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Editoriali Spiati dalle banche grazie a World-Check

Editoriali Pubblicato il 2 marzo 2015

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> Editoriali Pubblicato il 2 marzo 2015

Tra i clienti privilegiati delle società di due intellingence ci sono gli istituti di credito: le notizie sulla vita dei clienti sottratte alle norme europee sulla privacy grazie ad internet. Come muore il diritto all’oblio.

 

Vi siete chiesti come fanno le banche a sapere tutto di voi, a volte più degli stessi uffici del fisco? A conoscere ogni aspetto economico, ma anche personale, dei propri clienti?

Avete ricevuto un secco “no” alla richiesta di mutuo per la vostra prima casa o le condizioni vi sono sembrate eccessivamente inique? Avete subìto la revoca di un fido o di un piano di rientro senza che vi siano state fornite motivazioni ragionevoli e, magari, avete protestato, ma pur sempre con la consapevolezza di avere qualche “scheletro nell’armadio”?

Di fronte al silenzio imbarazzato dell’istituto di credito, anche dopo la diffida dell’avvocato, non resta che la causa. Ma la curiosità resta sempre: cosa avrà spinto la banca ad erigere questo muro verso il cliente?

Chi non vede le ragioni è perché è rimasto all’era in cui l’unica “patente” di affidabilità di una persona era il casellario giudiziario e la visura protesti della Camera di Commercio. Ma i tempi sono cambiati ed esistono strumenti ben più invasivi – capaci di aggirare la legge – per “spiare” il passato delle persone. Quello che stiamo per raccontarvi può sembrare fantascienza o un problema che tocca solo una fascia ristretta di popolazione. E invece tutto ciò potrà cambiare profondamente il nostro futuro e, soprattutto, il modo di concepire la legge: che per essere rispettata non potrà più essere una legge “statale”, ma dovrà essere “globale”, condivisa da tutti gli Stati. La facilità di spostamento e, soprattutto, la comunicazione a distanza tramite internet rende, infatti, assai eludibile la norma, anche la più severa. Ecco perché.

E’ cosa a tutti ormai nota che, per boicottare le normative dell’U.E., basta avere la residenza in qualsiasi angolo del mondo, anche a pochi metri oltre il confine europeo. Esistono, infatti, reati a natura “trasfrontaliera” i cui effetti perversi sono moltiplicati dal web: la possibilità di collocare un server e i relativi database in un Paese sottratto alle norme degli Stati Membri e, sfuggendo ad esse, diffondere il proprio campo di azione anche all’interno dell’U.E., è una pratica, oltre che facile, spesso impossibile da contrastare da parte delle Autorità. Lo abbiamo visto con il filesharing, la pirateria musicale e cinematografica. E’ bastato spostarsi di poco dalla linea di confine per continuare a svolgere impunemente attività illecite.

Per anni abbiamo creduto che il peggior risultato prodotto dallo scontro tra le nuove tecnologie e la diversità di normative tra i Paesi del globo fosse la lesione del copyright: gestire, con un server e una piattaforma collocata in qualche isola sperduta, milioni di link a file pirata, e così sfuggire alle repressioni della polizia postale, è stato considerato il problema del millennio. In verità, non è così. Questo era solo il bandolo della matassa, l’inizio di una lunga lista che oggi comincia a svelare le proprie infinite possibilità.

Quello che, infatti, è successo con i film e gli mp3, è possibile anche con qualsiasi altro bene. Ivi compresa la privacy dei cittadini. Ed ecco il problema.

Cos’è World-Check?

Esiste una banca dati di nome World-Check, gestita da una Limited inglese, appartenente a un tal Thomson Reuters, con sede a Londra, che (attraverso decine di “detective” sparsi sul territorio) raccoglie ogni informazione sulle persone di diversi Stati del pianeta e crea archivi (una sorta di “cartelletta” per ciascuno di noi). Tali informazioni sono costituite da procedimenti penali (sia quelli terminati con una condanna, sia quelli poi archiviati), nonché tutte le notizie di reato e ogni altro dato attinto dai giornali tradizionali o dal web, ma anche da atti ufficiali di tribunali o di pubbliche amministrazioni. Questi dati vengono poi venduti a società commerciali, per evitare il “rischio business”. In altre parole, chiunque, volendo informarsi su qualcuno con cui dovrà stipulare un contratto, può consultare la banca dati di World-Check proprio come avviene con un registro pubblico.

In altre parole, questa società si vale di una serie di “agenti speciali” in grado di tracciare ogni “nome proprio di persona” presente su atti pubblici o su giornali, riviste, rotocalchi, pagine web; ed ogni volta che tale nome viene associato a un reato di matrice economica (la lista è assai lunga) viene schedato, archiviato, raccolto e conservato per sempre.

Una comune banca dati? Si, se non fosse che, in questo caso, non ci sono – come, per esempio, con Crif – i tempi massimi di conservazione o – come con il casellario giudiziario – le “non menzioni” per gli incensurati. A World-Chek nessuno sfugge. E, una volta “intrappolato”, il nome resta a vita.

Dov’è la violazione delle norme italiane?

