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Le Poste possono modificare il rendimento dei buoni?

19 Gennaio 2020 | Autore:
Le Poste possono modificare il rendimento dei buoni?

Variazione tassi interesse buoni fruttiferi postali: quando è possibile? Si può cambiare il rendimento dei buoni già emessi? Vale il timbro apposto sul retro?

Uno dei prodotti che ha fatto la storia delle Poste italiane è senza ombra di dubbio quello rappresentato dai buoni fruttiferi postali. Un tempo, non c’era italiano che non avesse depositato un po’ di risparmi presso le Poste in cambio dell’emissione di un buono postale. Ciò si spiega col fatto che, molti anni fa, i buoni avevano un tasso di interesse davvero vantaggioso. Col tempo le cose sono cambiate e i buoni sono diventati sempre meno convenienti. Ti sei mai chiesto se le Poste possono modificare il rendimento dei buoni?

È risaputo che, negli anni, gli interessi riconosciuti ai clienti sono divenuti sempre più esigui; il problema che intendo affrontare con questo articolo, però, è leggermente diverso e riguarda la possibilità, per le Poste italiane, di variare il tasso d’interesse inizialmente attribuito al buono fruttifero in sede di emissione. Si tratta di un comportamento legittimo? Come tutelarsi? Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se le Poste possono modificare il rendimento dei buoni fruttiferi.

Buoni fruttiferi postali: cosa sono?

Prima di vedere se le Poste possono modificare il rendimento dei buoni fruttiferi, è bene che ti spieghi cosa sono i buoni emessi dalle Poste. Come saprai, il buono postale (cartaceo o dematerializzato che sia) viene emesso a fronte di un deposito di danaro: il cliente versa una somma a sua scelta e le Poste rilasciano il buono all’interno del quale v’è scritto l’importo che è stato consegnato e i riferimenti alla tipologia di titolo rilasciato.

Per essere ancora più precisi, dobbiamo dire che i buoni fruttiferi postali sono titoli garantiti direttamente dallo Stato ed emessi dalla Cassa depositi e prestiti, società per azioni a partecipazione statale controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Dunque, a differenza dei titoli che puoi sottoscrivere presso altri istituti di credito, i buoni fruttiferi postali sono garantiti dallo Stato: essi sono pertanto strumenti finanziari equiparabili ai Buoni del Tesoro (Bot) ma, a differenza di questi ultimi, la cui oscillazione sul mercato può comportare dei rischi per l’investitore, sono sicuri perché sono sempre rimborsati al loro valore nominale: in altre parole, il capitale versato viene sempre restituito.

Buoni postali: perché sono fruttiferi?

Caratteristica fondamentale dei buoni è quella di essere fruttiferi, cioè di produrre interesse. A ogni tipologia di buono sottoscritto la legge attribuisce un rendimento: in genere, più tempo ci si impegna a tenere depositati i soldi, maggiore è il tasso d’interesse riconosciuto al cliente.

Un buono dunque è fruttifero per tutto il periodo di tempo (a volte anche decenni) durante il quale produce interessi a favore di chi l’ha sottoscritto. È proprio questo il punto che ci interessa: le Poste possono modificare il rendimento dei buoni?

Buoni postali: si può modificare il tasso d’interesse?

Rispondiamo ora a questa domanda: è possibile modificare il tasso d’interesse dei buoni fruttiferi postali?

La più importante variazione del tasso di interesse che i buoni fruttiferi postali hanno subito risale al 1986: in quell’anno, un decreto ministeriale [1] convertì i tassi di interesse della serie “O” e della serie “P” in quelli della serie “Q”, meno vantaggiosi.

E così, mentre un buono fruttifero postale serie “P” prevedeva un tasso di interesse crescente, per scaglioni di detenzione, dal nove al quindici per cento, con la trasformazione in serie “Q” avrebbe previsto un tasso minore dall’otto al dodici per cento.

Dunque, le Poste possono senz’altro modificare il rendimento dei buoni qualora la legge lo consenta; quello che a noi interessa, però, è se tale modifica può avvenire anche dopo l’emissione dei buoni. In altre parole, è possibile variare il rendimento di un buono già sottoscritto? Scopriamolo insieme.

Poste: possono modificare il rendimento dei buoni emessi?

Ora, posto che lo Stato può senz’altro intervenire modificando il tasso d’interesse dei buoni da emettere, ciò che a noi interessa è se, invece, è possibile modificare il rendimento dei buoni già emessi, cioè dei titoli che sono già in circolazione a un tasso d’interesse diverso (in genere, maggiore).

