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Divieto di caccia: ultime sentenze

4 Febbraio 2020
Divieto di caccia: ultime sentenze

Le ultime sentenze su: segnalazione del divieto di caccia; tabellazione della zona; onere della prova della PA; presunzione di conoscenza a carico del trasgressore; ingnoranza e consapevolezza del divieto caccia; divieto di esercizio venatorio in area protetta.

Divieto di caccia e tabellazione della zona

Qualora in una determinata zona viga un divieto di caccia, se l’ente pubblico provvede alla tabellazione della zona, tale divieto di caccia di presume noto e la P.A. non deve dimostrare la sua conoscenza da parte del trasgressore.

Senza la tabellazione, invece, è la P.A. che deve dimostrare che, nonostante tale mancanza, il trasgressore fosse a conoscenza del divieto (sulla base di elementi di fatto quali, a titolo esemplificativo, la conoscenza della zona dovuta al dimorare nella medesima o in luoghi prossimi ad essa, l’abituale esercizio della caccia in quei siti, la preesistenza di cartelli successivamente rimossi o danneggiati e, in genere, le peculiari modalità dell’azione).

Tribunale Firenze sez. II, 25/06/2019, n.2025

La segnalazione del divieto di caccia 

La necessità di segnalazione del divieto di caccia mediante regolare tabellazione, crea una presunzione di conoscenza a carico del trasgressore che solleva l’accusa dell’onere di dimostrare la conoscenza della proibizione.

Cassazione penale sez. III, 21/03/2018, n.31380

Possibilità della caccia nei parchi

Restituzione al giudice rimettente degli atti relativi alla questione di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 1, l. prov. Trento 9 dicembre 1991, n. 24, e dell’art. 8, comma 1, della stessa l. prov. Trento n. 24 del 1991, in combinato disposto con l’art. 44, comma 1, l. prov. Trento 23 maggio 2007, n. 11, censurati, per violazione dell’art. 117, comma 2, lett. s), Cost., nella parte in cui, rispettivamente, consentono l’esercizio della caccia congiuntamente in forma vagante e mediante appostamento fisso — in contrasto con il principio della caccia di specializzazione stabilito dall’art. 12, comma 5, l. 11 febbraio 1992, n. 157 — e consentono, a determinate condizioni, che nei parchi la caccia sia esercitata dagli aventi diritto — in contrasto con il divieto di caccia nei parchi sancito dall’art. 22, comma 6, l. 6 dicembre 1991, n. 394.

Successivamente all’ordinanza di rimessione il quadro normativo di riferimento ha subito considerevoli modifiche in conseguenza dell’entrata in vigore del d.lgs. 11 dicembre 2016, n. 239, sicché si rende necessario un rinnovato esame, da parte del giudice a quo, dei termini della questione e della perdurante rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate (ord. n. 378 del 2008).

Corte Costituzionale, 14/07/2017, n.200

Divieto di caccia e perimetrazione delle aree naturali con regolare tabellazione

In tema di caccia, il divieto di esercizio di attività venatoria nelle aree naturali protette regionali si presume conosciuto se le aree sono perimetrate da regolare tabellazione, di modo che il trasgressore, salvo casi eccezionali, non può invocare a propria discolpa l’ignoranza del divieto; la mancanza o l’inadeguatezza della tabellazione non determina, peraltro, l’automatica inconfigurabilità del reato di cui agli artt. 21 e 30 l. n. 157 del 1992, ponendo solo a carico dell’accusa l’onere di dimostrare che, nonostante l’assenza di indicazioni, il trasgressore era comunque consapevole del divieto.

Cassazione penale sez. III, 08/03/2016, n.17102

La disciplina regionale sul divieto di caccia

Il divieto nell’esercizio dell’attività venatoria, se previsto dalla legislazione regionale in termini diversi rispetto a quelli sanciti dalla legislazione statale, assume funzione integrativa della norma penale solo quando abbia effetti in “bonam partem”; mentre, nel caso in cui abbia un ambito più esteso rispetto a quello fissato dalla legge penale statale, la sua inosservanza può eventualmente costituire solo un illecito amministrativo, se come tale previsto dalla normativa medesima.

