Ex Ilva: cosa c’è dietro il recesso di ArcelorMittal

21 Gennaio 2020
Ex Ilva: cosa c’è dietro il recesso di ArcelorMittal

I commissari hanno depositato in tribunale una memoria con pesanti osservazioni sulla condotta della multinazionale: l’accusa è di incapacità di gestire l’azienda.

La dichiarazione di recesso del 4 novembre 2019 di ArcelorMittal è “platealmente illegittima e mistificatoria”. Inizia così la nuova memoria depositata dai legali dei commissari dell’ex Ilva davanti al giudice civile del Tribunale di Milano, Claudio Marangoni. L’agenzia stampa Adnkronos ha preso visione del documento e ce ne anticipa i contenuti.

La “mancata proroga dello scudo penale rappresenta soltanto la raffazzonata giustificazione utilizzata per sciogliersi da un rapporto contrattuale oggi non più ritenuto nel proprio interesse, il grimaldello cioè attraverso il quale tentare di fare saltare l’assetto negoziale”, prosegue il documento, che fornisce una versione molto diversa da quella fornita dai vertici del gruppo franco indiano che è intenzionato a lasciare Taranto. È su questi temi, ma anche sul contratto d’affitto legato allo stabilimento pugliese, che si gioca la battaglia giudiziaria che potrebbe riaprirsi presto al Tribunale di Milano.

Poco importa – si legge nella memoria firmata dagli avvocati Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni – se tale comportamento sia frutto di ripensamenti emersi a seguito di una nuova e diversa valutazione di difficoltà ed aspetti critici sottovalutati o di un ulteriore peggioramento congiunturale del mercato europeo dell’acciaio, o se costituisca invece la semplice messa in essere del preteso, opaco, disegno anticoncorrenziale del cui rischio, sin dall’inizio, non pochi avevano avvertito”.

Quel che rileva “è che ArcelorMittal tenta oggi di calpestare bellamente gli impegni presi e gli assetti di interessi concordati, con conseguenze devastanti non solo per il destino della propria controparte contrattuale (e del relativo ceto creditorio), ma anche, e soprattutto, sulla situazione economico sociale e sulle prospettive di sviluppo di intere aree del Paese già certamente non agiate”.

Per gli avvocati “cio` che ben ne emerge e` che a preoccupare controparte non e` la indisponibilità per il futuro di uno scudo penale (della cui permanenza non si era nel passato mai veramente preoccupata), bensi` la riscontrata propria incapacità di sapere efficacemente gestire i rami d’azienda (ed in particolare quello tarantino) nel quadro di un mercato europeo dell’acciaio peggiore di quanto avesse preventivato”.

A.Mittal “in altri termini ha insomma portato avanti le consuete logiche ex post di un certo tipo di capitalismo d’assalto secondo le quali se a valle dell’affare concordato si guadagna, allora ”guadagno io”, mentre, se invece si perde, allora ”perdiamo insieme”. La memoria ricorda anche ” come ArcelorMittal cerchi oggi “di imporre surrettiziamente una riduzione del personale di circa 5.000 unità (e quindi di dimezzare l’occupazione portandola da 10.700 dipendenti a soltanto 5.700)” nonostante il contratto e l’accordo sindacale 2018 preveda, scrivono ancora i legali dei Commissari di Ilva As, “una penale di 150.000 euro per ogni riduzione di unità di personale sotto il livello occupazionale minimo” per una multa che complessivamente potrebbe aggirarsi, calcolano, “intorno ai 750 milioni“.

A irrobustire il quadro delineato, i  commissari rilevano anche gli scarsi rifornimenti degli stabilimenti, che dimostrano la volontà di sottrarsi da un impegno a lungo termine nell’azienda: in uno dei passaggi della memoria si legge che la giacenza di materie prime al 20 novembre 2019 era tale da garantire “una autonomia di circa 6 giorni”. La situazione oggi “non e` sostanzialmente modificata, posto che ArcelorMittal, successivamente agli impegni presi, ha continuato a mantenere un magazzino fortemente sbilanciato sul prodotto finito da vendere anziché  sull’approvvigionamento di materie prime destinate ad alimentare la futura attività”.

“La migliore conferma di quanto precede è del resto di poche ore fa, quando controparte ha dato notizia della messa in cassa integrazione di 250 dei 477 dipendenti operanti sull’altoforno 1 in ragione dello ‘scarso approvvigionamento di materie prime e dell’attuale capacità produttiva legata alle commesse'”, prosegue la memoria, che lamenta anche come, in violazione degli impegni assunti in udienza”, la controparte “si e` rifiutata sino ad ora ostinatamente di consentire alle ricorrenti qualsiasi tipo di verifica e sopralluogo finalizzati a controllare la effettiva situazione e la correttezza della ben laconica, e generica, informazione trasmessa circa la produzione giornaliera di acciaio grezzo. Un comportamento che evidentemente preclude in larga parte di verificare il reale ed effettivo spessore della attività di gestione e conduzione dei rami d’azienda attualmente portate avanti”.



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