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Facebook può chiudere una pagina?

15 Gennaio 2020
Facebook può chiudere una pagina?

Facebook non può disattivare l’account anche se sono stati violati i termini e le condizioni d’uso stabiliti dal contratto. 

Sbaglia ormai chi crede che l’attivazione di un account o l’apertura di una pagina su Facebook costituisca un semplice contratto tra privati. Si tratta dell’espressione di un diritto costituzionale: quello alla libertà di espressione e di manifestazione del proprio pensiero. 

Di qui, la domanda: Facebook può chiudere una pagina? Qualcuno risponderà: sì, se vengono violate le condizioni contrattuali e i termini d’uso pubblicati dalla stessa società americana sul proprio sito. E invece non è così. O almeno non può farlo “a cuor leggero”. A tanto è arrivata una recente ordinanza, pronunciata dal tribunale di Roma in via d’urgenza [1]. Il ricorso era stato presentato da una associazione politica che si era vista bloccare il proprio account non potendo così comunicare con i propri iscritti. 

Ma in quali casi Facebook può chiudere una pagina? E, se ciò dovesse succedere, a chi bisogna rivolgersi per contestare tale decisione? In altri termini, come fare se Facebook ti chiude la pagina?

Ecco alcuni chiarimenti.

Quali comportamenti sono vietati da Facebook?

Facebook si riserva il diritto di chiudere un account o cancellare una pagina se vengono compiute delle condotte contrarie alle condizioni contrattuali; le principali sono:

  • nudità o altri contenuti sessualmente espliciti;
  • istigazione all’odio, violenza e istigazione alla violenza; 
  • minacce credibili o attacchi diretti a un individuo o a un gruppo;
  • promozione e pubblicazione di attività criminali, di persone e organizzazioni pericolose. Questo include organizzazioni o individui coinvolti nelle seguenti attività: terrorismo, odio organizzato, omicidio di massa (compresi i tentativi) o omicidio plurimo, traffico di esseri umani, violenza organizzata o attività criminale;
  • contenuti autolesionisti o violenti;
  • profili falsi o di impostori;
  • promozione di beni soggetti a limitazioni legali (vendita e acquisto di prodotti medicinali, farmaci e marijuana);
  • spam;
  • sfruttamento sessuale di adulti;
  • bullismo e intimidazioni;
  • violazioni della privacy e sul diritto d’autore;
  • contenuti violenti e immagini forti;
  • adescamenti;
  • atti sessuali di adulti;
  • contenuti che esprimono crudeltà e insensibilità;
  • fake news;
  • account commemorativi, ecc.

Per leggere l’elenco completo clicca sulla pagina ufficiale di Facebook.

Come fare se Facebook ti chiude la pagina?

Viviamo un’era in cui siamo tutti connessi. La connessione non è frutto di una semplice facoltà connessa a un contratto, ma espressione di un diritto costituzionale. In questo non si può negare come Facebook e Google la facciano da padroni. In questo regime oligopolista, le grandi società americane non possono reprimere i diritti dei cittadini se non in casi particolarmente gravi. 

Proprio per questo, se Facebook dovesse chiudere una pagina o disattivare un account senza che vi siano gravi ragioni, l’utente – il titolare del profilo o della pagina – può promuovere un ricorso in via d’urgenza (ex art. 700 cod. proc. civ.) per ottenere la revisione della decisione. Chiaramente, dovrà valersi di un avvocato. 

Ecco che allora sarà possibile ordinare a Facebook di riattivare immediatamente gli account inibiti prevendendo anche una penale per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito. 

Ma quando è possibile fare ricorso? Il tribunale di Roma muove dal ricordare che Facebook ha oltre 2,8 miliardi di utenti che da tutto il mondo possono entrare in contatto, condividere informazioni e discuterne tra loro proprio grazie al servizio on line “nell’ottica, dichiarata dalla stessa Facebook, della libertà di espressione del pensiero (cfr. Standard della Community)”.

Per il giudice “nessun dubbio pertanto può sussistere sul ruolo centrale e di primaria importanza ricoperto dal servizio di Facebook nell’ambito dei social network e sulla speciale posizione ricoperta dal gestore del servizio che, in Europa, è la resistente FACEBOOK IRELAND LTD”. 