Cassazione penale sez. III, 11/02/2016, n.26424

Violazione della competenza legislativa statale esclusiva nella tutela dell’ambiente

È costituzionalmente illegittimo, per violazione della competenza esclusiva statale in materia di tutela dell’ambiente (art. 117, secondo comma, lett. s), cost.), l’art. 24, comma 5, della l.reg. Campania 9 agosto 2012 n. 26 (Norme per la protezione della fauna selvatica e disciplina dell’attività venatoria in Campania), nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla l. reg. n. 12 del 2013, che consente l’addestramento dei cani da ferma, da cerca e da seguita, nei territori ove non sussista il divieto di caccia e non vi siano colture in atto, per quarantacinque giorni nei due mesi precedenti il mese di apertura della caccia, ad esclusione del martedì e venerdì.

La disposizione impugnata consente l’attività di addestramento dei cani in periodi differenti da quelli stabiliti per l’esercizio dell’attività venatoria al di fuori della pianificazione faunistico-venatoria prevista dall’art. 10 della l. n. 157 del 1992 e senza le garanzie procedimentali di cui all’art. 18 della medesima legge che costituiscono standard minimi e uniformi di tutela della fauna.

Corte Costituzionale, 12/12/2013, n.303

Divieto di caccia nelle aree naturali protette

Il divieto di esercizio dell’attività venatoria nelle aree naturali protette se è segnalato da regolare tabellazione si presume conosciuto dal trasgressore e solleva l’accusa dall’onere della prova; viceversa, in assenza di tabellazione, il divieto di caccia si presume ignoto e l’accusa deve dimostrare che, nonostante l’assenza di indicazioni, il trasgressore era comunque a conoscenza della proibizione.

Cassazione penale sez. III, 29/05/2013, n.39112

Deroga al divieto di caccia per necessità di protezione

Ai sensi dell’art. 29 comma 2, l. prov. Bolzano n. 14 del 1987 sul controllo della fauna, per poter parlare di « protezione della zootecnica » il pregiudizio non può essere misurato con riguardo al singolo allevatore di animali domestici, ma deve avere una rilevanza generale.

Diversamente la deroga al divieto di caccia per necessità di protezione perde il carattere di strumento eccezionale e finisce per costituire una deroga generale, se pur per una determinata riserva, ai periodi di caccia regolamentati ai fini della tutela della fauna selvatica, secondo i principi dell’ordinamento comunitario, nazionale e provinciale.

T.A.R. Bolzano, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 21/02/2013, n.58

Divieto di caccia e onere della prova

Il divieto di esercizio dell’attività venatoria in zona permanente di protezione faunistica, se é segnalato da apposita tabellazione (art. 10 legge 11 febbraio 1992 n. 157), è opponibile al trasgressore e solleva l’accusa dall’onere della prova; viceversa in assenza di tabellazione, il divieto di caccia si presume ignoto e l’accusa deve dimostrare che, nonostante l’assenza di indicazioni, il trasgressore era comunque a conoscenza della proibizione.

Cassazione penale sez. III, 25/01/2012, n.9576

Zona di protezione speciale

La zona di protezione speciale (ZPS), pur essendo accomunata al divieto di caccia nei valichi migratori nella finalità di tutela dell’avifauna migratrice, assolve la diversa funzione di mantenimento e sistemazione del territorio in cui gli uccelli non si limitano a transitare in volo, ma possono soggiornare con una qualche stabilità, in conformità delle esigenze ecologiche degli habitat interni e limitrofi.

