Diritto e Fisco | Articoli

Abbandono tetto coniugale per chi va dai genitori?

26 Gennaio 2020
Abbandono tetto coniugale per chi va dai genitori?

Quando si chiede l’addebito nei confronti del coniuge che va via di casa per non fare più ritorno o senza dare una data per il rientro.

Andare via di casa comporta l’addebito. Non importa dove si va: se in hotel, a casa dell’amante o anche dei propri genitori. Di recente, è stato chiesto alla Cassazione se c’è abbandono del tetto coniugale per chi va a vivere dai genitori. Dubbio sacrosanto visto che uno dei doveri del matrimonio è la convivenza: senza di essa, infatti, non si potrebbe realizzare quella reciproca assistenza morale e materiale che il Codice civile pone a base della famiglia. Quindi, chi lascia il coniuge da solo non può poi chiedere il mantenimento o rivendicare diritti ereditari. Se poi ad andare via è colui che porta lo stipendio a casa, lasciando il resto della famiglia senza risorse, scatta anche il reato.

Non ha importanza quanto tempo decorre dall’abbandono del tetto coniugale: ai fini dell’addebito della separazione, l’importante è che, dietro tale comportamento, vi sia l’intenzione di non far più ritorno a casa. Quindi, anche dopo una settimana si potrebbe configurare la condotta vietata dal diritto di famiglia se accompagnata da dichiarazioni o atti che facciano presumere una volontà definitiva.

Un caso a parte potrebbe essere quello di chi si allontana per andare a stare dai genitori, malati e vecchi. Potrebbe, ad esempio, succedere che la moglie, preoccupata per i propri genitori disabili, decida di lasciare il marito e di ritornare sotto l’originario tetto con la madre. Per quanto nobile possa essere questo comportamento, si può considerare comunque una violazione dei doveri del matrimonio? C’è abbandono del tetto coniugale per chi va dai genitori? Ecco cosa ha detto in proposito la Cassazione con una recente ordinanza [1].

Come sempre succede nell’ambito del diritto di famiglia, più che i principi, contano i fatti e le prove concrete. Poiché, come detto, l’abbandono della casa familiare scatta solo quando c’è l’intenzione di non voler più far ritorno al tetto domestico, bisognerebbe verificare cosa ha detto il coniuge all’altro prima di fare le valigie. «Vado a stare dai miei finché non si sono ripresi» potrebbe essere sufficiente ad escludere l’addebito. Ma una frase come «Vado dai miei: non mi sento più di lasciarli morire soli…» potrebbe apparire una volontà definitiva o comunque “a tempo indeterminato” perché subordinata al decesso (che potrebbe intervenire dopo chissà quanto).

Nel caso di specie, la Corte ha confermato, a carico del marito, l’addebito per la rottura con la moglie. L’uomo aveva reso impossibile la prosecuzione della convivenza con la consorte per via del suo carattere “mammone”.

Sia in primo che in secondo grado viene ritenuto decisivo «l’allontanamento» dell’uomo dal «domicilio coniugale»: quell’azione, non giustificabile dalla «esigenza di accudire la madre», è ritenuta la causa scatenante del conflitto con la consorte.

Non c’è abbandono del tetto quando l’allontanamento avviene per pochi giorni: la cosiddetta “pausa di riflessione” non comporta l’addebito, purché limitata. 

La giurisprudenza ha chiarito che l’abbandono del tetto coniugale non giustifica l’addebito ove motivato da una giusta causa che però deve essere costituita da questioni interne al nucleo familiare come le violenze subite o il determinarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza coniugale. Difatti, la violazione dell’obbligo di convivenza comporta l’addebito della separazione salvo si accerti la preesistenza di una crisi coniugale già irrimediabilmente in atto (nella specie, i giudici del merito avevano imputato a una situazione di estrema e prolungata tensione tra i coniugi, tale da determinare l’impossibilità della prosecuzione di una civile convivenza, la causa della separazione; siffatta situazione si era verificata antecedentemente alla violazione dei doveri coniugali di coabitazione da parte della moglie) [2].

In ogni caso, è chi chiede l’addebito a dover dimostrare che la crisi è stata determinata proprio dall’abbandono del tetto coniugale da parte dell’altro coniuge e non da altre ragioni preesistenti. 

La giurisprudenza ha anche chiarito [3] che l’abbandono del tetto coniugale costituisce di per sé motivo sufficiente per l’addebito della separazione a carico del coniuge che abbia assunto tale condotta, in quanto comporta l’impossibilità della convivenza, a meno che non si dimostri che l’abbandono sia stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero intervenuto in un momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata. Nel caso di specie, è stato riconosciuto l’addebito della separazione in capo al marito il quale si era disinteressato della famiglia, abbandonandola senza fare più ritorno, non avendo costui fornito alcuna giustificazione all’abbandono per via della mancata costituzione in giudizio.


note

[1] Cass. ord. n. 1448/2020 del 23.01.2020.

[2] Cass. sent. n. 14591/2019 del 28.05.2019.

[3] Trib. Isernia, 06/02/2018, n.95

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 26 novembre 2019 – 23 gennaio 2020, n. 1448

Presidente/Relatore Sambito

Fatti di causa

Con sentenza del 16/1/2018, la Corte di Appello di Messina ha confermato la decisione con cui il Tribunale di quella Città aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi Pi. An. D’Al. ed An. Gr. Ca., con addebito al marito e rigetto la domanda di addebito a carico della moglie, ha confermato, inoltre, la spettanza e l’ammontare dell’assegno in favore della stessa e l’ammontare dell’assegno di mantenimento in favore delle figlie Ri. ed El..

