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Cosa cambia legalmente con il matrimonio?

27 Gennaio 2020
Cosa cambia legalmente con il matrimonio?

Che differenza c’è tra una coppia sposata e una di conviventi: cosa succede quando si diventa marito e moglie?

Dopo un lungo periodo di convivenza, hai deciso di sposarti. Hai già analizzato tutti i pro e contro del matrimonio e, alla fine, ti sei convinto: salirai sull’altare. Lo fai non tanto per una questione religiosa, ma per dare una tutela legale alla persona che ami e al tuo futuro figlio. Ti è stato detto da chi ha già fatto il grande passo che, alla fine dei conti, la tua vita non muterà nella sostanza. Ti chiedi, però, cosa cambia legalmente con il matrimonio. 

Certo, sulla tua carta d’identità cambierà lo stato: da celibe a coniugato. E in più sai che, se dovessi separarti, potresti essere costretto dal giudice a versare l’assegno di mantenimento. Ma quali altre novità devi attenderti a partire dal giorno del fatidico sì?

Abbiamo cercato di sintetizzare, nel seguente articolo, cosa cambia legalmente con il matrimonio. Ecco allora una rapida guida a tutte le conseguenze a cui vai incontro.

Lo stato 

La prima cosa che cambia con il matrimonio è lo stato civile: da celibe (per l’uomo) o nubile (per la donna) si passa a “coniugato”. Questo è solo l’aspetto formale – che compare chiaramente sui documenti d’identità – a cui conseguono poi tutti gli altri effetti di legge di cui parleremo qui di seguito.

Chiaramente, chi è coniugato non può sposarsi di nuovo, a meno che non divorzi. Diversamente, commetterebbe il reato di bigamia. La semplice separazione non è sufficiente per procedere a un secondo matrimonio. 

Doveri del matrimonio

Dal matrimonio scaturiscono una serie di doveri che la semplice convivenza non implica. Chi è sposato ha, innanzitutto, l’obbligo di convivere con il coniuge. In buona sostanza, marito e moglie devono vivere sotto lo stesso tetto, salvo impedimenti (come, ad esempio, un trasferimento lavorativo).

Chi si allontana dal tetto domestico “a tempo indeterminato” o con l’intenzione di non farvi più ritorno può subire:

  • l’addebito per la separazione (con conseguente impossibilità di chiedere l’assegno di mantenimento);
  • una denuncia per il reato di violazione degli obblighi familiari se, dal suo reddito, dipende la sopravvivenza dell’intera famiglia (si pensi al marito, unico percettore di reddito).

Anche ai fini fiscali, se la famiglia vuol godere dell’esenzione dal pagamento delle imposte sulla casa deve avere la residenza e la dimora principale nello stesso immobile (quello cioè beneficiato). 

Allo stesso modo, con il matrimonio scatta il dovere di fedeltà: non si può avere una seconda relazione, neanche occasionale. In caso contrario, può scattare, anche in tale ipotesi, la separazione con addebito, ma solo a condizione che il tradimento sia la causa dello scioglimento del matrimonio e non, invece, l’effetto di una crisi pregressa (leggi sul punto nuova legge sul tradimento).

Chi è sposato deve provvedere ai bisogni materiali e morali del coniuge, prendendosene cura fino alla morte. Il matrimonio trasforma, dunque, quello che è un semplice obbligo sociale in capo ai conviventi in un vero e proprio dovere giuridico la cui violazione può implicare:

  • l’addebito in caso di separazione;
  • il reato di abbandono di persona incapace. 

La filiazione

Un’altra conseguenza del matrimonio è che tutti i bambini nati a partire da 180 giorni prima delle nozze fino a 300 giorni dalla cessazione o dal decesso si presumono essere figli della coppia di coniugi. Se, tuttavia, per la madre si tratta di una constatazione abbastanza scontata, per il padre non è sempre così. 

La differenza con le coppie di conviventi è abbastanza palese. Nel caso di coppia non sposata, il padre deve recarsi all’anagrafe e riconoscere come proprio il figlio avuto dalla compagna; invece, nel caso di matrimonio, il riconoscimento non è necessario perché il bambino si presume avere sempre come papà il marito della madre. L’uomo, però, può procedere al disconoscimento fino a cinque anni.

