Senato: si potrà votare a 18 anni

15 Gennaio 2020
Senato: si potrà votare a 18 anni

Approvato in Commissione l’emendamento che consentirà a 18 anni di votare per il Senato e di essere eletti senatori a 25 anni di età. A breve, il voto in Aula.

Accelera la riforma costituzionale che consentirà anche ai diciottenni di votare per le elezioni del Senato: dopo l’approvazione della Camera, avvenuta lo scorso luglio, oggi l’agenzia stampa Adnkronos comunica che la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato la legge costituzionale che con un emendamento a firma del deputato Dario Parrini (PD), capogruppo della Commissione, parifica a quello della Camera non solo l’elettorato attivo, ma anche quello passivo del Senato. Ciò significa che, a riforma definitivamente approvata in Aula, anche i diciottenni potranno votare per il Senato e anche i venticinquenni potranno essere eletti senatori.

Interpellato da Adnkronos, Parrini dichiara che “Si tratta di una riforma epocale. Si supera la paradossale e ormai anacronistica esistenza di un ramo del Parlamento dotato degli stessi poteri dell’altro ma non eletto a suffragio universale e si dà un segnale di giustizia, di serietà e di attenzione verso milioni di giovani tra i 18 e i 25 anni che sono tuttora dei cittadini con diritti politici dimezzati. Il provvedimento andrà al più presto in Aula”.

Attualmente, per votare al Senato occorre aver compiuto 25 anni mentre per essere candidati ed eventualmente eletti l’età minima richiesta è di 40 anni. Per essere elettore della Camera è, invece, sufficiente il raggiungimento della maggiore età, appunto 18 anni; per la candidatura è necessario aver compiuto 25 anni.

Ora chi si avvantaggerà della riforma che prevede il voto ai 18enni? L’Adnkronos ha interpellato due noti sondaggisti, Maurizio Pessato, vicepresidente di Swg e Nicola Piepoli. Alla domanda: Se diventasse legge, chi sarebbe avvantaggiato dal voto dei più giovani? “Difficile dirlo”, risponde Pessato. Le ultime elezioni, avverte, hanno mostrato una “volatilità enorme, tanto da rendere difficile una valutazione”. Gli fa eco Nicola Piepoli: se la base elettorale di Camera e Senato è la stessa, “non se ne avvantaggia nessuno: sarebbero tutti alla pari, tutti uguali, tutti insieme”.

“La differenziazione ha rappresentato finora un aspetto importante – sostiene Pessato -. Ci sono stati scarti significativi tra Senato e Camera. Oggi invece viviamo una situazione talmente particolare che se 30 anni fa potevamo dire chi ci guadagnava e chi no, ora non possiamo più farlo. Dal 1953 in poi l’Italia ha goduto di una relativa stabilità. Adesso è davvero difficile prevedere chi possa trarne vantaggio“.

L’unica cosa certa – osserva Pessato – è che il provvedimento rende tutto più omogeneo: a questo punto la base elettorale è la stessa. Le Sardine, ad esempio, al di là del fatto che si presentino o meno come formazione, sono un fenomeno nuovo che ha mosso molto il panorama politico”.

A questo punto – dice ancora Piepoli – mi chiedo seriamente che ci stia a fare il Senato, tanto vale tenersi una sola Camera con 630 partecipanti. Ridurre i parlamentari, azzerare le differenze tra Camera e Senato, va tutto bene. Se questo governo approva questa legge non fa del male a nessuno. Quanto a sapere chi se ne avvantaggerebbe penso nessuno: sarebbero tutti alla pari, tutti uguali, tutti insieme”, ribadisce.

“La mia personale proposta è aboliamo il Senato e incrementiamo la Camera. Il vero problema è il rapporto con il territorio. Il caso dei deputati esteri è esemplare: sarebbero mantenuti come consistenza numerica anche se costano tre volte più degli italiani, ma sono rappresentanti di 4 milioni di nostri connazionali all’estero, una cifra davvero consistente”.



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