Controlli Agenzia delle Entrate sui social

14 Gennaio 2020 | Autore:
Controlli Agenzia delle Entrate sui social

I funzionari possono già ottenere elementi utili agli accertamenti fiscali consultando le pagine dei social, come Facebook e Instagram.

La Francia ha deciso di utilizzare i social per scovare gli evasori: lo ha annunciato su Twitter il 27 dicembre scorso il ministro dei Conti pubblici Gérald Darmanin, dicendo che «prevede di utilizzare i dati dei social per indirizzare meglio i controlli fiscali e doganali». È stata varata una norma nella legge di bilancio francese 2020, che ha già ottenuto l’ok del Consiglio costituzionale. Così i cugini d’oltralpe hanno dato il via a un programma di controlli che utilizzerà non solo gli occhi dei funzionari fiscali e dei doganieri francesi, ma anche un algoritmo per scandagliare e raccogliere informazioni “pescate” sui profili dei più diffusi social, a partire Facebook, Instagram e Twitter.

In Italia, la norma che prevede queste possibilità esiste già dal 2016, anche se non è regolamentata dalla legge, ma da semplici circolari [1] come quella dell’Agenzia delle Entrate che consente di ottenere notizie utili agli accertamenti non solo dalle banche dati del sistema informativo dell’Anagrafe tributaria, ma anche dalle «fonti aperte». Così come la Guardia di Finanza si è dotata anch’essa di una propria circolare [2] grazie alla quale i finanzieri possono acquisire elementi utili da tutte le fonti internet, quindi dai siti e dalle pagine sui social.

Da noi occorrono, dunque, occhi umani che vanno a consultare i profili dei soggetti che per qualche motivo sono già finiti nel mirino di quelli da controllare. È prassi, ad esempio, produrre come prove nei giudizi di separazione e di divorzio i post tratti dalle pagine Facebook quando il coniuge si rifiuta di pagare il mantenimento adducendo difficoltà finanziarie, ma la controparte lo smaschera esibendo foto che dimostrano un tenore di vita ben superiore a quello dichiarato.

Ma le potenzialità informative offerte dai social sono molto più ampie: il ministro francese ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro che «Se dici che non sei residente fiscale in Francia ma continui a pubblicare foto su Instagram dalla Francia, potrebbe esserci un problema»: in altre parole, le foto a Parigi o in Costa Azzurra possono dimostrare che sei stato lì, che ci vivi e perciò sei tenuto a pagare le tasse in Francia, ma anche – osservando i dettagli – che hai abitudini di vita lussuose, indossi abiti accessori e costosi, frequenti posti per i vip e così via.

La differenza attuale tra Italia e Francia è che da loro il controllo potrà, d’ora in poi, avvenire anche in automatico, mentre da noi continua ad essere svolto in via manuale: dunque, nel caso francese c’è, o ci sarà presto, un programma “intelligente” che serve a selezionare i contribuenti da controllare, mentre nel nostro Paese si ricorre ai social quando il soggetto “sospettato” di evasione è già stato individuato e si vanno a raccogliere gli elementi a suo carico. In Italia, un software del fisco contro l’evasione che sia in grado di elaborare e mettere insieme tutte le informazioni disponibili, integrando anche quelle prese dai social, è ancora da realizzare e rimane a livello di studi e di proposte annunciate; così si prosegue con l’osservazione diretta da parte dei funzionari che selezionano dai social il materiale di interesse per dimostrare la divergenza tra i redditi dichiarati e quelli, ben maggiori, che stanno accertando.

Così le potenzialità investigative offerte dai social diventano enormi: è proprio sui social, infatti, che molti tendono ad esibire gli scatti di vacanze chic e indimenticabili ed ostentare la frequentazione di posti alla moda o fanno sfoggio di abiti firmati, gioielli vistosi e orologi costosi. Anche i post, le frasi di commento alle immagini, possono rivelare molto delle abitudini e, quindi, dei redditi posseduti e dei patrimoni disponibili. Se emergono incongruenze con quanto dichiarato al Fisco, proprio questi elementi potranno essere utilizzati dai funzionari come indizi a supporto. Certamente, una foto non basta a dimostrare l’evasione: intanto, però, la palla passa al contribuente, che dovrà spiegare come fa a permettersi quelle vacanze costose o quelle continue cene in ristoranti eleganti, e la prova a discarico sarà tanto più difficile quanto più queste abitudini vengono ripetute.

Ma c’è un limite che è ancora insuperabile ed è quello della riservatezza dei dati personali: proprio in Francia i giudici che si sono occupati dei primi casi hanno riconosciuto che l’utilizzo indiscriminato delle informazioni rilevabili attraverso i social da parte dell’amministrazione fiscale può compromettere la privacy ed hanno, dunque, affermato che i controlli devono limitarsi alle pagine aperte ed ai contenuti che gli utenti divulgano come pubblici sui loro profili, mentre quelli accessibili ad un numero limitato di persone – ad esempio, ai soli amici di Facebook o di Instagram – non possono essere acquisiti a fini di prova di evasione fiscale.


note

[1] Circolare Agenzia delle Entrate n. 16/E del 28 aprile 2016.

[2] Circolare del Comando Generale della Guardia di Finanza n. 1/2018 del 4 dicembre 2017.


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