Facebook e diritto d’espressione

È vero che gli utenti di Facebook devono rispettare le Condizioni d’Uso (anche per averle accettate al momento della registrazione) e che quegli standard “hanno la funzione di garantire la sicurezza e la salvaguardia del Servizio Facebook e della sua comunità in quanto esprimono i comportamenti consentiti e quelli non consentiti nell’ambito del servizio”. Ed è anche vero che sono previste sanzioni per la violazione di quegli standard che tengono conto della “personalità dell’autore” (nel senso di valutare il suo precedente comportamento sulla piattaforma) e la “gravità della violazione”: dalla rimozione di contenuti alla sospensione dall’utilizzo del Servizio Facebook e, nei casi più gravi, alla disabilitazione dell’account (sia temporanea che definitiva)”.

Tuttavia, secondo i giudici romani bisogna riconoscere “il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook (o di altri social network ad esso collegati) con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (49 Cost.), al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento.”.

Pertanto “il rapporto tra Facebook e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto Facebook, ricopre una speciale posizione: tale speciale posizione comporta che Facebook, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finché non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente”.


note

[1] Trib. Roma, sez. Impresa, ordinanza depositata il 12 dicembre 2019.

Tribunale di Roma, sez. Impresa, ordinanza 11 – 12 dicembre 2019

Giudice Garrisi

1. Con ricorso ex art. 700 c.p.c. l’ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE CASA POUND ITALIA e DA. DI ST., quale dirigente nazionale della stessa e abilitato ad utilizzare la pagina Facebook dell’Associazione, hanno agito in via cautelare chiedendo al Tribunale di:

“I) ordinare a Facebook Ireland Ltd, in persona del legale rappresentante pro tempore, l’immediata riattivazione della pagina Facebook dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia – denominata CasaPound Italia e corrente all’indirizzo https://www.facebook.com/casapounditalia/ – e del profilo personale di Da. Di St., quale amministratore della pagina;

II) in subordine, ordini a Facebook Ireland Ltd., in persona del legale rappresentante pro tempore, di restituire a CasaPound Italia, in persona del legale rappresentante pro tempore, i contenuti della pagina Facebook dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia e di restituire a Da. Di St. i contenuti del profilo personale;

III) in ogni caso, con fissazione della somma che, ai sensi dell’art. 614-bis c.p.c., Facebook Ireland Ltd., in persona del legale rappresentante pro tempore, è tenuta a corrispondere a CasaPound Italia, in persona del legale rappresentante pro tempore, per ogni violazione o inosservanza successiva dell’ordine impartito ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento;

IV) in ogni caso, con condanna della convenuta al pagamento delle spese di causa”.

Nel dettaglio hanno dedotto i ricorrenti che:

– l’Associazione agiva sul social network Facebook attraverso la “pagina” denominata CasaPound Italia (https://www.facebook.com/casapounditalia/);

– in data 9/9/2019 FACEBOOK IRELAND senza alcun preavviso e senza fornire alcuna motivazione disattivava la “pagina” dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia e le pagine di rappresentanti e simpatizzanti dell’associazione stessa;

– in data 10/9/2019 gli stessi ricorrenti diffidavano la resistente a riattivare immediatamente la pagina, evidenziando il rispetto da parte dell’Associazione delle “Condizioni d’uso” del social network e rappresentando il gravissimo pregiudizio, sotto una pluralità di aspetti, derivante da tale condotta;

– FACEBOOK IRELAND non riscontrava in alcun modo la diffida dei ricorrenti.

Ritenuta la sussistenza degli estremi per la concessione della misura cautelare invocata insistevano i ricorrenti nelle conclusioni indicate sottolineando, quanto al fumus boni iuris, la violazione delle regole contrattuali da parte di FACEBOOK IRELAND LIMITED e, con riferimento al periculum in mora, il grave ed irreparabile pregiudizio legato all’illegittima condotta della resistente anche in termini di danno all’immagine.

Fissata l’udienza per la comparizione delle parti, si costituiva in giudizio FACEBOOK IRELAND LIMITED la quale resisteva nel merito al ricorso chiedendone il rigetto.

Udita la discussione delle parti, il Tribunale si riservava all’udienza del 27/11/2019.

2. Come noto, la tutela cautelare svolge la funzione di assicurare, in via provvisoria, gli effetti del futuro giudizio di merito quando sussistano particolari e gravi esigenze d’urgenza che renderebbero inutile la tutela ottenuta nell’ambito di quest’ultimo.

ll fumus boni iuris e il periculum in mora sono ad un tempo condizioni della domanda cautelare nonché requisiti fondamentali perché possa essere concesso un provvedimento d’urgenza.

