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Liquidazione Tfr: spetta in caso di separazione?

14 Gennaio 2020
Liquidazione Tfr: spetta in caso di separazione?

Quando il marito deve versare all’ex moglie la liquidazione: dopo il divorzio o anche prima? Che succede in caso di morte?

Che, all’atto della separazione, si debba versare l’assegno di mantenimento all’ex moglie in difficoltà economiche è cosa ormai nota a tutti. Che quest’obbligo prosegua anche dopo il divorzio non ci sono altresì dubbi. Ma che a tutto ciò possa aggiungersi anche quello di dividere il Tfr, a liquidazione avvenuta, potrà sembrare strano e forse ingiusto. Di fatto, però, la nostra legge prevede che, dopo il divorzio, se il coniuge tenuto a pagare gli alimenti va in pensione e riceve il trattamento di fine rapporto, deve darne una parte all’altro. 

A questo punto, ti interesserà sapere se questa legge si applica non appena la coppia si separa o se vale solo a partire dall’atto di divorzio; in quest’ultimo caso, sarebbe più conveniente prendere la liquidazione subito dopo la separazione e così fregare l’ex. Ma è davvero così? In caso di separazione, spetta la liquidazione del Tfr? Cerchiamo di fare il punto della situazione. Una situazione, peraltro, già prospettata alla giurisprudenza in diversi casi giudiziari. 

In questa guida, ti daremo tutte le risposte su questo delicato tema. Il diritto dell’ex coniuge alla quota dell’indennità di fine rapporto sorge anche se l’indennità matura prima della sentenza di divorzio? Spetta al coniuge una qualche indennità di fine rapporto prima del giudizio di divorzio o in pendenza di quest’ultimo? Qual è l’oggetto di tale diritto e la relativa qualificazione o quantificazione?

La liquidazione del Tfr all’ex coniuge dopo il divorzio

La legge sul divorzio [1]  prevede che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio abbia diritto, se non passato a nuove nozze e solo se già titolare di assegno di mantenimento, ad una percentuale del Tfr percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Ciò sulla base della considerazione in relazione alla quale, secondo l’ordinamento ciascun coniuge contribuisce col suo aiuto ai guadagni esterni dell’altro, tra i quali, dunque, è da ricomprendere il Tfr che è considerato una retribuzione differita. 

Non c’è, quindi, dubbio che la formulazione letterale della norma imponga tale trasferimento solo se la coppia ha già proceduto al divorzio.

La quota dell’indennità di fine rapporto riguarda unicamente quell’indennità che è determinata in proporzione della durata del rapporto di lavoro e dell’entità della retribuzione. La locuzione “indennità di fine rapporto” comprende tutti i trattamenti di fine rapporto – derivanti sia da lavoro subordinato, sia da lavoro parasubordinato – comunque denominati, che siano configurabili come quota differita della retribuzione.

Si è, innanzitutto, posto il problema della nozione di «durata del matrimonio» sulla quale quantificare l’indennità. Cosa si intende con questo termine? Secondo la giurisprudenza, occorre prendere in considerazione la durata legale del matrimonio e non solo gli anni di convivenza comprendendo così anche i periodi di separazione. In particolare, la Corte Costituzionale ha specificato che il contributo dato dall’ex coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, va valutato con riferimento all’intera durata del matrimonio, in quanto esso non cessa con il venir meno della convivenza e con l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale; ciò allo scopo di ancorare il periodo di riferimento a un dato giuridicamente certo e irreversibile.  

La liquidazione del Tfr all’ex coniuge dopo la separazione

Verifichiamo, ora, se la quota di Tfr spetti all’ex coniuge qualora detta indennità sia maturata e percepita prima della sentenza di divorzio e, addirittura, in pendenza del giudizio di separazione. Presupposto ai fini del versamento del Tfr è, infatti, ai sensi di legge, che i coniugi abbiano ottenuto una sentenza di divorzio. Precisa, peraltro, la disposizione che il diritto sorge anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza.

Attualmente la giurisprudenza è concorde nel sostenere che il diritto alla quota sorge solo se la coppia ha divorziato. Per cui, se il marito o la moglie che sta versando gli alimenti all’ex ottiene il Tfr quando ancora è solo “separato”, non deve liquidarne il 40% all’altro. 

La divisione del Tfr con l’ex coniuge può, però, avvenire anche prima della sentenza di divorzio solo se l’indennità spettante all’altro coniuge viene a maturare al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio (o successivamente ad essa) e non anche quando essa sia maturata e sia stata percepita in data anteriore, in pendenza del precedente giudizio di separazione.

