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Infermità di mente: c’è responsabilità penale?

27 Gennaio 2020
Infermità di mente: c’è responsabilità penale?

Cosa significa infermità mentale e quando c’è imputabilità nel processo penale a seguito della commissione di un reato?

Avrai sentito parlare di molti avvocati che, per non far condannare i propri clienti, fanno di tutto affinché ne sia accertata l’infermità mentale. Ma cos’è l’infermità di mente? C’è responsabilità penale per chi non è capace di intendere e volere? 

Di tanto si è occupata la Cassazione in una recente sentenza [1]. Vediamo qual è stato l’interessante chiarimento offerto dai giudici supremi.

Come funziona la responsabilità penale 

Il diritto penale è basato su un principio garantistico: può rispondere del reato solo chi lo ha commesso con coscienza, ossia in condizioni tali da avere il controllo di sé stesso. È necessario che il reo abbia voluto compiere il comportamento incriminato, a prescindere dal fatto che si sia rappresentata la possibilità che da esso potesse derivare l’evento delittuoso come, ad esempio, la morte di una persona o il ferimento. Chi guida in eccesso di velocità o in condizioni di distrazione è responsabile dell’investimento del passante anche se non lo ha voluto. Egli, infatti, nel momento in cui ha premuto sull’acceleratore, sapeva ciò che stava facendo. Al contrario, non sarebbe responsabile se l’investimento fosse dovuto a un infarto che lo abbia portato a sbandare sul marciapiedi.

Il fatto di ignorare che la legge preveda come reato un determinato comportamento non è condizione sufficiente per escludere la punibilità; diversamente, chiunque potrebbe invocare l’ignoranza per non rispondere delle violazioni commesse.

Lo stato di ebbrezza o di alterazione da sostanze stupefacenti, se anche determina una condizione di temporanea incapacità, implica ugualmente la responsabilità penale. La ragione è semplice: la coscienza rilevante per identificare la colpa del soggetto agente retroagisce al momento in cui questi ha scelto di assumere la sostanza alcolica o la droga che ne ha ridotto la capacità (a meno che non si tratti di un alcolista cronico o un drogato abituale). Se così non fosse, basterebbe bere qualche bicchiere di vino o sniffare qualche sostanza per poi uccidere chicchessia senza andare in carcere. 

Cos’è l’infermità di mente?

Diverso è il discorso dell’infermità di mente. Questa, infatti, è una malattia la cui presenza prescinde dalla volontà del reo e che interviene per ragioni naturali del tutto incolpevoli. 

Con riferimento al cosiddetto «vizio totale di mente», il Codice penale stabilisce che «non è imputabile (ossia non è responsabile) chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere o di volere». 

L’infermità di mente può essere una malattia psichica o mentale, così come un disturbo della personalità. A riguardo, la Cassazione [2] ha precisato che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i «disturbi della personalità», che non sempre sono inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente.

Inoltre, deve sussistere un nesso di causa-effetto tra la specifica condotta criminosa e il disturbo di mente: in buona sostanza, il reato deve essere stato determinato dal disturbo mentale e non da altre circostanze. Una persona claustrofobica non può invocare tale patologia per giustificare il fatto di aver ucciso una persona. Ne consegue che nessun rilievo, ai fini dell’imputabilità, deve essere dato ad altre anomalie caratteriali o alterazioni e disarmonie della personalità che non presentino i caratteri sopra indicati, nonché agli stati emotivi e passionali, come ad esempio la rabbia.

La cronica dipendenza da alcool non può essere assimilata ad un vizio parziale di mente – essendo caratterizzata dal venir meno dei fenomeni tossici negli intervalli di astinenza, durante i quali vi sarebbe di nuovo l’acquisto della capacità di intendere e di volere – ma può essere valorizzata al fine della concessione delle circostanze attenuanti generiche [3].

Quando, nonostante l’infermità di mente, c’è responsabilità penale

Da quanto visto, la persona che presenta un’incapacità naturale non è sempre priva di responsabilità per ciò che fa. Innanzitutto, l’incapacità deve essere talmente grave da escludere la coscienza del soggetto ossia la capacità di comprendere il significato delle sue azioni. In secondo luogo, l’azione criminale deve essere stata determinata solo ed esclusivamente dal vizio di mente. 

Nella sentenza citata in apertura, alla Cassazione è stato chiesto quali disturbi della personalità rientrano nel concetto di infermità. Secondo costante giurisprudenza di legittimità, per il riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità, non sempre inquadrabili tra le malattie mentali, possono rientrare nel concetto di infermità, purché siano di «consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente» e a condizione che vi sia un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto della quale il reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale.

L’accertamento dell’infermità di mente dell’imputato va compiuto in relazione al fatto concreto addebitatogli ed al tempo in cui è stato commesso, onde la perizia psichiatrica espletata in altro procedimento, relativo a diverso fatto, non è mai vincolante nel giudizio successivo [4].


note

[1] Cass. sent. n. 188/20 del 7.01.2020.

[2] Cass. sent. n. 188/2019.

[3] Cass. sent. n. 2664/2019.

[4] Cass. sent. n. 13778/2019.


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3 Commenti

  1. L’annullamento della scheda testamentaria postula l’accertamento della presenza riguardo al testatore non già di una semplice alterazione o anomalia delle facoltà psichico-cognitive – circostanza, come notorio, normale e frequente con l’avanzare dell’età – bensì la prova che, a cagione di uno stato d’infermità totale, transitorio o permanente, o di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato assolutamente privo, al momento del compimento dell’atto di ultima volontà, della capacità di autodeterminarsi coscientemente e liberamente nel compimento dei propri atti.

  2. La dipendenza da alcool per essere causa d’infermità mentale deve necessariamente tradursi in un’intossicazione grave, tale da determinare un vero e proprio stato patologico psico -fisico, così incidendo profondamente sui processi intellettivi e volitivi della persona .

  3. Quando, a seguito di accertamenti, lo stato d’infermità risulti reversibile non trova ragione l’applicazione di un termine massimo alla sospensione della prescrizione invece previsto in caso di stato irreversibile di infermità mentale. Riacquisita la capacità mentale di partecipare coscientemente al processo, la prescrizione (ed il processo) riprende il suo corso, qualunque sia il tempo intanto decorso.

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