Ad esempio, chi ha sottoscritto un buono ordinario serie “P” potrà chiedere, al momento della riscossione, gli interessi così come stabiliti nella tabella posta a tergo del titolo, oppure si vedrà applicato il tasso minore, così come imposto dalla variazione stabilita dal decreto ministeriale citato nel paragrafo precedente?

La questione non è di poco conto, visto che la riduzione del tasso d’interesse comporta una differenza, tra un buono e l’altro, di migliaia di euro. La  legge [2], nel riconoscere all’ente emittente la possibilità di variare i tassi di rendimento, estende l’applicabilità delle modifiche sopravvenute anche ai buoni già collocati, prevedendo che la tabella presente sul retro degli stessi ed indicante lo sviluppo del rendimento debba ritenersi integrata con quella che è a disposizione dei titolari dei buoni stessi presso gli uffici postali.

Di conseguenza, le Poste possono modificare il rendimento dei buoni, anche se emessi prima del decreto che ne ha modificato (al ribasso) la portata.

Cassazione: come funziona la modifica del rendimento dei buoni?

Quanto appena detto nel paragrafo precedente è stato confermato anche da una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite nel 2019 [3].

Secondo questa pronuncia, le variazioni peggiorative dei tassi d’interesse applicabili ai buoni fruttiferi postali si applicano retroattivamente anche a quelli già in circolazione: ciò significa che, chi prima del 1986 ha sottoscritto un buono ordinario serie “P” oppure seria “O”, oggi se lo vedrà rimborsato con i tassi (inferiori) previsti per la serie “Q”.

Tanto vale per tutti i buoni emessi fino al 1999, anno in cui è stata abrogata [4] la norma che consente allo Stato di modificare come meglio crede i tassi di interesse dei titoli postali.

D’altronde, specifica la Suprema Corte, a fronte della variazione del tasso di interesse è consentita al risparmiatore la scelta di chiedere la riscossione dei buoni, ottenendo gli interessi corrispondenti al tasso originariamente fissato, ovvero quella di non recedere dall’investimento e accettare la variazione dei tassi.

Inoltre, la Corte di Cassazione ha specificato che le Poste non sono nemmeno tenute a comunicare tale modifica, essendo sufficiente la pubblicazione del decreto modificativo nella Gazzetta ufficiale.

Buoni postali: cosa succede se c’è il timbro sul retro?

Abbiamo chiarito che, purtroppo, le Poste possono modificare il rendimento dei buoni fruttiferi già in circolazione. Quindi, chi ha sottoscritto un buono prima del 1986 (anno di emissione del decreto modificativo dei tassi d’interesse) si potrà vedere applicato un rendimento inferiore a quello previsto nella tabella posta sul retro del titolo.

Il problema, in teoria, non dovrebbe porsi per i buoni successivi al 1986, i quali dovrebbero essere automaticamente adeguati alle nuove percentuali.

Tuttavia, è accaduto non poche volte che i titoli cartacei non venissero adeguati ai nuovi tassi, lasciando quindi sul retro le vecchie percentuali (cioè, quelle antecedenti al giugno 1986). Come comportarsi in questo caso?

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione [5], la quale ha stabilito che:

  • se sul retro del buono le tabelle sono state aggiornate, anche mediante apposizione del timbro da parte delle Poste, allora è legittima l’applicazione dei nuovi e diversi tassi di interesse per come modificati dall’intervenuto decreto ministeriale;
  • se, al contrario, il titolo riporta ancora la tabella con i vecchi interessi e non risulta alcun timbro, allora il risparmiatore ha pieno diritto al rimborso del capitale ed interessi per come risultanti dal titolo originario. In pratica, prevalgono i tassi di interessi non aggiornati presenti sul retro anziché quelli nuovi previsti dalla legge.

La Corte di Cassazione [6] ha pertanto stabilito che al risparmiatore si applicano i tassi di interesse e, più in generale, le condizioni stabilite sul retro del buono al momento della sottoscrizione, non essendo possibile una modifica peggiorativa in corso di rapporto.

Eccezione a questa regola si ha solamente nel caso in cui le Poste Italiane, al momento della sottoscrizione del buono, abbiano apposto sul retro il timbro con cui la tabella degli interessi viene aggiornata ai nuovi tassi.

Buoni postali: quando il rendimento è superiore alla norma?

Molti risparmiatori si sono trovati tra le mani i vecchi buoni fruttiferi postali trentennali sul cui retro era stato apposto il timbro di variazione dei tassi d’interesse solamente per i primi venti anni.

in pratica, è accaduto che sui buoni fruttiferi postali serie Q/P il timbro modificativo della tabella degli interessi apposto sul retro non dica come devono essere calcolati gli interessi a partire dal 21esimo anno. Insomma: l’aggiornamento fatto dalla Poste riguarda soltanto gli scaglioni fino al 20esimo anno, nulla dicendo su cosa debba accadere successivamente.