Quando all’ex coniuge spetta una quota del Tfr

In particolare, un importante intervento chiarificatore della Cassazione ha specificato che [2]:

  • se l’indennità viene percepita da un coniuge durante il matrimonio, e la coppia è sposata in regime di comunione dei beni, cade in comunione anche il Tfr e, al momento della separazione, la quota residua spetterà a ciascuno dei coniugi nella misura del 50%;
  • se il Tfr viene percepito durante il matrimonio da un coniuge in regime di separazione dei beni, appartiene a colui che l’ha percepito, e potrà solo rilevare in sede di determinazione dell’assegno a seguito della separazione o del divorzio. In pratica, il giudice verifica l’intera ricchezza del coniuge tenuto a versare l’assegno mensile, tenendo conto anche del Tfr che ha ricevuto dall’azienda;
  • se il Tfr viene percepito in pendenza della separazione giudiziale (ossia durante la causa di separazione) cade altresì in comunione. Infatti, il regime patrimoniale legale si scioglie solo quando la sentenza di separazione giudiziale diventa definitiva o con l’omologa della separazione consensuale da parte del tribunale;
  • se, infine, l’indennità matura dopo la sentenza di separazione non deve essere diviso. Ma il giudice ne tiene conto al fine di quantificare le condizioni economiche del soggetto obbligato. La donna che percepisce il mantenimento non può, quindi, chiedere il 40% del Tfr, ma solo una modifica delle condizioni di separazione per via dell’incremento patrimoniale ricevuto dall’ex coniuge. 

Che succede al Tfr in caso di morte dell’ex coniuge?

Cosa succede nel caso di morte dell’ex coniuge obbligato?

Secondo la Cassazione, in caso di morte del coniuge tenuto a corrispondere all’altro la quota del Tfr percepita all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, tale obbligo, qualora sia rimasto inadempiuto, rientra nell’asse ereditario. Spetta, quindi, agli eredi del de cuius liquidare il Tfr all’ex coniuge di quest’ultimo. Pertanto, nell’eventualità in cui il de cuius sia passato a nuove nozze l’obbligo grava sul coniuge superstite.

Inoltre, ai fini della ripartizione della indennità di fine rapporto tra coniuge divorziato e coniuge superstite del defunto, aventi entrambi i requisiti per la relativa attribuzione, la giurisprudenza applica il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, previsto in relazione alla ripartizione della pensione di reversibilità.

Liquidazione Tfr all’ex coniuge: ultime sentenze

Il TFR, in forza di legge (in particolare L. n. 297 del 1982), ha assunto la natura di retribuzione accantonata o differita (tra le altre, Cass. N. 783 del 2006); l’art. 2120, c. 6, c.c. ammette il lavoratore a richiedere in costanza di rapporto, anticipazioni sul TFR già maturato, confermando così la piena disponibilità su parti del trattamento, con l’acquisizione delle somme percepite al suo matrimonio. Pertanto, nell’applicazione dell’art. 12-bis L. 898/1970, non deve tenersi conto delle anticipazioni del TFR percepite dal coniuge durante la convivenza matrimoniale o la separazione personale, per essere quelle anticipazioni entrate nell’esclusiva disponibilità dell’avente diritto (Cass. 19427/2003; Cass. 19046/2005). L’art. 12-bis L. Divorzio, alla luce di quanto osservato, non può che interpretarsi nel senso di garantire al coniuge beneficiario la corresponsione di una quota di TFR, calcolata sulla somma che viene corrisposta al lavoratore, successivamente alla sentenza di divorzio. Ciò vuol dire che la quota spettante all’ex coniuge deve essere quantificata sulla scorta del TFR netto corrisposto all’avente diritto e non sul lordo. In caso contrario, infatti, questi sarebbe tenuto a corrispondere all’ex partner una quota in relazione ad un importo dallo stesso non percepito, siccome gravato dal carico fiscale.

Cassazione Civ., Sezione VI, 29 ottobre 2013, n. 24421

La domanda di revisione dell’assegno di divorzio e quella riconvenzionale di riconoscimento di una quota di t.f.r. sono oggettivamente connesse ai sensi dell’art. 36 cod. proc. civ., perché il diritto all’assegno, di cui si discute nel giudizio di revisione, è il presupposto di entrambe, non rilevando, inoltre, se il diritto alla quota del t.f.r. maturi successivamente alla sentenza di divorzio; pertanto, l’art. 40 cod. proc. civ. ne consente il cumulo nello stesso processo, sebbene si tratti di azioni di per sé soggette a riti diversi.

Cassazione Civ., Sezione 1, 12 marzo 2012, n. 3924

In tema di divorzio, il sorgere del diritto del coniuge divorziato alla quota dell’indennità di fine rapporto non presuppone la mera debenza in astratto di un assegno di divorzio, e neppure la percezione, in concreto, di un assegno di mantenimento in base a convenzioni intercorse fra le parti, ma presuppone che l’indennità di fine rapporto sia percepita dopo una sentenza che abbia liquidato un assegno in base all’articolo 5 della legge n. 898 del 1970, ovvero dopo la proposizione del giudizio di divorzio nel quale sia stato successivamente giudizialmente liquidato l’assegno stesso.

