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Chi possiede il debito pubblico italiano?

26 Gennaio 2020
Chi possiede il debito pubblico italiano?

Chi detiene i titoli di Stato dell’Italia? Quale potere hanno le banche e gli Stati stranieri?

In un articolo apparso su questo stesso giornale abbiamo spiegato chi ha il potere in Italia. Tra i sette più grossi e influenti centri di potere abbiamo indicato anche gli investitori. Chi sono? Si tratta di coloro che hanno acquistato e continuano ad acquistare il debito pubblico italiano: in qualità di creditori del nostro Paese, possono decidere il bello e il cattivo tempo. Dagli investitori, difatti, dipende la liquidità dello Stato e, in definitiva, la sua capacità di erogare servizi, pensioni, stipendi pubblici e prestazioni socio-assistenziali. Se non ci fosse tale flusso di denaro, il Governo non potrebbe far fronte all’enorme mole di spese che si presenta ogni anno (e che, purtroppo, nessun esecutivo è riuscito sinora a tagliare).

Così, negli anni, l’Italia si è indebitata con una serie di soggetti che hanno acquistato i cosiddetti titoli di Stato. Chi sono costoro? In altri termini, chi possiede il debito pubblico italiano?

Per sapere chi possiede il debito pubblico italiano bisogna comprendere quali sono i titoli di Stato e come funziona la loro vendita.

Cosa sono i titoli di Stato?

I titoli di Stato sono una sorta di obbligazione: si tratta di prestiti che lo Stato chiede a qualsiasi soggetto (privati, piccoli risparmiatori, società, banche, soggetti esteri). A fronte di ciò, lo Stato si impegna a versare un tasso di interesse annuale (il cosiddetto rendimento) e a restituire il capitale iniziale alla scadenza del titolo stesso (scadenza predefinita al momento della vendita).

Chi acquista i titoli di Stato fa un piccolo investimento: benché i rendimenti siano ormai bassi, tenta di salvaguardare i propri risparmi dal rischio inflazione. Non è, tuttavia, possibile “riscattare” il denaro prima della scadenza del titolo, ma è possibile vendere ad altri investitori i titoli nel proprio portafoglio, in modo da recuperare il denaro (o solo parte) speso.

Nello stesso tempo, lo Stato ottiene la disponibilità economica per finanziare (coprire) il proprio debito pubblico o direttamente il deficit pubblico.

Insomma, la vendita dei titoli costituisce un vantaggio sia per lo Stato che per chi li acquista.

I titoli di Stato sono di diverso tipo e si differenziano in base ai termini di scadenza:

  • Bot (Buoni ordinari del tesoro): sono titoli a breve termine che scadono dopo 3, 6 e 12 mesi, privi di cedole, il cui rendimento è dato dallo scarto di emissione;
  • Btp (Buoni del Tesoro Poliennali): scadono dopo 3, 5, 10, 15 e 30 anni, con cedole fisse semestrali;
  • Btp Italia: scadono dopo 4, 6 o 8 anni, nei quali le cedole sono indicizzate all’andamento dell’inflazione italiana;
  • Cct (Certificati di Credito del Tesoro): scadono dopo 7 anni e prevedono cedole variabili semestrali, legate al tasso Euribor a 6 mesi più una maggiorazione (spread);
  • Ctz (Certificati del Tesoro Zero Coupon): scadono dopo 24 mesi e sono privi di cedole;
  • BTP€i (Buoni del Tesoro Poliennali Indicizzati all’inflazione europea): scadono dopo 5 e 10 anni, nei quali sia il capitale rimborsato a scadenza, sia le cedole semestrali sono rivalutati in base all’andamento dell’inflazione europea.

Come funziona la vendita dei titoli di Stato?

Periodicamente, il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) indice delle aste per la vendita dei titoli di Stato, stabilendo per ciascuno di questi, di volta in volta, il tasso di interesse. 

