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Psicoanalisi: quando serve e come funziona

15 Febbraio 2020 | Autore:
Psicoanalisi: quando serve e come funziona

Cos’è la psicoanalisi; qual è il ruolo dello psicoanalista; come viene vissuto dal paziente il percorso analitico; quando si configura il reato di abusivo esercizio di una professione.

Come tutti sapranno, Sigmund Freud è il padre della psicoanalisi. Il nome psicoanalisi indica un procedimento per l’indagine dei processi psichici; un metodo terapeutico basato su tale indagine per il trattamento dei disturbi nevrotici; una serie di conoscenze psicologiche che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.

Il modello psicoanalitico comprende un insieme di costrutti teorici fondati sul funzionamento e sullo sviluppo della personalità. La vita psichica si svolge al di fuori della consapevolezza e del controllo del soggetto, in maniera inconscia. L’inconscio comprende contenuti psichici a cui non si può accedere se non in forma indiretta attraverso lapsus, sogni, sintomi psicopatologici.

L’origine dei conflitti inconsci risale ai primi anni di vita. Pertanto, il disturbo dipenderà dalle caratteristiche del paziente; dall’ambiente in cui ha vissuto; dalle sue esperienze e dalle difficoltà che si è trovato ad affrontare.

Psicoanalisi: quando serve e come funziona? La psicoanalisi ha una funzione di esplorazione e di analisi; ha lo scopo di ripercorrere la storia del paziente facendo emergere le rappresentazioni inconsce che dominano la sua vita: immagini di sé, paure, meccanismi di difesa, fantasie. Questo tipo di percorso consente al paziente una riorganizzazione del suo modo di vivere e di pensare. La psicoanalisi, spesso, richiede un lavoro impegnativo che può protrarsi per anni.

Cos’è il setting? Il setting definisce la cornice di un trattamento, presume l’uso di un lettino, la posizione distesa con l’analista seduto accanto. L’analista è neutrale; interviene raramente; non fornisce alcun consiglio; non manifesta assenso, dissenso, rassicurazione o apprezzamento; difficilmente risponde alle domande. Se vuoi saperne di più sull’argomento, prosegui nella lettura del mio articolo. A seguire, troverai l’intervista al dr. Maurizio Cottone, specialista in psicoterapia psicoanalitica; dopodiché, ti parlerò del reato di esercizio abusivo di una professione e di un’interessante pronuncia della Corte di Cassazione con riferimento all’attività dello psicoterapeuta.

Psicoanalisi: a cosa serve?

Il percorso psicoanalitico è sì un investimento economico, ma principalmente un investimento delle proprie risorse, investimento che sarà restituito al paziente in termini di potenzialità, in termini di realizzazione personale e/o professionale, superando quei blocchi o quelle cattive abitudini che lo portavano a compiere sempre gli stessi errori.

Perché ci si rivolge ad uno psicoanalista?

Si può consultare uno psicoanalista di fronte ai tanti motivi di insoddisfazione e preoccupazione nella vita privata e professionale: la sensazione di essere intrappolati in problemi senza una via d’uscita, la difficoltà nell’esecuzione dei compiti della vita quotidiana, la fine di un amore, la fatica o l’incapacità a creare e mantenere relazioni affettive, la sensazione di non farcela di fronte a malattie fisiche nostre o dei nostri cari. Ed ancora ci si può rivolgere ad uno psicoanalista per conoscerci di più, per capire cosa ci sta capitando quando ci sembra proprio di non capire più niente.

Psicoanalisi: come viene vissuta dal paziente?

Il percorso analitico può essere vissuto come un viaggio avvincente. Un percorso lungo, certo! Un percorso che, data la posta in gioco, non può durare solo un mese o alcuni mesi; un impegno che può durare anche anni, ma nel momento in cui il paziente decide di intraprenderlo, incomincia a stare meglio e lo prosegue.

Un percorso che offre la possibilità di sentirsi non più una persona fragile, mossa dal vento; una persona che si orienta in base allo sguardo o alle suggestioni di qualcuno considerato autorevole: che sia il genitore, l’insegnante, il capoufficio, il datore di lavoro, il politico. Ed è proprio da questo tipo di vissuto di dipendenza che nasce in molti il timore del dovere dipendere dall’analista per iniziare un percorso, nel dovere passare da una dipendenza ad un’altra, per stare meglio.

Un analista preparato sa che bisogna lavorare su questo bisogno di dipendenza affettiva, su questa “congenita” paura del paziente di non farcela da solo. Quindi, il lavoro iniziale da intraprendere con tali pazienti è quello di trasmettere loro una possibilità alternativa trovando insieme, lungo il percorso, i loro “unici” strumenti per uscire da questa “dipendenza”, per sentire che possono farcela da soli.