A parte questo aspetto, per il resto nulla cambia nei rapporti coi figli tra matrimonio e convivenza. Infatti, i genitori – a prescindere dal legame matrimoniale – sono tenuti a mantenere i figli fino all’autosufficienza economica (che non corrisponde necessariamente coi 18 anni).

Gli acquisti e il regime patrimoniale

Passiamo ora agli aspetti patrimoniali. Se la coppia di conviventi non ha obblighi di alcun tipo, salvo sia stato firmato un contratto di convivenza, per i coniugi le cose vanno diversamente. Al momento del matrimonio, marito e moglie entrano automaticamente in regime di comunione dei beni: in buona sostanza, tutti i beni acquistati dopo le nozze si presumono di entrambi i coniugi, a prescindere da chi ne abbia pagato il prezzo. La coppia può optare per la separazione dei beni, in tal caso lasciando la completa separazione dei patrimoni.

Solo la comunione implica effetti sull’amministrazione dei beni comuni che, quanto a quella ordinaria, può essere svolta disgiuntamente dai singoli coniugi, mentre quella straordinaria spetta ad entrambi. 

Isee e nucleo familiare

Da un punto di vista fiscale e, più specificamente, ai fini dei benefici socio-assistenziali, la coppia di conviventi che si sposa diventa un unico nucleo familiare. Con la conseguenza che le rispettive condizioni patrimoniali si “sommano”, formando un unico Isee. Il che comporta una maggiore difficoltà a ottenere una serie di bonus e di agevolazioni. 

L’eredità

Una delle più importanti conseguenze del matrimonio è la creazione di un vincolo di familiarità. Marito e moglie, da persone sconosciute, diventano “parenti”. Con la conseguenza che, in caso di morte di uno dei due, l’altro gli è sempre erede, a prescindere da quanto indicato in un eventuale testamento. Il coniuge è, infatti, erede “legittimario”: a lui cioè spetta sempre una quota minima del patrimonio del defunto, potendola rivendicare anche dinanzi al giudice. Non è possibile diseredare il coniuge, salvo casi particolarmente gravi di indegnità. 

Il coniuge superstite acquista poi due diritti:

  • quello di abitare, fino alla propria morte, in quella che prima era la casa coniugale, a prescindere dalla volontà di eventuali coeredi;
  • quello di acquisire la pensione di reversibilità anche in caso di rinuncia all’eredità. 

La separazione e il divorzio

Tutti sanno le conseguenze della separazione e del divorzio di una coppia sposata, conseguenze che non subiscono ovviamente le coppie di conviventi. 

Al momento della separazione, il coniuge con il reddito più alto deve garantire all’altro un mantenimento che gli consenta di avere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante le nozze. Ciò a meno che quest’ultimo si sia reso colpevole della violazione dei doveri coniugali (addebito per infedeltà, abbandono del tetto coniugale, violenze familiari, ecc.). 

L’assegno di mantenimento viene poi sostituito dall’assegno divorzile quando la coppia passa al divorzio. In questo caso, non c’è più l’obbligo di garantire lo stesso tenore di vita, ma solo l’autosufficienza economica, a meno che si tratti di coniuge in età avanzata che abbia dedicato tutta la propria vita al ménage domestico, rinunciando alla propria carriera. 

Nuovo assegno di mantenimento: GUARDA IL VIDEO



1 Commento

  1. Matrimonio? Ad oggi, sembra che il matrimonio sia sdoganato. Io e il mio compagno ci saremmo dovuti sposare a luglio… ovviamente, a causa del coronavirus dovremo rimandare… All’inizio avevamo programmato le nostre nozze a settembre, ma ora credo che bisognerà posticipare ancora. Insomma, io e lui siamo lontani perché lavoriamo in città diverse. Con questo nuovo decreto ci possiamo finalmente rivedere. Ma questa storia dei congiunti ha fatto impazzire tutti. per non parlare delle ordinanze regionali. Per fortuna che ci siete voi della legge per tutti che avete pubblicato gli aggiornamenti su questa situazione e avete chiarito tutto

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