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Conviene avere una pensione integrativa?

23 Gennaio 2020
Conviene avere una pensione integrativa?

Fondi pensione: quando sono davvero convenienti e quali importi si possono scaricare dalle tasse.

Si sente sempre più spesso parlare di Pip (piani individuali pensionistici) o di pensione integrativa. La parola stessa dice già molto e anticipa il suo scopo: si tratta di uno strumento che consente di ottenere una rendita per quando si smetterà di lavorare. Sono, quindi, forme di previdenza complementare e fungono da protezione aggiuntiva rispetto al regime della previdenza obbligatoria (ossia, la pensione erogata dall’Inps o dalle Casse professionali). 

Conviene avere una pensione integrativa? Allo Stato di sicuro. La necessità, relativamente recente, di estendere questa protezione alla generalità dei lavoratori deriva, infatti, proprio dallo stato della previdenza obbligatoria, insufficiente nella prospettiva di medio termine ad assicurare al pensionato un tenore di vita paragonabile a quello derivante dalla retribuzione percepita durante la vita lavorativa. Ecco che allora lo Stato cerca, in questo modo, di supportare il proprio intervento con quello privato (assicurazioni e banche). E proprio per incentivarne il ricorso ha previsto una deduzione fiscale vantaggiosa.

Al privato, però, conviene avere una pensione integrativa? L’adesione del lavoratore alle forme pensionistiche complementari è libera e volontaria. Ciò significa che ciascun lavoratore può decidere in piena autonomia se aderire alla previdenza complementare e a quale forma: eventuali diverse previsioni della contrattazione collettiva, che impongano, ad esempio, l’adesione ad uno specifico fondo non vanno rispettate.

In questa breve guida, cercheremo di stabilire tutti i pro e i contro della previdenza integrativa e, più in particolare, dei piani individuali pensionistici (Pip).

Perché i fondi pensione?

Il mercato lavorativo è sempre più incerto. Riuscire a costruirsi una pensione sarà, per i giovani, sempre più difficile. Una delle strade per aiutare a consolidare un secondo pilastro pensionistico (da affiancare al primo, ossia alla pensione pubblica) passa per la previdenza complementare. Tra gli strumenti a disposizione, che possono essere utilizzati anche per i lavoratori intermittenti, ci sono i fondi pensione aperti (Fpa) e i Pip.

I Pip sono forme pensionistiche individuali realizzate attraverso contratti di assicurazione sulla vita, mentre i fondi aperti possono essere promossi da banche e Sgr oltre che da compagnie assicurative.

Tipologie di fondi pensione

Le forme di previdenza integrativa previste attualmente sono di tre tipi: 

  • fondi chiusi: destinati a categorie di lavoratori previste da contratti/accordi collettivi o aziendali;
  • fondi aperti: aperti all’adesione collettiva o individuale per qualsiasi categoria, salvo accordi specifici;
  • PIP: contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziale, ad adesione solo individuale.

Fondo chiuso

Il fondo chiuso è una forma di previdenza complementare istituita grazie agli accordi collettivi tra i lavoratori e i datori di lavoro.

Tale fondo rappresenta un soggetto giuridico autonomo dagli aderenti ed è dotato di organi propri: l’assemblea, gli organi di amministrazione e di controllo, nonché il responsabile del fondo. Proprio per garantire una verifica e una gestione partecipativa da parte degli iscritti, la normativa ha previsto che gli organi di amministrazione e controllo siano costituiti per metà dai rappresentanti dei lavoratori iscritti, e per l’altra metà dai rappresentanti dei datori di lavoro.

Inoltre, per lo svolgimento di determinate attività, il fondo pensione negoziale si avvale di soggetti specializzati ed esterni alla sua struttura.

