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Posso chiedere anticipo del Tfr con cessione del quinto?

22 Gennaio 2020 | Autore:
Posso chiedere anticipo del Tfr con cessione del quinto?

Il lavoratore che ha in corso un finanziamento con cessione del quinto dello stipendio può chiedere l’anticipazione della liquidazione?

Il Tfr, ossia il trattamento di fine rapporto, spetta sempre al dipendente alla cessazione del contratto di lavoro, qualunque ne sia la motivazione: licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo o per giusta causa, dimissioni volontarie o per giusta causa, risoluzione consensuale, scadenza del termine…

Il Tfr fa parte, difatti, della retribuzione differita del lavoratore: in sostanza, si tratta di una parte della retribuzione che, pur maturando tutti i mesi, viene corrisposta una sola volta, salvo possibilità di ottenere un’anticipazione.

Proprio per questo, Il Tfr è spesso utilizzato come garanzia nei prestiti personali con cessione del quinto dello stipendio: in caso di licenziamento, la liquidazione copre il debito residuo. Ma allora posso chiedere anticipo del Tfr con cessione del quinto?

L’anticipazione del Tfr può essere richiesta se la liquidazione che resta in azienda è sufficiente a coprire il debito residuo, o in ogni caso l’anticipazione è preclusa? Proviamo a fare chiarezza.

Anticipazione del Tfr

Per la generalità dei dipendenti del settore privato, è possibile richiedere la liquidazione prima della cessazione del rapporto di lavoro, se ricorrono le seguenti condizioni [1]:

  • l’anticipazione del Tfr può ammontare sino al 70% della quota di liquidazione maturata;
  • il lavoratore deve possedere almeno 8 anni di anzianità di servizio presso lo stesso datore di lavoro;
  • l’anticipazione è richiesta per:
    • spese sanitarie per terapie e interventi straordinari;
    • acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli;
    • fruizione dei congedi parentali, di formazione e di formazione continua [2];
    • i contratti collettivi possono prevedere ulteriori ipotesi; altri casi possono essere previsti anche quando il Tfr è devoluto a un fondo di previdenza complementare (in generale i requisiti per accedere alle anticipazioni dal fondo sono molto più elastici).

Il datore di lavoro è tenuto a soddisfare le richieste di anticipazione:

  • entro i limiti del 10% degli aventi titolo (dipendenti con almeno 8 anni di anzianità);
  • in ogni caso, nella misura del 4% del numero totale dei dipendenti.

Per semplificare, perché vi sia in capo al datore di lavoro un obbligo di corresponsione dell’anticipazione, il numero dei dipendenti deve essere almeno pari a 25 (25 x 4%= 1).

Questa interpretazione è stata confermata anche dalla Corte di Cassazione [3], che ha affermato che le disposizioni contenute nel Codice civile [1], riguardo all’anticipo della liquidazione, non operano riguardo ai datori con un esiguo numero di dipendenti.

Il datore di lavoro è libero di accogliere la richiesta di anticipazione anche quando non vi è tenuto? In base al Codice civile, la risposta sembrerebbe affermativa, in quanto il testo concede la possibilità di richiedere una sola anticipazione nel corso del rapporto di lavoro, ma permette poi ai contratti collettivi o a patti individuali di prevedere condizioni di miglior favore.

Un orientamento della Cassazione [4], invece, è di avviso contrario, sostenendo che la disciplina del trattamento di fine rapporto sia dotata di efficacia assolutamente inderogabile, sia in meglio che in peggio. Quanto esposto varrebbe non soltanto nell’ambito dell’autonomia collettiva, che ha un’ampia discrezionalità solo nella determinazione della retribuzione utile ai fini del calcolo del Tfr, ma anche in merito all’autonomia individuale.

Come funziona la cessione del quinto?

La cessione del quinto dello stipendio è una particolare forma di finanziamento a tasso fisso, non finalizzato, della durata massima di 10 anni (120 rate), in cui l’ente finanziatore (di norma una banca), trattiene mensilmente dallo stipendio del debitore una rata, entro il quinto del netto in busta paga. Il datore di lavoro è obbligato ad accettare la richiesta di cessione del quinto da parte di un dipendente: il finanziamento è valido anche senza il suo consenso.

La garanzia del finanziamento è costituita dunque dalla quinta parte dello stipendio. Ma quale garanzia in caso di cessazione del rapporto di lavoro?

In caso di cessazione, la garanzia di rimborso del finanziamento è rappresentata dal Tfr maturato: terminato il rapporto, difatti, il datore di lavoro (o il fondo presso cui il Tfr è accantonato) deve versare al creditore la parte necessaria a coprire il debito residuo.

La liquidazione costituisce dunque una tutela in caso di mancato rimborso del finanziamento dovuto alla perdita del lavoro. Quindi, il Tfr in garanzia è intoccabile e non è mai possibile richiedere un’anticipazione?

Posso chiedere l’anticipazione della liquidazione con la cessione del quinto?

Richiedere un’anticipazione del Tfr non è possibile con una cessione del quinto in corso, in quanto la liquidazione rappresenta una garanzia per l’ente finanziatore (salvo che il creditore non abbia richiesto tale garanzia).

Se, però, il Tfr risulta superiore al debito residuo della cessione del quinto, il lavoratore può richiedere l’anticipazione, ma solo per la parte eccedente il residuo da versare [5].

Posso devolvere il Tfr al fondo di previdenza complementare con cessione del quinto?

In base agli orientamenti della Covip [5], il Tfr può essere destinato a un fondo di previdenza complementare anche con cessione del quinto in atto: in caso di cessazione del rapporto di lavoro, se il credito non è stato estinto e non risultano concordate modalità diverse di pagamento del debito residuo, il fondo di previdenza può liquidare al finanziatore anche l’intero importo dovuto al lavoratore a titolo di riscatto, ma solo fino all’ammontare del debito residuo.


note

[1] Art. 2120 Cod. Civ.

[2] Art.7, Co.1, Dlgs 151/2001.

[3] Cass. sent. n. 2749/1992.

[4]. sent. n. 1546/1998.

[5] Parere Covip 30/05/2007, p.2 “Orientamenti in materia di cessioni dei diritti di credito verso le forme pensionistiche complementari”.


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