Di solito, le aste vengono prima presentate agli investitori privilegiati come le banche e gli Stati stranieri. Poi, si passa all’asta rivolta ai privati. 

Per comprendere come mai i tassi di interesse dei titoli di Stato variano da asta ad asta, bisogna spiegare come funziona il mercato dei titoli. 

Lo Stato non può permettersi di lasciare invenduti i propri titoli, altrimenti andrebbe in fallimento. Sicché, deve intercettare necessariamente gli investitori. Questi ultimi, però, dinanzi a una situazione di crisi politica, potrebbero essere indotti ad acquistare obbligazioni e azioni emesse da società private. Ecco che allora, in momenti di difficoltà del Paese, i rendimenti dei titoli di Stato si alzano proprio per attrarre gli investitori ed evitare che la situazione economico-politica possa allontanarli. Un rendimento elevato costituisce, quindi, la contropartita di un rischio maggiore per l’acquirente. 

Sintetizzando, lo Stato aumenta gli interessi sui propri titoli quando vi è incertezza politica ed economica; lo fa, infatti, per incentivare gli investitori ad acquistare Bot e Btp alle aste. Ma pagando più interessi, si indebita. 

Chi possiede il debito pubblico italiano?

Sicuramente, a casa tua avrai qualcuno, specie se anziano, che ha acquistato dei titoli di Stato e che ne ha affidato la custodia alla banca in attesa della scadenza. La somma di tutti questi privati fa una prima grande fetta degli investitori. Possiamo, quindi, dire che il nostro Paese è indebitato già con gli stessi cittadini che lo stanno finanziando in cambio di interessi. Ma non c’è solo la vecchietta che ha messo da parte la liquidazione. Tra gli acquirenti del debito pubblico italiano ci sono, innanzitutto, le banche e le assicurazioni, divenute ormai veri e propri referenti di primo livello quando si tratta di indire un’asta. Poi, ci sono i Paesi stranieri come la Russia, gli Usa, la Cina, la Germania. 

Poi, ci sono i privati. Le famiglie italiane sono i principali acquirenti dei titoli di Stato.

Per un risparmiatore domiciliato in Italia e già esposto al rischio Paese, il BTp è un titolo da avere in portafoglio perché non esistono alternative simili con un tale rendimento. Però, per godere di un tasso reale positivo bisogna andare sulla scadenza a dieci anni. Per chi ha già BTp, comunque, è opportuno diversificare il portafoglio.

Sebbene gran parte del debito governativo italiano sia detenuto da investitori domestici, gli investitori esteri detengono una gran parte dei nostri titoli di Stato. In termini di emissioni nette, tolto quanto viene assorbito da Bce, il resto viene assorbito da parte degli investitori. 

Alla fine di dicembre circa il 33% del debito italiano era in mano a stranieri, quota che si riduce ulteriormente se si depura dalla quota di titoli in mano a fondi estero vestiti. È una percentuale in crescita, anche se la loro quota sul debito resta ben lontana dal livello del 45% pre-crisi finanziaria. La sfiducia verso il nostro Paese ha, infatti, portato una riduzione della quota dei titoli di Stato in capo ai non-residenti. Questo perché i titoli tricolori scontano sul mercato una grande vulnerabilità rispetto alle emissioni degli altri Paesi sviluppati.


1 Commento

  1. Salute, una bella carriolata di parole, tralasciando accuratamente, consapevolmente o meno, di far presente che il punto fondamentale è l’inesistenza di tale debito pubblico, dovuto al fatto che non si è emissari proprietari della moneta di stato, stante che quella attuale viene emessa da una tipografia privata con l’apporto di un valore, senza un collaterale solido e concreto come valore, se non quello del capitale umano. Emessa la “valuta” in modo scritturale e data alle diverse banche, le stesse prestano agli “Stati aziendali” o corporazioni con richiesta di interessi.
    Da qui si evince la vostra omissione nel dire onestamente che tale sistema sia fraudolento.
    Cordiali saluti.

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