Fondi aperti

I fondi aperti, invece, sono quelli costituiti direttamente dalle banche, nonché dalle compagnie di assicurazione e dalle società di gestione del risparmio, e successivamente collocati presso il pubblico. Al contrario dei fondi chiusi o negoziali, quelli aperti rappresentano una forma di previdenza individuale, potendovi aderire anche singoli lavoratori autonomi, liberi professionisti nonché i lavoratori dipendenti, con la conseguenza che l’ammontare da destinare al fondo è deciso dall’interessato.

Difatti, al contrario della pensione tradizionale in cui è chiaro il sistema di calcolo ed è prevedibile il suo importo finale, quanto erogato da un fondo aperto dipende non solo da quanto si è versato, ma soprattutto dai relativi rendimenti.

Al fine di controllare la regolare amministrazione di questi fondi, è stata istituita una Commissione controllata dal ministero del Lavoro, che vigila sulla trasparenza e convenienza delle modalità di offerta del prodotto derivante da questo risparmio.

Piani Individuali Pensionistici (PIP o FIP)

I Piani Individuali Pensionistici sono forme pensionistiche individuali attuate mediante la stipula di contratti di assicurazione sulla vita e hanno carattere rigorosamente individuale.

La caratteristica dei PIP è rappresentata dalla circostanza che il piano dei versamenti è flessibile e personalizzabile, sicché in ogni momento è possibile aumentare o ridurre l’importo del versamento, così come sospenderlo o effettuare versamenti aggiuntivi al piano inizialmente prescelto.

Il Pip funziona allo stesso modo delle polizze vita, ma con prestazioni e vantaggi fiscali tipici dei fondi pensione; proprio come le polizze, possiamo trovare come sottostante fondi interni o una gestione separata, ovvero un patrimonio investito principalmente in titoli governativi e corporate europe.

I lavoratori possono scegliere liberamente se e quanto versare annualmente presso un fondo pensione complementare, con la finalità di integrare la pensione di base erogata dall’Inps. Il lavoratore autonomo può scegliere la modalità di adesione individuale tramite un fondo pensione aperto (Fpa) — istituito da banche, Sim o Sgr — o un Piano individuale pensionistico (Pip), istituito da una impresa di assicurazione. 

Al momento dell’adesione, il lavoratore (autonomo o libero professionista) stabilisce liberamente l’importo e la periodicità della contribuzione e nel corso del tempo può modificare le proprie scelte. Se si cambia contratto o rapporto lavorativo si è liberi di trasferire senza costi la propria posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica complementare.  

Deducibilità fiscale della previdenza integrativa

I contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro, sia volontari sia dovuti in base a contratti o accordi collettivi, anche aziendali, alle forme di previdenza complementare, sono deducibili dal reddito complessivo fino a un importo annuo di 5.164,57 euro. Ciò si traduce, in concreto, in un risparmio di imposta tanto maggiore quanto più elevata è l’aliquota Irpef marginale del lavoratore. Difatti, con la deduzione fiscale si abbassa la base imponibile e, quindi, si può scendere di scaglione Irpef.

I contributi che si computano nel limite massimo di € 5.164,57 sono:

  • il contributo del lavoratore;
  • l’eventuale contributo del datore di lavoro.

Non concorre a saturare il plafond di deducibilità la quota del Tfr devoluta alla previdenza. 

I contributi eccedenti il tetto di deducibilità di € 5.164,57 non hanno alcun beneficio fiscale immediato, costituendo di fatto una quota del reddito a normale tassazione, ma danno origine ad una quota di prestazione in capitale o in rendita esclusa da tassazione. A tal fine, la legge prevede che il lavoratore comunichi alla forma pensionistica complementare, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di versamento – o, se antecedente, alla data in cui sorge il diritto alla prestazione – l’importo non dedotto o che non sarà dedotto nella dichiarazione dei redditi.

Quanto conviene la previdenza integrativa?

Per chi ha un reddito elevato, la stipula di piani individuali pensionistici (Pip) è sicuramente conveniente perché, come detto, abbassa la base imponibile – e quindi riduce le tasse da versare a fine anno – grazie alla deduzione fiscale prevista dalla legge fino a 5.164,57 euro. 

