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Scappare davanti ai carabinieri è reato?

22 Gennaio 2020
Scappare davanti ai carabinieri è reato?

Chi non si ferma nonostante l’alt e il posto di blocco di polizia e carabinieri può rispondere del reato di resistenza a pubblico ufficiale?

Scappare davanti a un posto di blocco della polizia, accelerare dinanzi alla paletta del vigile che intima l’alt, rifiutarsi di esibire i documenti a un carabiniere e darsi alla fuga sono comportamenti che, di per sé, avvalorano il sospetto di irregolarità. Siamo, infatti, abituati a considerare il fuggitivo come una persona che teme qualcosa e che nessuno si fa prendere da una crisi di panico se non ha qualcosa da nascondere. Ma dal sospetto alla prova ce ne passa e, almeno nel diritto penale, se non c’è la certezza dell’illecito commesso e della norma violata, non si può condannare nessuno. 

Il problema, da un punto di vista giuridico, si sposta allora su un altro piano: il semplice fatto di scappare davanti ai carabinieri è reato? È obbligatorio fermarsi non appena un’autorità lo chiede? La questione è stata analizzata più volte dalla giurisprudenza. 

I reati che potrebbero essere contestati in situazioni di questo tipo potrebbero essere quelli di «resistenza a pubblico ufficiale» e di «rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale». Ma, come vedremo a breve, secondo la Cassazione non è così facile condannare una persona che non si ferma davanti a carabinieri o polizia. Possibile? È così facile darsi alla fuga senza rischiare di subire conseguenze penali? In parte, è proprio così. Vediamo quali sono gli aspetti più salienti di tale disciplina.

Si può scappare se i carabinieri chiedono un documento d’identità?

Scappare davanti ai carabinieri non è reato se i militari si limitano a chiedere un documento d’identità e non invece il nome e cognome del soggetto fermato. A dirlo è una recentissima sentenza della Cassazione [1] che potrebbe essere criticata per eccessivo formalismo, formalismo però che, nel diritto penale, equivale a garanzia per l’imputato.

La legge stabilisce solo l’obbligo di identificarsi, ossia di fornire le proprie generalità (nome, cognome, data di nascita, ecc.), a semplice richiesta di una autorità come appunto la polizia o i carabinieri. Ma, in quest’obbligo, non è compreso anche quello di consegnare la carta d’identità o il passaporto, tantopiù se si considera che non esiste alcuna norma che obblighi il cittadino a portare con sé tali documenti (salvo la patente per chi si mette al volante dell’auto). Quindi, se i poliziotti non sono chiari nel chiedere gli estremi anagrafici del soggetto fermato, ma esigono invece i documenti, chi si rifiuta di obbedire e, per tutta risposta, si dà alla fuga non commette alcun reato. 

Ricordiamo che, se la polizia ti ferma per strada può esigere che tu ti identifichi ossia che fornisci nome e cognome, ma non anche l’esibizione dei documenti (che potresti aver lasciato a casa). Chi si rifiuta di farsi identificare ovvero fornisce generalità o documenti falsi può essere accompagnato in questura e ivi trattenuto per non oltre 12 ore ovvero, previo avviso anche orale al pubblico ministero, non oltre 24 ore, nel caso che l’identificazione risulti particolarmente complessa. In ogni caso, scatta la pena dell’arresto fino a 1 mese o l’ammenda fino a 206 euro [2].

La polizia può anche fermarti mentre stai guidando. Ma che succede se non ti fermi al posto di blocco? Ecco la risposta.

Che succede se non mi fermo a un posto di blocco?

Se il poliziotto ha già alzato la paletta rossa intimando l’alt al conducente, questi ha l’obbligo di fermarsi, ma se non lo fa e tira diritto, magari fingendo di non aver visto l’agente, non commette alcun reato: la sua condotta può essere punita semplicemente a titolo amministrativo, con una normale sanzione prevista dal Codice della strada: scatta una multa stradale da 84 a 335 euro.

Se, invece, il poliziotto non ha ancora chiesto al conducente di fermarsi e questi, da lontano, avvistata l’auto della polizia o dei carabinieri, fa inversione di marcia, non può essere punito né a titolo amministrativo che penale.

Diversa è infine l’ipotesi di chi, dinanzi a un posto di blocco, scappa. Inequivocabile è, in questo caso, l’intimazione di fermarsi e difficilmente si potrebbe sostenere che non è stata avvistata la paletta rossa. Ciò nonostante, secondo la Cassazione [4], non fermarsi all’alt di carabinieri o polizia non integra il reato di «resistenza a pubblico ufficiale». Tale illecito scatta solo quando, per darsi alla fuga, il cittadino pone in essere condotte di guida pericolose, che possono costituire un rischio per la circolazione e gli altri automobilisti, come nel caso di chi supera i limiti di velocità, fa manovre avventate o supera l’incrocio senza dare la precedenza o rispettare il rosso del semaforo.


note

[1] Cass. sent. n. 2021/20 del 20.01.2020.

[2] Art. 651 cod. pen.

