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Un genitore può cacciare di casa un figlio?

17 Gennaio 2020
Un genitore può cacciare di casa un figlio?

Posso buttare fuori di casa mio figlio se maggiorenne e magari pericoloso o violento?

Quando è troppo è troppo. La convivenza può diventare difficile anche con un figlio, specie se adulto e nullafacente. Non una sola madre, seppur a malincuore, si è già chiesta: posso buttare fuori di casa mio figlio? 

Non ci sono solo le situazioni di figli drogati e pericolosi, ma anche i conflitti di tutti i giorni. Magari proprio la presenza del figlio, se percettore di reddito, potrebbe pregiudicare il genitore superstite dal chiedere prestazioni socio-assistenziali visto che, nell’Isee, viene computata la ricchezza di tutti i conviventi. 

Cerchiamo di capire allora se un genitore può cacciare di casa un figlio.

Si può cacciare di casa un figlio minorenne?

I genitori hanno l’obbligo di mantenere e assistere i figli finché non raggiungono l’indipendenza economica, situazione questa che potrebbe verificarsi anche dopo il raggiungimento della maggiore età.

Non è, però, solo una questione economica. Fino a 18 anni, infatti, i ragazzi sono privi della cosiddetta «incapacità d’agire», non possono cioè concludere contratti e obbligarsi. Il che significa che a tutte le loro questioni legali ci devono pensare i genitori che li rappresentano. Peraltro, madre e padre sono altresì responsabili – da un punto di vista civile – dei danni prodotti dai figli, il che li obbliga a tenerli “sotto controllo”, non certo chiusi a chiave, ma ad impartire loro la giusta educazione al rispetto delle regole giuridiche e sociali. Leggi sul punto: fino a che età i genitori sono responsabili dei figli.

Ma quali sono le leggi che impongono ai genitori di mantenere i figli e che vietano di cacciarli di casa? La prima norma è contenuta nella Costituzione [1] che recita nel seguente modo: « È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio».

Poi c’è il Codice civile [2] che stabilisce: «Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni». La stessa norma è stata poi estesa dalla giurisprudenza anche alle coppie non sposate (fenomeno che ancora non era in uso nel 1942, quando fu scritto il Codice).

Ma la norma più importate che regola i doveri e i diritti dei genitori verso i figli è un’altra, anch’essa contenuta nel Codice civile [3]. Ecco cosa dice: «Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni».

«Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti».

«Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Da quanto appena detto, si può facilmente comprendere che un genitore non può mandare via di casa un figlio minorenne, anche se già lavora. 

L’unica eccezione è costituta dalla cosiddetta emancipazione. Secondo il Codice civile, è considerato minore emancipato colui che abbia compiuto i 16 anni, ma non ancora i 18, che sia stato ammesso dal tribunale per i minorenni a contrarre matrimonio. In tal caso, il tribunale, su istanza dell’interessato, accertata la sua maturità psicofisica e la fondatezza delle motivazioni rilevate nell’istanza, sentito il pubblico ministero, i genitori oppure il tutore può, con decreto, ammettere il minore a contrarre matrimonio. L’emancipazione conferisce al minore la capacità di compiere gli atti che non eccedono l’ordinaria amministrazione. 

Si può cacciare di casa un figlio maggiorenne?

Non solo perché divenuto maggiorenne, un figlio può essere cacciato di casa. Come detto sopra, sono due le condizioni per liberare i genitori dall’obbligo di mantenimento:

  • il raggiungimento della maggiore età;
  • il raggiungimento di una indipendenza economica stabile (non un breve contratto precario o una retribuzione di poche centinaia di euro).

Se il figlio, quindi, dovesse trovare un’occupazione confacente alle proprie capacità e al percorso di studi per il quale si è formato, può finalmente costituire un nucleo familiare a parte, andare a vivere da solo e, in definitiva, essere cacciato di casa dal padre e dalla madre.

Quindi, un giovane che si sta laureando in medicina e che, per mantenere gli studi, fa il barman la sera, non può considerarsi indipendente. Né lo si può considerare per il solo fatto che, con la specializzazione, percepisce un minimo reddito. Un laureato in legge che, in attesa di conseguire il titolo di avvocato, lavori in un call center, non si considera “indipendente”. Ma se abbandona ogni velleità per la libera professione e si accontenta di un posto fisso, anche non correlato alla propria formazione, allora perde il diritto ad essere mantenuto dal padre e dalla madre. 

Peraltro, una volta raggiunta l’autonomia economica, diventano irrilevanti tutti gli eventi sopravvenuti. Se cioè il giovane dovesse perdere il lavoro pochi mesi dopo l’assunzione, a seguito di un licenziamento o delle dimissioni, oppure dovesse decidere di chiudere l’attività imprenditoriale, non potrebbe poi richiedere ai genitori di essere nuovamente mantenuto da loro e riospitato a casa. Ormai, si è interrotto ogni legame. 

In sintesi, possiamo così distinguere due ipotesi:

  • figli maggiorenni non autosufficienti: hanno il diritto a vivere a casa dei genitori e di essere da questi mantenuti;
  • figli maggiorenni autosufficienti: possono essere cacciati fuori di casa.

Leggi: i genitori possono cacciare fuori di casa il figlio?

In ogni caso, se il genitore vuol mandare via di casa il figlio non può farlo all’improvviso (cosa che altrimenti integrerebbe uno spossessamento, vietato dalle norme civili del nostro ordinamento), ma deve dargli il tempo per trovare una nuova collocazione. Questo diritto è riconosciuto non solo ai figli, ma a chiunque conviva abitualmente con il titolare dell’immobile (quindi, anche il partner o, addirittura, la badante full time).

Si può cacciare di casa un figlio maggiorenne violento?

Eccezionalmente, si può mandare via di casa un figlio anche non indipendente sotto il profilo economico se questi è violento. Il Codice civile [4] prevede i cosiddetti ordini di protezione contro abusi familiari di cui abbiamo già parlato, in modo approfondito, nella guida allontanare fratello da casa: è possibile?

In pratica, ogni volta in cui la condotta di un convivente (quindi, quella di un marito o di una moglie, di un genitore, di un figlio o di un fratello) costituisce un danno all’integrità fisica o morale alla libertà degli altri familiari conviventi, si può ricorrere in tribunale e chiedere al giudice di adottare uno dei cosiddetti «ordini di protezione». Si tratta di un comando impartito al convivente pericoloso con cui gli si intima di cessare la condotta illecita ed, eventualmente, di allontanarsi dalla casa comune. Il magistrato può “personalizzare” tali ordini ampliandone il contenuto, ad esempio ordinando al colpevole di non avvicinarsi ai luoghi frequentati di solito dal ricorrente (in particolare, al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine, oppure al domicilio di altri prossimi congiunti ecc.). 

Agli ordini di protezione si ricorre soprattutto in caso di violenza domestica, quella cioè che si consuma nelle relazioni familiari. Ad esempio, potrebbe ricorrervi anche la moglie nei confronti del marito che grida e picchia i figli, che si ubriaca in casa ed è per la prole di cattivo esempio. O anche la stessa donna molestata dal coniuge. Ma vi rientrano anche le violenze psicologiche. La norma, pertanto, assicura la protezione, ad esempio, ai genitori anziani maltrattati dai figli maggiorenni, spesso tossicodipendenti [5].

Grazie agli ordini di protezione è possibile così allontanare da casa un convivente violento e pericoloso. 

note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Art. 147 cod. civ.

[3] Art. 315-bis cod. civ.

[4] Art. 342 bis e ter cod. civ.

[5] Trib. Milano sent. del 27.11.2002.


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