Avverso la succitata sentenza, che ha condannato il D’Al. al pagamento delle spese processuali, lo stesso propone ricorso per cassazione, con cinque motivi, successivamente illustrati da memoria, ai quali An. Gr. Ca. resiste con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Coi primi due motivi, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 143 e 151 c.c.,113 e 116 c.p.c., nonché “motivazione per relationem” addebitando alla sentenza, rispettivamente, di non aver riconosciuto l’addebito della separazione a carico della moglie e di averlo riconosciuto a suo carico.

1.2. I motivi, che vanno congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono in parte infondati ed in parte inammissibili.

1.3. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, al quale lo stesso ricorrente fa riferimento, la sentenza di appello motivata per relationem a quella di primo grado va considerata nulla, quando essa si sia limitata ad aderire alla pronunzia di primo grado in modo acritico senza alcuna valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, e cioè quando la laconicità della motivazione non consenta di appurare che alla condivisione della decisione di prime cure il giudice d’appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (cfr. Cass. n. 20883 del 2019; n. 22022 del 2017; n. 20648 del 2015; n. 2268 del 2006). Il caso non ricorre nella specie, in quanto la Corte messinese non si è limitata a condividere la valutazione del Tribunale, ma ha specificamente argomentato che la prosecuzione della convivenza era ascrivibile alla condotta del marito e non anche a quella della moglie, evidenziando che l’allontanamento dal domicilio coniugale, da lui posto in essere, non era giustificato dall’esigenza di accudire la madre, né da precedenti motivi di incompatibilità, e ritenendo insussistenti violazioni dei doveri coniugali da parte della moglie, e del pari insussistente la prova del nesso etiologico tra la frattura del rapporto matrimoniale e la depressione della stessa.

1.4. Se la violazione dell’art. 113 c.p.c. che pone al giudice l’obbligo di decidere secondo diritto non è ulteriormente sviluppata, le censure riferite alla violazione dell’art. 116 c.p.c. sono all’evidenza volte al riesame del materiale probatorio (incidenza dell’asserita ipocondria, depressione e smisurata gelosia della moglie nel ménage familiare, e, per converso, necessità di trasferimento del marito nella casa della madre malata, assenza di prova circa il nesso etiologico tra tale condotta e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza).

1.5. Le doglianze invocano cioè un’indagine di merito, com’è evidente laddove, pure in seno alla memoria, si imputa ai giudici d’appello per un verso di non aver considerato alcuni elementi e si contesta, per l’altro, l’esistenza della prova, indagini che, com’è noto, attengono al giudizio di fatto, dovendo aggiungersi che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 18892 del 2016 e massime ivi richiamate), la deduzione in sede di ricorso per cassazione della violazione dell’art. 116 c.p.c. -a mente del quale cui il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti- è concepibile solo: a) se il giudice di merito valuta una determinata prova ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale); b) se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando, la norma in discorso.

2. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 156 c.c.; 113 e 116 c.p.c, motivazione per relationem e l’omesso esame di un fatto decisivo (contratto di locazione registrato e relative ricevute), in relazione al capo con cui è stato riconosciuto l’assegno in favore della moglie. 2.1. Anche questo motivo va disatteso per i principi sopra espressi ai §§ 1.3 e 1.4 e tenuto, in ispecie, conto che nel confermare la spettanza dell’assegno, e nell’individuarne correttamente i presupposti non già nella mancanza, in astratto, di redditi adeguati come sembra ipotizzare il ricorrente, ma in funzione del tendenziale mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di convivenza, la Corte ha, comunque, affermato sussistere un’indubbia disparità economica tra i coniugi ed ha modulato l’assegno (in Euro 100,00), in considerazione del godimento della casa familiare da parte della donna, elemento a torto ritenuto non considerato.

2.2. La circostanza relativa al pagamento di un canone di locazione in favore della sorella che, come sostiene il ricorrente, modificherebbe a suo svantaggio la situazione reddituale non appare infine decisiva, tenuto conto che il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti può esser utilmente dedotto laddove abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia; pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori (in tesi il contratto di locazione e le ricevute) non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa (nella specie la differenza di reddito tra le parti), sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. n. 27415 del 2018).

3. Col quarto motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 337 ter c.c. 113 e 116 c.p.c. in riferimento al contributo in favore delle figlie pari ad Euro 650,00, oltre a spese straordinarie In particolare, afferma il ricorrente, la figlia El. ha raggiunto l’indipendenza economica ed è andata a vivere a Macerata.

3.1. Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile, dovendo darsi seguito al principio affermato da questa Corte secondo cui “l’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio (nella specie, di 800 Euro mensili) correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario” (Cass. n. 2171 del 2012). Le questioni relative al trasferimento della figlia ed alla vendita di un immobile attingono a fatti sopravvenuti, non deducibili in questa sede.

4. Il quinto motivo, con cui il ricorrente deduce la violazione dell’art. 91 c.p.c. in riferimento alla statuizione sulle spese è infondato: il ricorrente è risultato infatti soccombente in merito alle domande di addebito e di assegno, conclusione che non resta modifica dall’asserito comportamento reticente della moglie.

5. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 3.100,00, di cui Euro 100,00 per spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara che sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello ove dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

 


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube