il pagamento in via bonaria, potrebbe rinunciare al recupero del credito o, al contrario, agire direttamente con il pignoramento, previa conoscenza.

Come fa la società di recupero crediti a sapere dove lavoro?

La società di recupero crediti non può inviare una lettera al tuo datore di lavoro per sapere se sei assunto. Una comunicazione di questo tipo violerebbe la tua privacy. Ciò nonostante, il creditore può comunque sapere dove lavori. A tal fine, deve prima avere in mano un «titolo esecutivo» ossia un documento che sancisca ufficialmente il proprio credito. Tale documento può essere esclusivamente:

  • una sentenza di condanna;
  • un decreto ingiuntivo non opposto nei 40 giorni dalla notifica (salvo che lo stesso sia stato dichiarato provvisoriamente esecutivo);
  • un contratto di mutuo stipulato dal notaio;
  • una cambiale protestata;
  • un assegno protestato.

Non basta quindi una bolletta, una fattura non pagata o un contratto per ottenere tali informazioni. 

Dopo il titolo esecutivo, il creditore deve notificare al debitore il cosiddetto atto di precetto: si tratta di una intimazione a pagare entro massimo 10 giorni. 

L’atto di precetto scade, però, dopo 90 giorni. Per cui, se entro tale termine il creditore non agisce, ogni pignoramento è illegittimo. Tuttavia, l’atto di precetto può essere rinnovato (ossia notificato una seconda volta).

Con la prova della notifica dell’atto di precetto, il creditore può rivolgersi al presidente del tribunale per chiedere l’autorizzazione a consultare l’Anagrafe tributaria. Si tratta di un archivio detenuto dall’Agenzia delle Entrate ove sono conservate tutte le informazioni relative ai contribuenti, ivi compresi i rapporti di lavoro da questi intrattenuti con terzi.

Con questa informazione in mano, il creditore può avviare il pignoramento.

Come avviene il recupero crediti presso il datore di lavoro?

Dopo aver consultato l’Anagrafe tributaria, il creditore notifica al tuo datore di lavoro un atto giudiziario, il cosiddetto atto di pignoramento. Anche tu ne devi ricevere una copia presso la tua residenza. È indifferente il fatto che la notifica arrivi prima all’azienda e solo dopo a te.

Da quel momento in poi e per tutte le mensilità a venire (almeno finché il debito non è estinto del tutto), il tuo datore di lavoro dovrà accantonare un quinto della tua busta paga per consegnarla direttamente al creditore. Ma il versamento di tali somme sul conto del creditore non avviene subito. Prima ci deve essere l’ordine del giudice dell’esecuzione forzata. Quest’ordine viene emesso nel corso di un’udienza la cui data è indicata sull’atto di pignoramento. 

Puoi partecipare a tale udienza, a mezzo di un avvocato, per sollevare contestazioni o anche solo per verificare che il tribunale faccia i conteggi in modo corretto e non ti pignori una quantità superiore dello stipendio.

Prima dell’udienza, il tuo datore di lavoro deve inviare al creditore una raccomandata o una Pec in cui gli comunica l’esistenza del credito. 

Quale quota dello stipendio va trattenuta?

Il datore di lavoro non può trattenere più di un quinto del netto dello stipendio. Tuttavia, se il creditore è l’agente per la riscossione esattoriale, le quote si riducono:

  • per stipendi fino a 2.500 euro, a massimo un decimo;
  • per stipendi fino a 5.000 euro, a massimo un settimo;
  • per stipendi oltre 5.000 euro, a massimo un quinto.

La presenza di precedenti cessioni del quinto non rileva perché si tratta di atti volontari. Per cui, il quinto pignorabile si calcola al lordo di tali cessioni (ossia come se non ci fossero).

Invece, la presenza di precedenti pignoramenti può avere rilievo solo se questi hanno diversa causa. Le cause di un pignoramento possono essere tre:

  • alimenti (ad esempio, il mantenimento dovuto all’ex coniuge);
  • imposte;
  • altri debiti.

Due debiti della stessa classe non possono concorrere contemporaneamente sulla stessa busta paga. Per cui, chi è debitore di un assegno di mantenimento e del condominio subisce il pignoramento di solo un quinto.

Invece, due debiti di classi diverse possono concorrere. Così chi ha già lo stipendio pignorato dal condominio può subire un ulteriore pignoramento di un quinto dall’agente della riscossione o dall’ex coniuge. 


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