Cosa rappresentano i sogni?

Per lo psicoanalista, i sogni sono lo scrigno prezioso dei movimenti e desideri inconsci del paziente: indicano alla coppia analitica una strada conoscitiva lastricata di pepite d’oro.

Adolescenti in analisi: cosa si aspettano i genitori?

Solitamente, i genitori accompagnano i loro figli adolescenti in analisi sperando che lo psicoanalista li cambi secondo un loro modello, ovviamente fallimentare, visto che sono finiti insieme ai loro figli in uno studio medico. Altri genitori sperano che lo psicoterapeuta “curi” il loro povero figliolo malato, affetto da qualche disturbo. Insomma, lo guarisca.

Perché gli adulti ricorrono alla psicoanalisi?

Gli adulti che chiedono un consulto, spesso, lo fanno perché si credono inadeguati, “guasti”, bisognosi di essere curati, di apparire normali agli occhi del gruppo famigliare più o meno allargato. Qualcosa da correggere, appunto. Niente di più sbagliato! la psicoanalisi non ti cambia, non ti fa diventare “più sano”.

La psicoanalisi è un modello rivoluzionario perché ti aiuta a ribellarti da tutte quelle proiezioni che la famiglia (in primis) ti getta o ti ha gettato addosso. Proiezioni che ti porti dentro anche a 50 anni, anche sposato con figli, anche con i genitori morti da un pezzo.

Perché anche se ti ribelli, o ti sei ribellato, o continui a ribellarti, credi in fondo in fondo che questi parenti, con il loro modello disfunzionale, patologico, buono per loro ma non per te, credi che in fondo loro hanno ragione. Che tu sei il problema, l’anello debole, la pecora nera. Che proprio tu devi normalizzarti.

Qual è il compito dello psicoanalista?

Se lo psicoanalista non ha compreso che il percorso “terapeutico” non guarisce (perché non c’è nessuna malattia), ma aiuta solo a prendere decisioni che ti fanno stare meglio, decisioni che non saresti mai stato in grado di prendere prima; se egli non è profondamente convinto di ciò, non potrà mai aiutare veramente il paziente.

Se egli, per primo, non è convinto che i suoi “esecrabili” difetti non sono scomparsi per incanto, ma fanno parte della sua intima esistenza, e che tuttavia ne ha preso coscienza ed è in grado di gestirli, come può egli trasmettere la convinzione riguardo la bontà di tale percorso al paziente? Se non ha per primo “fede” nel metodo, come può il paziente dubbioso provare ad iniziare un percorso con lui, anche solo per capire se quello che dice e/o trasmette, è vero?

Quando un percorso psicologico può ritenersi concluso con successo?

Lungo questo cammino, le parti fragili, neonate, del paziente iniziano a crescere, andare a gattoni, poi camminare, fino ad allontanarsi lentamente dalla figura di riferimento professionale. Infine, egli può inoltrarsi tranquillo, da solo, nel “suo” percorso di vita.

Come con un bambino che cresce, e prima diventa adolescente, poi adulto, arriva il momento in cui il paziente, con questi nuovi aspetti dapprima sconosciuti, a un certo punto vuole farcela da solo, salutare, lasciare la terapia.

In questo caso, il lavoro analitico si conclude felicemente, perché è importante essere in due a prendere tale decisione, essere in due a capire che l’esperienza di conoscenza, e non di cura, rimarrà nella vita del paziente e nel nostro ricordo, per sempre.

Per il paziente che conclude felicemente l’analisi, procura una grande forza accorgersi che quella persona esperta di emozioni che è stata al suo fianco per un certo periodo della vita, non ha usato quella dipendenza affettiva che lo tormentava per manipolarlo, ma l’ha trasformata insieme al paziente stesso in “autonomia soggettiva”.

C’è un caso che vuole condividere con i nostri lettori?

Vorrei condividere con voi un caso a cui sono legato, anche perché si intreccia con alcune questioni legate alla mia storia “personale”. È il caso di Karen. Quando mi parlarono di Karen fui attraversato da un fiume di emozioni. Una ragazza, ventuno anni, ricoverata in un ospedale psichiatrico dopo il terzo tentativo di suicidio. Karen giunse al primo colloquio accompagnata dalla madre e dalla nonna materna. Entrò da sola nella stanza di analisi. Il suo passato era pieno di sensi di colpa per gli aborti e per la sua vita sregolata. Spesso, pensava che fosse anche dovuto alla famiglia, la mamma che c’era e non c’era, suo padre che era parecchio “sfocato”. Si era diplomata a fatica alle magistrali, poi aiutava suo padre in ufficio. La sua vita era confusa.