L’assegno di divorzio, infatti, può anche essere concordato fra le parti, ma esso assume tale natura, con gli effetti giuridici conseguenti, solo attraverso la pronuncia del giudice, a seguito di una domanda di divorzio congiunto ai sensi della legge n. 898, articolo 4, comma 16, ovvero a seguito della formulazione, nel giudizio di divorzio, di conclusioni conformi.

Cassazione Civ., Sez. I,  1° agosto 2008, n. 21002

In tema di divorzio, il coniuge non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno di divorzio non ha diritto di conseguire una quota dell’anticipo del trattamento di fine rapporto dell’altro coniuge, ai sensi dell’art. 12 bis della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (introdotto dall’art. 16 della legge 6 marzo 1987, n. 74), quando il coniuge obbligato, pur avendo cessato il rapporto di lavoro successivamente alla data di entrata in vigore della citata legge n. 74 del 1987 abbia percepito l’anticipo prima di tale data, atteso che il detto anticipo (previsto dall’art. 2120 cod. civ., nel testo sostituito dall’art. 1 della legge 29 maggio 1982, n. 297), una volta accordato dal datore di lavoro e riscosso dal lavoratore, entra nel suo patrimonio e non può essere revocato, così determinandosi la definitiva acquisizione del relativo diritto, su cui non può incidere l’eventuale mutamento della legislazione in materia.

Cassazione civ., Sez. I, 18 dicembre 2003, n. 19427

Il disposto dell’articolo 12 della legge 898/1970, introdotto dall’articolo 16 della legge 74/1987, nella parte in cui attribuisce al coniuge al quale è stato riconosciuto l’assegno ex articolo 5 della stessa legge e non sia passato a nuove nozze, il diritto a una quota dell’indennità di fine rapporto, anche nel caso in cui tale indennità sia maturata prima della sentenza di divorzio, deve essere interpretato nel senso che il diritto alla quota sorge solo qualora l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda e, quindi, anche prima della sentenza di divorzio, ogni diversa interpretazione implicando profili non manifestamente infondati di incostituzionalità della norma in parola con riferimento all’articolo 3 della Costituzione.

Cassazione civ., Sez. I, 17 dicembre 2003, n. 19309

Il disposto dell’art. 12 bis della legge 898/70 – nella parte in cui attribuisce al coniuge titolare dell’assegno divorzile che non sia passato a nuove nozze il diritto ad una quota dell’indennità di fine rapporto dell’altro coniuge “anche quando tale indennità sia maturata prima della sentenza di divorzio” – va interpretato nel senso che il diritto alla quota sorge soltanto se l’indennità spettante all’altro coniuge venga a maturare al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio o successivamente ad essa – in tal senso dovendosi intendere l’espressione “anche prima della sentenza di divorzio”, implicando ogni diversa interpretazione indiscutibili profili di incostituzionalità della norma in parola -, e non anche quando essa sia maturata e sia stata percepita in data anteriore, in pendenza (come nella specie) del precedente giudizio di separazione.

Cassazione civ., Sez. I, 7 giugno 1999, n. 5553

In tema di divorzio, il diritto di un coniuge ad una quota del trattamento di fine rapporto lavorativo percepito dall’altro coniuge, ai sensi dell’art. 12 bis della legge 1 dicembre 1970 n. 898, introdotto dall’art. 16 della legge 6 marzo 1987 n. 74, può essere attribuito con lo stesso provvedimento attributivo dell’assegno di divorzio, atteso che, se il diritto alla quota permane “anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza” di divorzio, secondo il tenore letterale dell’art. 12 bis, tale diritto deve conseguentemente riconoscersi pure nel caso in cui l’indennità sia maturata prima di detta sentenza, quando ovviamente al coniuge non è stato ancora attribuito in modo definitivo (con sentenza passata in giudicato) l’assegno divorzile.

Cassazione civ., Sez. I, 27 giugno 1995, n. 7249

La norma dell’art. 12 bis della legge 1 dicembre 1970 n. 898 – che regola il diritto del coniuge titolare di un assegno di divorzio (e non passato a nuove nozze) di conseguire una quota del trattamento di fine rapporto lavorativo percepito dall’altro coniuge – non è applicabile quando il coniuge obbligato all’assegno abbia maturato il diritto alla indennità prima della entrata in vigore della legge stessa, poiché il principio dell’applicabilità della norma sostanziale sopravvenuta ai giudizi pendenti non può comportare il travolgimento del limite del rispetto dei diritti quesiti e dei rapporti esauriti sotto il vigore della legislazione precedente.

Cassazione civ., Sez. I, 29 maggio 1993, n. 6047


1 Commento

  1. Il marito divorziato deve corrispondere alla ex moglie una quota di quanto ricevuto dall’azienda al momento della liquidazione del Tfr e in occasione delle anticipazioni chieste in costanza del rapporto di lavoro, a meno che non dimostri di avere ricevuto tali somme prima dell’instaurazione del giudizio divorzile, ovvero durante la convivenza matrimoniale o nel corso della separazione.

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