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. II, 27/05/2010, n.2156

Divieto di cacciare determinate specie di animali

Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 39, comma 1, l. reg. Piemonte 22 dicembre 2015, n. 26 e dell’art. 1, comma 1, l. reg. Piemonte 27 dicembre 2016, n. 27, i quali, rispettivamente, aggiungono la lett. f-ter e la lett. f-quater all’art. 40, comma 4, l. reg. Piemonte 4 maggio 2012, n. 5, censurati per violazione degli artt. 102, comma 1, e 117, comma 1, Cost., in relazione al considerando n. 32 della decisione n. 1600/2002/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 luglio 2002 e agli artt. 114 e 193 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, come modificato dall’art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, nella parte in cui vietano la caccia di alcune specie di animali che sono, invece, considerate cacciabili dall’art. 18, comma 1, l. 11 febbraio 1992, n. 157.

La motivazione a sostegno della asserita violazione dell’art. 102, comma 1, Cost. è insufficiente, non avendo il giudice a quo minimamente illustrato perché — a suo dire — nella norma censurata sarebbe ravvisabile una legge specificamente diretta ad alterare l’esito del giudizio in corso, né ha dato conto delle ragioni per cui essa dovrebbe risultare ascrivibile alla categoria delle norme interpretative, così come non ha in alcun modo motivato sul supposto effetto retroattivo della disposizione stessa.

Anche la questione relativa all’art. 117, comma 1, Cost. è priva di adeguata motivazione sulle ragioni dell’asserito vulnus, non essendo individuato lo specifico contenuto precettivo delle norme interposte che contrasterebbe con le disposizioni regionali sospettate d’illegittimità costituzionale, con il risultato che la censura è formulata in modo generico ed apodittico.

Il rimettente, infatti, ritiene che non sarebbe stata svolta un’adeguata istruttoria, omettendo, tuttavia, di illustrare le ragioni per cui il parere dell’ISPRA sarebbe imposto dalla normativa eurounitaria citata — che peraltro appare prevalentemente rivolta più alle istituzioni comunitarie che agli Stati membri — e, conseguentemente, omettendo, in definitiva, di chiarire in cosa sarebbe consistita la violazione denunciata (sentt. nn. 432 del 1997, 170 del 2008, 80 del 2010; ordd. nn. 263 del 2002, 344 del 2008) .

Corte Costituzionale, 17/01/2019, n.7



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7 Commenti

  1. L’attività venatoria è largamente praticata in tutta Italia: muniti della necessaria licenza e dell’attrezzatura opportuna, sono davvero tante le persone che imbracciano i fucili e si recano nelle zone adibite alla caccia degli animali. Poiché questa pratica comporta l’uso di strumenti pericolosi, la legge disciplina in modo molto dettagliato le condizioni affinché si possa andare a caccia

  2. Chi intende ottenere il porto d’armi per uso venatorio deve seguire un percorso non proprio breve. Una trafila assurda….Innanzitutto, occorre superare un esame di abilitazione alla caccia, dal quale sono esonerati coloro che hanno svolto il servizio militare. L’esame va sostenuto presso la provincia di appartenenza.Dopo aver ottenuto la licenza di caccia, ulteriore requisito per ottenere il porto d’armi per uso venatorio è il certificato di idoneità psico-fisica rilasciato dall’azienda sanitaria di residenza dopo aver sottoposto l’interessato a un’apposita visita medica.Una volta che si è in possesso dell’abilitazione all’esercizio venatorio e del certificato di idoneità psico-fisica, è possibile chiedere e ottenere il porto d’armi per uso caccia.La domanda va presentata alla questura, che è l’ufficio competente a rilasciare la licenza. Il rilascio avviene entro novanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza.Il porto d’armi uso caccia ha validità quinquennale. Scaduti i cinque anni, può comunque essere rinnovato. Tuttavia, per il primo anno di porto d’armi uso venatorio, l’attività venatoria può essere svolta solo con la presenza di un cacciatore in possesso di licenza da almeno tre anni.