A 15 anni, ebbe una storia che le aveva fatto molto male, rimase subito incinta e sua madre l’aveva quasi costretta ad abortire. Rimase traumatizzata e, poi, iniziò a bere. Abortì altre due volte: a 18 anni, rimase incinta di un tossicodipendente e a 20 anni di un 35enne conosciuto in un pub che le confessò solo dopo di essere sposato e di avere già un figlio.

Nei colloqui successivi, la paziente continuò a raccontarmi la propria vita, cercando di fare un quadro abbastanza completo degli avvenimenti più significativi. Mi parlò di tre precedenti tentativi di suicidio, per taglio delle vene, successivi agli aborti.

Avvertiva con un certa persecutorietà le mie osservazioni, si lamentava del mio silenzio, della mia “distanza”, ma avevo la sensazione che in tal modo fosse lei stessa ad esprimere la preoccupazione di una possibile eccessiva intimità.

Com’era il rapporto con sua madre?

Il rapporto con la madre, conflittuale, era sempre stato caratterizzato da rivalità. Ciò l’avrebbe portata a tentare di superarla rimanendo prematuramente gravida per poi, attraverso e a causa degli aborti successivi, tentare il suicidio. In tal modo, credo che la paziente non solo recuperava l’attenzione del padre, ma poteva anche sottrarsi alla preoccupazione angosciosa di non riuscire a corrispondere alle sue aspettative. Mi sembra probabile che anche questo aspetto era presente nella nostra relazione: forse anche con me temeva di non riuscire a comunicare. Le avevo prospettato un lavoro a lungo termine. Le proposi tre sedute settimanali, per lavorare meglio sulla relazione oggettuale e l’uso del lettino.

Dopo qualche mese dall’inizio della psicoterapia ecco comparire gli odori dell’infanzia, i colori, le luci, i suoni. Gli intervalli estetici che i corridoi scenici del teatro del sé indicano, quei corridoi scenici che avvolgono la storia, e la placano.

A cosa ricollega il momento del break down?

E’ plausibile considerare l’età dei quindici anni, quella del primo aborto, come il momento del break down. La paziente tentò di farmi vivere, controtransferalmente, questa sua posizione. Rileggendo le sedute trascritte negli anni passati, mi sono trovato ad osservare il delicato e faticoso lavoro di oggetto soggettivante che ho svolto, attraverso una costante funzione di contenimento e accudimento, fiducioso nelle risorse interne della paziente.

E’ stato estremamente formativo lavorare con Karen. Mi accorgevo che non era necessario alcun furore terapeutico ma, al contrario, risultava indispensabile un continuo lavoro controtransferale che mi permettesse di avvicinare delicatamente la sofferenza della paziente, attraverso un ascolto discreto.

Come si comportava nei confronti della paziente?

Cercavo di mantenere un assetto flessibile e controllato, alternavo interventi di contenimento, di sostegno e di chiarimento, con caute ricostruzioni della sua storia personale. Karen costantemente suscitava in me sentimenti e stati d’animo contrassegnati da angoscia, irritazione, insofferenza e sconforto.

Una svolta importante nella psicoterapia avvenne quando mi accorsi che la temevo, temevo che si potesse alzare dal lettino e dirigersi verso di me. La storia di Karen è una storia di privazioni, di abbandoni.

Per la funzione di contenimento che si andava sviluppando in seduta, apparve importante anche la possibilità di creare un setting parallelo. La psicoterapia a cui si sottopose la madre permise di ridurre, anche nel reale, il disfunzionamento della coppia genitoriale. Ciò portò ad una riduzione degli agiti, in particolare durante le interruzioni settimanali della psicoterapia.

Che tipo di terapia ha adottato con la madre della paziente?

Nella terapia di sostegno alla signora, che durò poco più di un anno, emersero fatti sorprendenti, che mi furono riferiti dopo la conclusione della psicoterapia di Karen. La madre, donna concreta e di una certa freddezza, ebbe da subito un rapporto matrimoniale insoddisfacente. Sposata con un ragioniere, uomo passivo e abbastanza insignificante, nei primi tempi del matrimonio, per problemi economici, fu costretta ad abitare con la suocera. Il rimanere incinta di un uomo che non amava ed i conflitti irrisolti con la propria madre, definita persona fredda e insensibile, con cui aveva rotto i rapporti- scateneranno una segreta depressione nella donna, che ebbe fantasie di suicidio durante la gestazione, e dopo la nascita di Karen.