[3] Art. 192 cod. str.

[4] Cass. sent. n. 46239/2012; n. 5572/2011.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 15 novembre 2019 – 20 gennaio 2020, n. 2021

Presidente Mazzei – Relatore Cappuccio

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 10 maggio 2018 il Tribunale di Paola ha dichiarato An. Ch. colpevole del reato di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena di 200 Euro di ammenda, oltre al pagamento delle spese processuali.

2. An. Ch. è stato tratto a giudizio e condannato perché, fermato per un controllo, in orario notturno, dai Carabinieri di Paola, si è dileguato, insieme alla persona con la quale si accompagnava, così sottraendosi alla consegna dei documenti ed all’identificazione.

La responsabilità di Ch. è stata ritenuta sulla scorta della deposizione del teste Fr. Sp., che ha detto di averlo riconosciuto, perché da molti anni in servizio presso la Stazione di Carabinieri di Paola, ed ha escluso di avere confuso l’odierno imputato con il gemello Al. (il quale, peraltro, in quel periodo ed a quell’orario, non avrebbe potuto trovarsi fuori dalla propria abitazione, in quanto sottoposto a misura cautelare), dal quale lo distinguono il diverso taglio di capelli ed un tatuaggio.

3. An. Ch. propone, con il ministero dell’avv. Gi. Br., ricorso per cassazione affidato a due motivi, con il primo dei quali deduce violazione di legge e vizio di motivazione per avere il Tribunale fondato la decisione sul solo apporto del teste Sp., il quale ben difficilmente avrebbe potuto scorgere, nel buio della notte, i tratti che distinguono l’imputato dal fratello, la cui presenza in casa non è stata, peraltro, positivamente verificata.

Aggiunge, in diritto, che la pregressa conoscenza dell’identità del soggetto datosi alla fuga rende, in concreto, la condotta inoffensiva, e che l’omessa esibizione di documento d’identità, contestata a Ch., è contegno che non integra, di per sé, la contravvenzione ex art. 651 cod. pen., che presuppone il più generale rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale.

Con il secondo ed ultimo motivo, eccepisce violazione di legge e vizio di motivazione per avere il Tribunale di Paola preso le mosse, nella determinazione della sanzione, da una pena base superiore al massimo edittale.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso poggia su argomentazioni che, infondate nella parte in cui invocano una rilettura del quadro probatorio inammissibile nella sede di legittimità ed adombrano la carenza di offensività della condotta contestata, si palesano, invece, condivisibili laddove contestano la correttezza della relativa qualificazione giuridica.

2. La sentenza impugnata appare, invero, aderente al dato probatorio e scevra da vizi logici nel riconoscere piena attitudine probatoria al contributo del teste Sp. in ordine all’identificazione nell’odierno ricorrente, anziché nel gemello Al., di uno dei due giovani che, alla richiesta di esibizione dei documenti di identità, si allontanarono velocemente, senza rispondere, e fecero perdere le loro tracce.

3. D’altro canto, pertinente è, in diritto, il richiamo – a fronte dell’obiezione vertente sull’avere i militari, di fatto, identificato Ch. grazie alla pregressa conoscenza – all’indirizzo ermeneutico secondo cui, posto che l’elemento materiale del reato previsto dall’art. 651 cod. pen. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità, deve ritenersi irrilevante, in considerazione della sua natura di reato istantaneo, che le indicazioni sull’identità personale vengano fornite successivamente o che l’identità del soggetto sia facilmente accertata per la conoscenza personale da parte del pubblico ufficiale o per altra ragione (Sez. 1, Sez. 1, n. 9957 del 14/11/2014, dep. 2015, De Michele, Rv. 262644; Sez. 6, n. 34689 del 3/7/2007, Tedesco, Rv. 237606; Sez. 6, n. 9337 del 28/6/1995, Masiero, Rv. 202978).

4. Per quanto concerne la sussunzione della condotta nell’ambito applicativo dell’art. 651 cod. pen., va detto che la sentenza impugnata chiarisce come l’attività dell’imputato si sia sostanziata esclusivamente nell’omessa esibizione del documento di identità, richiesto dagli agenti ai fini della identificazione formale, comportamento che integra, per giurisprudenza constante (Sez. 6, Sentenza n. 14211 del 12/03/2009, Trovato, Rv. 243317; sul punto, cfr. anche Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 6864 del 03/05/1993, Scaduto, Rv. 195412), – ove ne ricorrano le altre condizioni legali – gli estremi del reato di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, art. 4, ed all’art. 294 del relativo regolamento, non già il reato previsto dall’art. 651 cod. pen., che sanziona invece il rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale.

Atteso, allora, che Ch. venne sollecitato ad esibire un documento identificativo, e non anche a declinare le proprie generalità, ciò che egli avrebbe potuto fare anche senza disporre del documento, deve ritenersi, sulla base degli elementi di fatto richiamati, che egli non pose in essere la condotta tipica della fattispecie incriminatrice contestatagli.

5 La circostanza da ultimo dedotta impone, in accoglimento del ricorso proposto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.


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