Sul punto si era già espresso l’Arbitro Bancario Finanzario che aveva dato ragione ai consumatori: in assenza di specificazione da parte del timbro, si applicano le condizioni previste dalla tabella originaria. Pertanto, devono essere riconosciute le condizioni contrattualmente convenute e descritte sui titoli stessi; nello specifico, deve essere riconosciuto a vantaggio del ricorrente dal 21° al 30° anno il rendimento stampato originariamente a tergo del titolo [7].

Tale orientamento è stato confermato dal tribunale di Milano [8] il quale ha stabilito che per gli interessi sui buoni fruttiferi postali fa fede la tabella sul retro del titolo anche se il rendimento risulta superiore a quanto normativamente previsto perché non sono state aggiornate le previsioni a tergo: resta vincolante fra le parti del contratto la promessa di condizioni differenti e più favorevoli per il risparmiatore.

In pratica: come sapere quale rendimento si applica ai buoni?

Tirando le fila di quanto detto finora, possiamo distinguere due ipotesi diverse:

  • modifica del rendimento dei buoni emessi prima del 1986;
  • modifica del rendimento dei buoni emessi dopo il 1986.

Nel caso di buoni emessi prima del 1986, l’aggiornamento ai nuovi tassi d’interesse è automatico, secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza a Sezioni Unite del 2019. In altre parole, a chi ha sottoscritto un buono prima della riforma del 1986 si applica automaticamente il nuovo rendimento, anche se sul retro del buono c’è una tabella che ne indica uno diverso (più alto).

Nel caso di buoni emessi dopo il decreto del 1986, le Poste possono variare il tasso d’interesse, ma soltanto se tale modifica risulta sul retro del buono sottoscritto, anche mediante apposizione di un timbro che adegua l’originaria tabella degli interessi a quella successivamente prevista dalla legge.

Se il timbro di adeguamento apposto sul retro del buono non è completo, nel senso che prevede una variazione del tasso di interesse solamente per una parte del periodo durante il quale il buono è fruttifero (venti anni sui trenta previsti originariamente dalla tabella, come è avvenuto nel caso affrontato dal tribunale di Milano), allora i nuovi interessi avranno validità solamente per il periodo individuato dal timbro, mentre per i restanti anni si applicherà il tasso d’interesse prevista dall’originaria tabella presente sul retro del buono.

Dunque, se trent’anni fa, dopo l’entrata in vigore del decreto del 1986, hai sottoscritto un buono postale fruttifero serie P, potrai avere queste situazioni:

  • se sul retro del buono non c’è alcun timbro postale, valgono gli interessi originari stabiliti nella tabella (quelli in vigore prima del 1986, in pratica);
  • al contrario, se sul retro, sulla tabella originaria, è stato apposto il timbro delle Poste con cui i tassi di interesse sono ridotti, allora si applicheranno questi interessi, prevalenti su quelli stampati originariamente sul retro;
  • se a tergo dei buoni è stato apposto un timbro con gli interessi soltanto per i primi vent’anni di durata dei titoli, nulla disponendo per i successivi dieci, allora per il rimanente decennio si applicheranno i tassi precedenti e più favorevoli.

Per i buoni fruttiferi postali emessi prima del 1986, è legittima la variazione del tasso di interesse disposta con decreto ministeriale sui buoni già emessi, la cui conoscenza da parte del risparmiatore è assicurata mediante pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Per i buoni fruttiferi postali emessi dopo il 1986, il rendimento è quello indicato sul retro del buono, anche se aggiornato con timbro successivamente apposto. In caso di contrasto tra il saggio di interesse previsto a tergo del titolo e quello previsto dalla legge, prevale il primo più favorevole al cittadino.

note

[1] Decreto ministeriale del 13.06.1986.

[2] Art. 173, DPR n. 156/73, modificato dalla Legge n. 588/74.

[3] Cass., sez. un., sent. n. 3963 del 11.02.2019.

[4] D. lgs. 284/1999.

[5] Cass., sez. un., sent. n. 13979 del 15.06.2007.

[6] Cass., sent. n. 4761/2018.

[7] Arbitro Bancario Finanziario Milano, decisione n. 475 del 23/01/2013; decisione n. 5998 del 29 giugno 2016.

[8] Trib. Milano, sent. n. 91/2020, pubblicata il 17 gennaio 2020.


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