  3. Una volta comprata l’arma per la caccia, questa va immediatamente denunciata presso l’autorità di pubblica sicurezza più vicina (carabinieri, polizia, ecc.). Il porto d’armi per uso venatorio consente il trasporto in sicurezza dell’arma dal proprio domicilio al luogo ove l’arma deve essere utilizzata. Durante il trasporto, l’arma non può mai essere utilizzata e deve essere custodita in modo da non poter essere pronta per l’uso.

  4. Il calendario venatorio è un atto amministrativo a tutti gli effetti, variabile da Regione a Regione. A seconda delle Regioni e dei periodi, si può cacciare dai tre ai cinque giorni la settimana.Il martedì e il venerdì di ogni settimana sono invece giorni di silenzio venatorio, durante i quali non è mai permesso cacciare.La caccia può venire autorizzata anche al di fuori del calendario venatorio: è il caso delle preaperture (in occasione delle quali l’apertura della caccia viene anticipata al primo settembre), dei posticipi (la chiusura della stagione viene spostata al dieci febbraio), della caccia di selezione e di quella in deroga.

  5. Salve, vorrei sapere a che ora si può andare a caccia? Vorrei prendermi il porto d’armi e iniziare ad andare a caccia con i miei colleghi. Praticamente, loro vanno e portano a casa dei bei cinghialotti così la domenica offrono a tutti un bel pranzetto.

    1. Per legge, la caccia in Italia è consentita dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio di ogni anno, nel rispetto del calendario venatorio emesso da ogni Regione.Dunque, si può andare a caccia solamente nel periodo stabilito dalla legge e, come meglio spiegheremo, nei giorni individuati dalle Regioni nell’ambito del periodo fissato dalla legge nazionale.Il calendario venatorio è un atto amministrativo a tutti gli effetti, variabile da Regione a Regione. A seconda delle Regioni e dei periodi, si può cacciare dai tre ai cinque giorni la settimana.Il martedì e il venerdì di ogni settimana sono invece giorni di silenzio venatorio, durante i quali non è mai permesso cacciare.La caccia può venire autorizzata anche al di fuori del calendario venatorio: è il caso delle preaperture (in occasione delle quali l’apertura della caccia viene anticipata al primo settembre), dei posticipi (la chiusura della stagione viene spostata al dieci febbraio), della caccia di selezione e di quella in deroga.È sempre la legge, però, a stabilire gli orari in cui si può cacciare nelle giornate stabilite dalle Regioni.Nello specifico, gli orari della giornata di caccia sono così determinati: si può andare a caccia da un’ora prima del sorgere del sole fino al tramonto. In questo intervallo di tempo le Regioni definiscono gli esatti orari di inizio e termine attività.La caccia è assolutamente vietata di notte: il pericolo per sé e per gli animali è molto elevato durante la fascia oraria notturna.

    2. Poiché la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale, non è possibile cacciare gli animali che si vuole.Ogni calendario venatorio regionale indica, oltre ai giorni in cui si può andare a caccia, le specie cacciabili e il numero massimo di animali che possono essere uccisi ogni giorno e nel corso della stagione venatoria (cosiddetto carniere), suddivisi per specie.È quindi importante capire quali animali si possono cacciare in Italia. In linea di massima, tra gli uccelli sono cacciabili animali galliformi come la quaglia, la starna e le pernici, oltre alla tortora, al merlo e al fagliano.Quali animali si possono cacciare a terra? Nulla vieta di cacciare animali come la lepre comune, il coniglio selvatico, ma anche allodole, germani, volpi, mufloni, caprioli, camosci alpini, cervi e daini.Non tutti gli animali sono cacciabili nello stesso periodo. Per alcuni la caccia è aperta tra settembre e dicembre, per altri fino a gennaio e per altri ancora il periodo concesso è di poche settimane.Ad esempio, cervo, daino e capriolo possono essere oggetto di caccia solo tra il primo ottobre e il trenta novembre, mentre il cinghiale è cacciabile tra il primo ottobre e il trentuno dicembre, oppure tra il primo novembre e il trentuno gennaio, a seconda delle Regioni.

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