Il primo consiste nell’apparenza del diritto a salvaguardia del quale si intende richiedere la tutela, la cui sussistenza deve apparire come verosimile e probabile alla luce degli elementi di prova esistenti prima facie. Il secondo consiste nel possibile pregiudizio che possa derivare al suddetto diritto nelle more del giudizio ordinario e, nel caso dei provvedimenti d’urgenza, viene identificato nel fondato timore che, in dette more, il diritto sia esposto ad un pericolo imminente ed irreparabile.

3. Nel caso di specie e compatibilmente con una delibazione necessariamente sommaria propria dell’odierna fase cautelare, il Tribunale ritiene che la domanda proposta sia dotata di entrambi i presupposti richiesti dalla legge per l’emissione del provvedimento di urgenza.

Come noto Facebook è un servizio online mediante il quale gli utenti di tutto il mondo possono entrare in contatto, condividere informazioni e discuterne tra loro nell’ottica, dichiarata dalla stessa Facebook, della libertà di espressione del pensiero (cfr. Standard della Community, all. 6 al ricorso).

La resistente evidenzia altresì che il servizio Facebook è utilizzato da oltre 2,8 miliardi di utenti in tutto il mondo ed è accessibile tramite diversi canali, tra i quali il sito web www.facebook.com e le applicazioni per dispositivi mobili e tablet: nessun dubbio pertanto può sussistere sul ruolo centrale e di primaria importanza ricoperto dal servizio di Facebook nell’ambito dei social network e sulla speciale posizione ricoperta dal gestore del servizio che, in Europa, è la resistente FACEBOOK IRELAND LTD.

Il servizio opera attraverso speciali Condizioni d’Uso che ne disciplinano i termini di utilizzo e regolano il rapporto tra ciascun utente italiano e Facebook Ireland e che ciascun utente, al momento della sottoscrizione del servizio tramite registrazione, si impegna ad accettare, utilizzare e rispettare (cfr. allegato 5 al ricorso): costituiscono parte integrante delle Condizioni i c.d. Standard della Community che descrivono “[…] gli standard in merito ai contenuti pubblicati su Facebook dall’utente e alle attività dell’utente su Facebook e sugli altri Prodotti di Facebook” (art. 5 Condizioni d’Uso) e che hanno la funzione di garantire la sicurezza e la salvaguardia del Servizio Facebook e della sua comunità in quanto esprimono i comportamenti consentiti e quelli non consentiti nell’ambito del servizio.

Il complesso delle regole derivanti dalle Condizioni d’Uso e dagli Standard della Community rappresentano quindi il regolamento contrattuale che l’utente, al momento della registrazione al servizio di Facebook, è tenuto ad accettare e rispettare.

In caso di violazione delle regole pattizie da parte dell’utente il suddetto regolamento contrattuale prevede l’irrogazione di misure qualificabili latu sensu quali sanzionatorie rappresentate (in ordine di crescente gravità) dalla rimozione di contenuti, dalla sospensione dall’utilizzo del Servizio Facebook e nei casi più gravi viene prevista la disabilitazione dell’account (sia temporanea che definitiva).

In particolare, merita segnalare un estratto dall’introduzione agli Standard della Comunità secondo cui “Le conseguenze per la violazione degli Standard della community dipendono dalla gravità della violazione e dai precedenti della persona sulla piattaforma. Ad esempio, nel caso della prima violazione, potremmo solo avvertire la persona, ma se continua a violare le nostre normative, potremmo limitare la sua capacità di pubblicare su Facebook o disabilitare il suo profilo” (cfr. allegato 6 al ricorso).

Ciò premesso in termini generali in ordine all’inquadramento della fattispecie sottesa all’odierna domanda cautelare, nel caso di specie sussiste il fumus boni iuris della domanda.

E’ infatti evidente il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook (o di altri social network ad esso collegati) con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (49 Cost.), al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento.

Ne deriva che il rapporto tra FACEBOOK e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto FACEBOOK, ricopre una speciale posizione: tale speciale posizione comporta che FACEBOOK, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finchè non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente.

Il rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali costituisce per il soggetto FACEBOOK ad un tempo condizione e limite nel rapporto con gli utenti che chiedano l’accesso al proprio servizio.

Conseguentemente ai principi sopra esposti, l’esclusione dei ricorrenti da FACEBOOK si pone in contrasto con il diritto al pluralismo di cui si è detto, eliminando o fortemente comprimendo la possibilità per l’Associazione ricorrente, attiva nel panorama politico italiano dal 2009, di esprimere i propri messaggi politici.

