Quanto vale la parola di un poliziotto?

Il poliziotto ha bisogno di testimoni e altre prove? Come dimostrare una infrazione al Codice della strada o un reato?

Non è possibile far valere i propri diritti in tribunale se non si può dimostrare l’esistenza degli stessi e dell’illecito commesso dalla controparte. Chi non ha testimoni, documenti, fotografie o altre prove, pur avendo astrattamente ragione, viene dichiarato soccombente: in due parole, perde la causa. Tale regola è meglio conosciuta come «principio dell’onere della prova». Fatte salve alcune eccezioni in cui viene invertito l’onere della prova o è possibile fornire semplici indizi (tecnicamente chiamati “presunzioni”), è questo il caposaldo di ogni processo (civile, penale, amministrativo e tributario).


Ma che succede se la controparte è un poliziotto? In una normale controversia tra due privati, le affermazioni dei due contendenti hanno lo stesso valore: ossia zero.

«È la tua parola contro la mia» si suol dire comunemente in modo provocatorio, come a sottolineare l’assenza di prove. In mancanza, quindi, di conferme esterne (appunto le prove), il giudizio si risolverebbe con un “nulla di fatto” e la domanda dell’attore verrebbe rigettata.


Ma cosa avviene quando la dichiarazione proviene da un pubblico ufficiale? Un agente ha bisogno di testimoni o di altre prove? Quanto vale la parola di un poliziotto?

Immagina che un vigile ti becchi mentre passi col semaforo rosso o con l’autoradio “a palla” disturbando così tutto il vicinato. Subito solleva il taccuino delle multe. Gli puoi mica dire «è la tua parola contro la mia»! Si metterebbe a ridere. «Io sono io, e tu non sei nessuno» potrebbe risponderti se non avesse peli sulla lingua.

La verità è che lui è un pubblico ufficiale ed effettivamente vale più di te.


Una recente sentenza della Cassazione [1] ha affermato che, per dimostrare il reato a carico di chi circola in città con lo stereo della macchina a tutto volume, non serve il rilevamento della soglia di tollerabilità e nemmeno le denunce o le dichiarazioni dei residenti: basta la testimonianza del poliziotto.

La questione si è posta nell’ambito di un processo penale, ma è perfettamente trasponibile anche in un giudizio civile o, ancor di più, in un ricorso contro una sanzione amministrativa.

Qualche esempio farà al caso nostro per meglio spiegare se il poliziotto ha bisogno di prove o meno. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire quanto vale la parola di un poliziotto.

Multe stradali: come sconfessare la parola del poliziotto


Un verbale per una violazione del Codice della strada può essere il frutto di una constatazione obiettiva dell’agente di un fatto avvenuto dinanzi ai propri occhi o di una sua valutazione personale.

Si pensi al passaggio del semaforo rosso. Il poliziotto che multa l’automobilista non fa altro che riportare, nel verbale, il frutto della propria percezione visiva. Non compie alcuna valutazione personale. In tal caso, il verbale fa piena prova contro il trasgressore e quest’ultimo non può opporlo con un semplice ricorso contro la multa. Questo perché la parola del poliziotto vale più di quella del cittadino: il primo è, infatti, un pubblico ufficiale, con potere di conferire ai propri atti il valore di “piena prova”; il secondo, invece, è un semplice privato che non possiede alcun potere di certificazione.

Questo non significa che non ci si possa difendere, ma per farlo è necessario avviare un giudizio diverso, la cosiddetta querela di falso. A dispetto del nome, non ha nulla a che vedere con il penale: si tratta di una procedura civile volta a dimostrare che il pubblico ufficiale si è sbagliato o ha detto una bugia. Non sempre vale la pena azionare tale giudizio per una multa stradale.


Un’altra tipica ipotesi di querela di falso si ha quando il postino attesta, nel registro delle raccomandate, di aver consegnato la busta al diretto destinatario quando, invece, l’ha affidata a un soggetto che si è spacciato tale.

C’è poi il verbale redatto in base a constatazioni soggettive fatte dal pubblico ufficiale, il più delle volte perché assente sul luogo o perché basatosi sulle proprie congetture.

Pensa, ad esempio, al verbale di una multa per omissione dell’obbligo di precedenza, elevata solo dopo un incidente stradale, ossia a seguito dell’intervento della pattuglia che, fatte le rilevazioni, constatate le strisce delle frenate e le posizioni dei veicoli, ha potuto rilevare l’infrazione ex post.


Oppure pensa al caso di una multa per eccesso di velocità in assenza di autovelox, ma eseguita sulla base della semplice “sensazione” del verbalizzante. In tale ipotesi, non siamo più dinanzi a una percezione visiva certa, ma ad una valutazione personale. Qui, la parola del poliziotto non vale più di quella del privato e quest’ultimo può sconfessarla nell’ambito del semplice giudizio di opposizione alla multa, senza cioè dover anche avviare la querela di falso.

Reati: la testimonianza del poliziotto ha più valore?

Secondo la sentenza della Cassazione richiamata in apertura del presente articolo, per far scattare il reato di disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone, non servono gli accertamenti delle forze dell’ordine per provare che si è superata la soglia della “normale tollerabilità” né occorrono delle denunce-querele: basta la semplice testimonianza dell’ufficiale della polizia giudiziaria che è intervenuta sul luogo del reato e ha sequestrato la cassa acustica, come corpo del reato.

Questo non significa che la parola del poliziotto valga più del privato, ma semplicemente che un reato può essere dimostrato anche con una semplice testimonianza, senza bisogno di accertamenti tecnici. È proprio il caso di disturbo della quiete pubblica.


Pensa al caso di un vicino che fa baccano durante la notte. A sentirlo è tutto il vicinato. Quando, però, viene sporta la denuncia, questi interrompe ogni attività molesta. Come dimostrare a quel punto che, in passato, ci sono state le violazioni? Qualsiasi tecnico sarebbe impossibilitato a eseguire una perizia per fatti passati. Ecco che allora anche le semplici testimonianze dei vicini possono valere la condanna.

Anzi, a dire il vero, nel processo penale la sola testimonianza della vittima è sufficiente a condurre a una sentenza di condanna. Perché, nel processo penale, a differenza di quello civile, la vittima può fornire dichiarazioni a proprio favore, mentre lo stesso potere non ha il reo.

Non servono le denunce


Con riferimento ai reati procedibili d’ufficio, come quello di disturbo del riposo delle persone, la Cassazione precisa che la violazione scatta anche in assenza di «offesa a soggetti determinati, quando venga posta in essere una condotta idonea ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone». Nello specifico, è stato sufficiente sentire il poliziotto che aveva sequestrato lo stereo e testimoniato che la musica era talmente alta da far suonare gli allarmi di tutte le auto in sosta.



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Autore:
Redazione