Perché questa attività non avviene in Italia? Molto facile. Da noi la legge sulla privacy richiede l’informativa all’interessato ogni volta che si trattino i suoi dati o, addirittura, l’autorizzazione dello stesso, quando si tratta di dati sensibili o giudiziari. Autorizzazione che, peraltro, è necessaria quando i dati vengono trasferiti all’estero, cosa tutt’altro che improbabile se il cliente di World-Check è di un altro Paese.

Non solo. La nostra normativa impone anche di garantire all’interessato il diritto di accesso ai propri dati e, su sua richiesta, la cancellazione dei dati. Immaginate, però, che succederebbe se, ogni soggetto schedato da World-Check chiedesse la cancellazione: la banca dati si vuoterebbe in un solo giorno.

E allora, l’unica cosa da fare era portare tutto al di fuori della legge italiana. Ecco come nascono le società di due intelligence!

Vi meravigliate? World-Check non è l’unica. Ci sono tante altre società di “due intelligence che controllano il mondo (avevo già dato l’allarme in questo articolo: “Società di “due intelligence”: nessuno è al sicuro. Morto il diritto all’oblio”), prima tra tutte l’elvetica SGR, specializzata proprio con gli italiani (leggi: “Siamo tutti schedati: SGR controlla ogni italiano. La rivelazione shock”).

Ritorniamo ora a casa.

Tra i migliori clienti di World-Check vi sono numerosi istituti di credito italiani.

Perché una banca, per conoscere il trascorso del cliente che ha davanti, dovrebbe accontentarsi di un casellario giudiziario – che tuttavia potrebbe essere privo di informazioni utili quando il reo abbia ottenuto dal giudice la “non menzione” – o di una visura della Camera di Commercio – che potrebbe non essere aggiornata o magari ancoràta a un prestanome – o ancora perché dovrebbe limitarsi a una consultazione in Crif – quando quest’ultima è tenuta, dopo un certo periodo, a cancellare i dati conservati in archivio – ? Su World-Check i dati non vengono mai cancellati. E questo perché l’archivio, per ragioni di competenze territoriali, si sottrae alla normativa dell’Unione Europea. Ivi compresa quella sulla privacy, nonché agli orientamenti dei nostri giudici relativi al diritto all’oblio (leggi:  “Diritto all’oblio dopo World-Check: sulla rete nulla si distrugge, ma tutto si sposta”).

Perché non interviene il Garante della Privacy?

Consultati, gli uffici del Garante ammettono di avere le mani legate. Questioni di “competenza territoriale“, ovviamente.

I siti sono sì consultabili dall’Italia e per impedirlo dovrebbe intervenire un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Un po’ come è successo con The Pirate Bay e altri portali di filesharing. Un non-problema per chi è pratico di rete: basta un server proxy per poter aggirare le barriere dei tribunali.

Forse agli italiani conviene continuare a immaginare che il vero problema di questa generazione sia la raccolta di informazioni di Facebook o Google?

note

Autore foto: 123rf.com


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3 Commenti

  1. è una deliberata offesa di stampo militare… acquisizione dati del nemico, descrizione, posizionamento “strategico” (in questo caso economico e legale), scelta dell’ “armamento” e conseguente attacco. Io dichiarerei “guerra” a quegli istituti al di fuori della legalità dell’ UE e sicuramente del paese che li ospita, e invierei delle squadre militari a polverizzare il tutto

  2. E’ un delitto con castigo incorporato: a forza di sospettare di tutti, non si faranno affari con nessuno e senza affari chiudono le imprese, le banche, le assicurazioni e alla fine anche chi gli vende i dati sottratti illecitamente.
    E’ quello che è successo alle imprese in questi anni: a forza di approfittarsi dei lavoratori, non c’era più denaro in circolazione per comprare i loro prodotti, così hanno chiuso o si sono ridimensionate.

  3. Quello che non capisco è perché l’autore dell’articolo – che è avvocato- non abbia presentato un esposto in Procura. Se il Garante non può intervenire, ciò non toglie che la legge sulla privacy valga anche fuori dal territorio nazionale e inoltre poiché la stessa SGR dichiara che sono proprio gli italiani a essere schedati, si evidenziano anche violazioni di tipo costituzionale nonché almeno in astratto di tipo penale. Se l’accesso al casellario giudiziario è disciplinato dalla legge non mi sembra che tutto ciò sia regolare. Si ha così una sorta di casellario parallelo, non controllato da nessuno e che pubblica i dati dei cittadini a scopo di lucro. Peraltro che qualcosa di “strano” ci sia lo si nota già dalla presentazione dei servizi. Si parla di coinvolti in reati di vario tipo e di non tracciabilità delle interrogazioni alla banca dati. Da un lato si racconta la vita delle persone però si protegge chi va ad interessarsi e perché? Solo il diretto interessato e alcune autorità pubbliche elencate dalla legge possono accedere a quei dati.
    Sarebbe interessante sapere come questi “investigatori” si procurano tali notizie. Attraverso accessi abusivi al casellario con corruzione di funzionari pubblici? Altrimenti come? La SGR è nata nel 2006, per procurarsi i dati dal 2001 come ha fatto?
    Il reato in astratto non mi sembra tanto la pubblicazione dei dati del casellario, che sia aggiornati o meno ha poca importanza, ma nel fatto che si consenta nell’anonimato a terzi e per lucro l’accesso a tali notizie. Il reato avviene proprio in quel momento.

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