Sotto altro profilo FACEBOOK ha inoltre sostenuto di avere legittimamente adottato la misura della disabilitazione della pagina dell’Associazione e del suo amministratore perché essi, in violazione delle Condizioni d’Uso e degli Standard della Community (che vietano espressamente le organizzazioni che incitano all’odio), avrebbero divulgato contenuti di incitazione all’odio e alla violenza attraverso la promozione, nella pagine di Casapound, degli scopi e delle finalità dell’Associazione stessa (cfr. memoria FACEBOOK pag. 12).

In relazione a tale profilo il Tribunale osserva che non è possibile affermare la violazione delle regole contrattuali da parte dell’Associazione ricorrente solo perché dalla propria pagina sono stati promossi gli scopi dell’Associazione stessa, che opera legittimamente nel panorama politico italiano dal 2009.

La resistente a supporto della sua tesi evidenzia poi nella propria memoria di costituzione una serie di episodi connotati da atteggiamenti di odio contro le minoranze o violenza, che hanno visto quali protagonisti membri di Casapound i cui contenuti però non hanno trovato ingresso nella pagina FACEBOOK di Casa Pound ma sono stati tratti da articoli comparsi su quotidiani anche on line o da siti di informazione, comunque esterni a FACEBOOK.

Sotto altro aspetto è appena il caso di osservare che non è possibile sostenere che la responsabilità (sotto il profilo civilistico) di eventi e di comportamenti (anche) penalmente illeciti da parte di aderenti all’associazione possa ricadere in modo automatico sull’Associazione stessa (che dovrebbe così farsene carico) e che per ciò solo ad essa possa essere interdetta la libera espressione del pensiero politico su una piattaforma così rilevante come quella di FACEBOOK.

Non vi è dubbio infatti che le ipotesi di responsabilità oggettiva o “da posizione” nell’ordinamento italiano vadano interpretate restrittivamente.

Non possono inoltre essere considerate come violazioni dirette da parte dell’Associazione gli episodi citati dalla resistente nella memoria e riferiti a contenuti riguardanti la c.d. croce celtica o altri simboli, episodi che singolarmente non paiono infrangere il limite di cui si è parlato sopra e che infatti non hanno generato la disabilitazione dell’intera pagina ma la rimozione di singoli contenuti ritenuti non accettabili.

Né sono pertinenti i richiami alla giurisprudenza straniera effettuati da FACEBOOK atteso che dalla stessa prospettazione della resistente emerge che si è trattato di casi in cui la pagina veniva usata per promuovere un partito che perseguiva scopi contrari alla Costituzione, valutazione di merito che è senz’altro preclusa all’odierna resistente e che esula altresì dalla cognizione cautelare della presente fase.

Quanto al profilo relativo all’omesso avviso di disabilitazione della pagina, esso non è previsto in via preventiva dagli Standard della Community: il mancato riscontro della diffida dei ricorrenti può quindi al più rilevare nell’ottica della buona fede ma tale accertamento non rileva rispetto alla misure cautelari invocate in questa sede.

Con riferimento al periculum in mora, il preminente e rilevante ruolo assunto da FACEBOOK nell’ambito dei social network, anche per quanto riguarda l’attuazione del pluralismo politico rende l’esclusione dalla comunità senz’altro produttiva di un pregiudizio non suscettibile di riparazione per equivalente (o non integralmente riparabile) specie in termini di danno all’immagine.

In conclusione il ricorso va accolto e va ordinato a FACEBOOK l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia all’indirizzo https://www.facebook.com/casapounditalia/ e del profilo personale di Da. Di St., quale amministratore della pagina.

La misura inoltre va assistita dalla penale pari ad Euro 800,00 per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso.

La condanna alle spese del procedimento, liquidate come in dispositivo, segue la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, visto l’art. 700 c.p.c.:

– accoglie il ricorso e, per l’effetto, ordina a FACEBOOK IRELAND LIMITED l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia all’indirizzo https://www.facebook.com/casapounditalia/ e del profilo personale di Da. Di St., quale amministratore della pagina;

– fissa la penale di Euro 800,00 per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso;

– condanna FACEBOOK IRELAND LIMITED alla rifusione delle spese di giudizio sostenute da ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE CASA POUND ITALIA e DA. DI ST., liquidate in complessivi Euro 15.000,00, oltre spese generali ed accessori come per legge.

 


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