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Posso licenziarmi se sono in malattia

23 Gennaio 2020 | Autore:
Posso licenziarmi se sono in malattia

Il lavoratore assente a causa di una patologia è libero di rassegnare le dimissioni, oppure deve attendere la guarigione o la fine del periodo di comporto?

Il datore di lavoro, salvo particolari eccezioni (come la cessazione totale dell’attività), non può licenziare il dipendente durante il periodo di comporto per malattia, cioè durante il periodo in cui il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto, in quanto le assenze per malattia sono tutelate dalla normativa.

Quanto esposto vale anche per il lavoratore? Il dipendente ha la possibilità di rassegnare le dimissioni durante un periodo di assenza per malattia, oppure deve attendere la guarigione? In altre parole, posso licenziarmi se sono in malattia?

A questo proposito, bisogna osservare che la malattia non integra una giusta causa di dimissioni, per quanto la patologia possa essere grave. Ma come mai? Le dimissioni per malattia non sono considerate dimissioni per giusta causa, in quanto il lavoratore è tutelato nel caso in cui si ammali, sia dalla legge che dal contratto collettivo. IL dipendente malato ha difatti la possibilità di assentarsi senza perdere la retribuzione, ma con diritto a un’indennità che, a seconda dei casi, può risultare a carico del datore di lavoro o dell’Inps. L’indennità spetta sino a un periodo massimo (per approfondire: Calcolo indennità di malattia).

Inoltre, il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto sino a un determinato periodo di tempo, detto periodo di comporto. Questo arco di tempo non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato. Ma procediamo con ordine.

Tutele per malattia

Innanzitutto, è bene conoscere nel dettaglio le tutele riservate al dipendente in malattia. Questi ha diritto:

  • a un’indennità, che può essere corrisposta dall’Inps, dal datore di lavoro, o da entrambi (indennità Inps più integrazione a carico dell’azienda); l’indennità per malattia è pari ad una percentuale della retribuzione media giornaliera: nella generalità dei casi non è dovuta nei primi 3 giorni di assenza, detti periodo di carenza, è dovuta in misura pari al 50% sino al 20° giorno di assenza, ed al 66,66% dal 21° giorno, sino ad un massimo di 180 giorni;
  • alla conservazione del posto di lavoro, sino al termine massimo previsto dalla normativa (3 mesi, per gli impiegati del settore privato con anzianità inferiore ai 10 anni, 6 mesi se l’anzianità è superiore [1]) o dal contratto collettivo (il periodo tutelato può differire anche in base alla categoria di appartenenza del lavoratore, del contratto, dell’inquadramento e dell’anzianità lavorativa);
  • terminato il comporto, alcuni contratti collettivi prevedono la possibilità di chiedere un periodo di aspettativa non retribuita; il datore di lavoro, però, non è obbligato né a collocare unilateralmente il dipendente in aspettativa, né a sollecitare la richiesta di aspettativa.

Sino a quando il dipendente malato ha diritto alla conservazione del posto?

Come osservato, la disciplina relativa al periodo di comporto è differente, in base alla categoria di appartenenza del lavoratore ed a quanto stabilito dalla contrattazione collettiva. Il periodo di conservazione del posto, nello specifico, può essere di due tipi:

  • secco, in questo caso il comporto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 6 mesi di malattia;
  • per sommatoria, in questo caso il contratto prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, può essere previsto un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno; i dipendenti pubblici hanno diritto a un massimo di 18 mesi nell’arco di tre anni; ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Posso dimettermi durante il comporto per malattia?

Durante la malattia, il lavoratore, salvo specifiche eccezioni, avendo diritto alla conservazione del posto è tutelato dal licenziamento. Ma se il dipendente vuole lasciare il posto di lavoro a causa della gravità della patologia, può farlo?

A questo proposito, va osservato che il dipendente ha la possibilità di rassegnare le dimissioni senza addurre una specifica motivazione, purché le rassegni in forma telematica, ove prescritto, e fornisca il periodo di preavviso stabilito dal contratto collettivo.

Il preavviso non è dovuto solo nell’ipotesi in cui le dimissioni siano considerate per giusta causa. Ma le dimissioni per malattia sono per giusta causa? La Cassazione ha fornito una risposta negativa alla questione [2]: le dimissioni per malattia non possono essere considerate rassegnate per giusta causa, in quanto il dipendente non è obbligato a recarsi al lavoro, ma può assentarsi con diritto alla retribuzione.

Pertanto, se il lavoratore si dimette durante il periodo di malattia, può farlo, ma non trattandosi di dimissioni per giusta causa è obbligato a fornire il preavviso all’azienda.

Peraltro, durante la malattia è sospeso non solo il periodo di preavviso per licenziamento, ma anche il preavviso per dimissioni. Questo comporta, di fatto, l’impossibilità di dimettersi con effetto immediato durante la malattia, a meno che non si corrisponda al datore l’indennità per mancato preavviso.

Fino a quando è sospeso il preavviso per malattia?

La malattia, ad ogni modo, sospende il preavviso nei limiti del periodo di comporto. In buona sostanza, perché il preavviso “riparta” non è necessario attendere la data di fine prognosi indicata nel certificato medico, se questa è successiva al termine del periodo di conservazione del posto.

Se, dunque, il lavoratore vuole dimettersi in malattia, senza dover essere obbligato a corrispondere l’indennità di mancato preavviso al datore, deve:

  • fornire il periodo di preavviso previsto dal contratto collettivo applicato;
  • stabilire la data a partire dalla quale le dimissioni hanno effetto calcolando il periodo di preavviso a partire dalla data in cui termina il periodo di comporto, o dalla data di guarigione se precedente.

In altre parole, il lavoratore non è obbligato ad attendere la data di guarigione per dimettersi, in quanto la sospensione del preavviso cessa al terminare del periodo di comporto.

In ogni caso, il dipendente può concludere un accordo più favorevole col datore di lavoro, che potrebbe anche rinunciare al preavviso, consentendo così al lavoratore di rassegnare le dimissioni immediate durante la malattia.

Risoluzione consensuale

Il preavviso non è dovuto, inoltre, se datore e lavoratore si accordano per la cessazione del rapporto, quindi in caso di risoluzione consensuale [3]. La risoluzione consensuale durante la malattia, difatti, non è vietata.

Contratto a termine

Se il contratto è a tempo determinato, e la scadenza del termine si verifica durante la malattia, il lavoratore non ha bisogno di rassegnare le dimissioni, in quanto il rapporto cessa automaticamente, salvo proroga o rinnovo.

Sia la proroga che il rinnovo devono essere firmati dal lavoratore: senza il consenso del dipendente, il datore non può spostare il termine del contratto.


note

[1] Art. 6, Co. 4, R.D.L. n. 1825/1924.

[2] Cass. sent. n. 12565/2017.

[3] Cass. sent. n. 2307/1986; Cass. sent. n. 6053/1981.


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