La signora rifiutava la maternità e, di fatto, affidava la figlia alla suocera. Instaurò una relazione sentimentale con un uomo sposato, cosa di cui Karen rimarrà sempre all’oscuro. Dopo la morte della suocera, però, la signora confessò al marito questo rapporto, che si era protratto fino alla morte dell’amante, di venti anni più grande. Nonostante l’ufficializzazione della relazione, né la signora, né il marito trovarono la forza per separarsi.

Per contro si può ipotizzare che il padre, accettata passivamente la relazione extraconiugale della moglie, avesse cercato conforto e vendetta creando una complicità collusiva con la figlia. Questo seppur breve supporto parallelo, contribuì a modificare notevolmente la qualità del rapporto madre-figlia e favorire una maggiore capacità di integrazione degli elementi perturbanti che la paziente tendeva ad espellere.

Quando avete interrotto il percorso di analisi?

Karen ha avviato una relazione stabile con un ragazzo di qualche anno più grande, separato e con un figlio di otto anni. Si confrontò con le enormi gelosie che la presenza, sullo sfondo, di una rivale (la ex-moglie) suscitavano in lei, d’altra parte si avvicinava al bambino con la curiosità e il desiderio di cimentarsi in un ruolo nuovo. Poi, Karen mi comunicò di essere rimasta incinta di Luca. Dopo aver interrotto per un periodo le sedute, Karen propose di darci un tempo per concludere, voleva mettersi alla prova autonomamente.

Ad un anno dalla conclusione, Karen mi telefonò e venne allo studio per salutarmi; era insieme a Mirko, il suo simpatico bambino. Giusto il tempo per dirmi che le cose procedevano discretamente, a volte non si sentiva capita da Luca e rivendicava maggiore attenzione. Provava nostalgia per i nostri incontri, sentiva comunque di potercela fare da sola e mi ringraziò per il lavoro svolto. Io la ascoltai con tenerezza, mentre con lo sguardo seguivo anche le azioni di Mirko che, nel frattempo, cercava di mettermi a soqquadro lo studio.

Reato di esercizio abusivo di una professione

Dopo l’intervista al dr. Maurizio Cottone, ora ti parlerò del reato di esercizio abusivo di una professione e di una pronuncia della Suprema Corte a proposito dell’attività di psicoterapeuta.

Il Codice penale [1] stabilisce che è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni con la multa da 10mila a 50mila euro, colui che esercita abusivamente una professione, ossia esercita la professione in mancanza dei requisiti richiesti dalla legge, come il mancato conseguimento del titolo di studio, il mancato superamento dell’esame di Stato per ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione o la mancata iscrizione presso l’apposito albo professionale.

In una pronuncia, la Cassazione [2] ha stabilito che, ai fini della sussistenza del reato di esercizio abusivo di una professione [1], l’esercizio dell’attività di psicoterapeuta è subordinato a una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale e all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti).

L’attività dello psicanalista necessita di particolare abilitazione statale, in quanto non può essere annoverata fra quelle libere previste dall’art. 2231 del Codice civile. La Corte ha aggiunto che «non può ritenersi che il metodo “del colloquio” non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica, con conseguente configurabilità del contestato reato ex art. 348 c.p. in carenza delle condizioni legittimanti tale professione».

note

[1] Art. 348 cod. pen.

[2] Cass. pen. sez. VI n.14408 del 23.03.2011.


2 Commenti

    1. La psicoterapia è una pratica terapeutica che consiste nel trattamento dei disturbi mentali o dei problemi psicologici. Accanto alla psicoterapia individuale (che è quella maggiormente diffusa), tra i vari approcci esistono anche forme di psicoterapia rivolte alla famiglia, alla coppia, a un gruppo di persone.Esistono delle caratteristiche di base comuni a qualsiasi tipo di psicoterapia come: la relazione interpersonale fra paziente e terapeuta e un’alleanza ad esclusivo beneficio del paziente; un insieme di tecniche che definiscono il modo di operare del terapeuta; la proposta del terapeuta di nuove prospettive in grado di dare un senso ad emozioni confuse e indefinite.L’intervento terapeutico può avere diverse finalità come: far fronte ad una situazione di emergenza, ad un momento di crisi, a situazioni di difficoltà psicologica transitoria o ad un evento traumatico (come un lutto, uno stupro, un divorzio); prevenire le possibili ricadute; favorire la crescita personale attraverso il cambiamento di aspetti strutturali della persona; fronteggiare una condizione psicopatologica in atto ed i sintomi ad essa connessa (come il trattamento del disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo di panico, l’anoressia nervosa).

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