Peraltro, bisogna fare anche i conti con il mutamento dello scenario economico-legislativo italiano rispetto a quando i Pip sono stati introdotti. Da allora, sono passati più di 10 anni e l’Italia è cambiata molto. È subentrata la crisi economica che ha modificato la situazione del mercato del lavoro; nel 2012, è entrata in vigore la riforma Monti-Fornero, che ha introdotto un drastico innalzamento dell’età pensionabile e ha allontanato il traguardo della pensione. Ciò ha reso probabile che, all’uscita del mercato del lavoro, faccia seguito un periodo più o meno lungo di inoccupazione prima dell’accesso alla pensione, un rischio che con il passare del tempo potrebbe estendersi a fasce sempre più ampie della popolazione attiva.

Tutto ciò ha avuto riflessi sulla previdenza complementare, che di fronte alla frammentazione e alla precarietà del mercato del lavoro ha visto crescere sempre di più il suo ruolo di ammortizzatore sociale (ad esempio, attraverso l’istituto del “riscatto integrale” del capitale maturato in caso di cessazione dell’attività lavorativa oggi ammesso anche in caso di adesione alle forme di previdenza individuale, quali Piani Individuali di Previdenza – PIP e fondi pensione aperti).

La scelta tra Pip e Fpa deve focalizzarsi soprattutto sull’aspetto dell’efficienza, dei rendimenti ottenuti dalla linea e dalla dimensione del patrimonio del fondo; a parità di esposizione al rischio, è possibile trovare infatti costi significativamente differenti. Il Pip tende ad avere costi più elevati, l’attenzione va posta sui caricamenti applicati direttamente ai contributi versati e al costo annuo del fondo interno o della gestione separata. Il Fpa presenta al contrario una struttura di costi più snella, l’attenzione va posta ai costi di adesione e alla commissione di gestione annua applicata sul fondo interno. 

Tra i vantaggi della previdenza integrativa c’è il diritto del lavoratore di richiedere – già in fase di accumulo – il riscatto totale o parziale della propria posizione individuale: un’anticipazione per spese sanitarie, in seguito a gravi situazioni, per l’acquisto o ristrutturazione della prima casa; nonché richiedere, al ricorrere dei requisiti previsti dalla legge, la rendita integrativa temporanea anticipata (Rita). 

È altresì prevista la possibilità di riscatto anche per perdita dei requisiti per adesioni in forma individuale (cambio Ccnl, cessazione lavoro) anche agli aderenti di un fondo pensione aperto o un Pip. Il riscatto per perdita requisiti normalmente connesso al cambio o cessazione del rapporto di lavoro era fino a qualche tempo fa concesso esclusivamente alle adesioni collettive. Rispetto al passato, quindi, un soggetto che cambia o perde il lavoro ed è iscritto a un qualsiasi Fondo pensione, può riscattare immediatamente tutta la posizione accumulata. 

È possibile iscrivere a un Pip anche un familiare maggiorenne fiscalmente a carico. Si può beneficiare delle detrazioni anche per i versamenti contributivi effettuati a favore di un familiare fiscalmente a carico (quindi per i figli fin dalla culla). Tuttavia, ci deve essere capienza (il tetto sopra indicato vale per ogni singolo lavoratore). 

I fondi pensione sono reversibili. In particolare, in caso di morte dell’aderente a una forma pensionistica complementare prima della maturazione del diritto alla prestazione pensionistica, l’intera posizione maturata è riscattata dagli eredi ovvero dai diversi beneficiari dallo stesso designati, siano essi persone fisiche o giuridiche.

Rischi della pensione integrativa

Abbiamo visto sinora i vantaggi della pensione integrativa. Ma quali sono i rischi? Questi fondi non sono garantiti, per cui se fallisce il fondo pensione il lavoratore perde tutta la previdenza integrativa accumulata negli anni. Ecco perché bisognerebbe scegliere una compagnia assicurativa molto solida sul mercato, un gruppo cioè che possa essere presente nel lungo periodo. 



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