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Buoni pasto: ultime sentenze

10 Febbraio 2020
Buoni pasto: ultime sentenze

Le ultime sentenze su: pausa pranzo; consumazione dei pasti; diritto dei dipendenti ai buoni pasto; maggior valore indebitamente attribuito ai buoni pasto erogati ai propri dipendenti.

Pubblico impiego privatizzato: l’attribuzione del buono pasto

In tema di pubblico impiego privatizzato, l’attribuzione del buono pasto è condizionata all’effettuazione della pausa pranzo che, a sua volta, presuppone, come regola generale, che il lavoratore osservi un orario di lavoro giornaliero di almeno sei ore (oppure altro orario superiore minimo indicato dalla contrattazione collettiva); ne consegue che i buoni pasto non possono essere attribuiti ai lavoratori che, beneficiando delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità di cui al d.lgs. n. 151 del 2001, osservano, in concreto, un orario giornaliero effettivo inferiore alle suddette sei ore, né può valere l’equiparazione dei periodi di riposo alle ore lavorative di cui al comma 1 dell’art. 39 dello stesso d.lgs., che vale “agli effetti della durata e della retribuzione del lavoro”, in quanto l’attribuzione dei buoni pasto non riguarda né la durata né la retribuzione del lavoro ma è finalizzata a compensare l’estensione dell’orario lavorativo disposta dalla P.A., con una agevolazione di carattere assistenziale diretta a consentire il recupero delle energie psico-fisiche degli interessati.

Cassazione civile sez. lav., 28/11/2019, n.31137

Fruizione di buoni pasto presso terzi convenzionati

Va qualificato come lavoro straordinario, con conseguente diritto alla retribuzione comprensiva di maggiorazione, la prestazione lavorativa svolta durante l’intervallo per la pausa, nel caso in cui l’azienda sanitaria, pur riconoscendo ai dipendenti la fruizione di buoni pasto presso terzi convenzionati, non ne rende tuttavia possibile la consumazione al di fuori dell’orario di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 12/08/2019, n.21325

Sottoscrizione di un contratto integrativo aziendale

Quando a seguito dell’adesione ad un accordo sindacale (nella specie all’associazione di industriali) una società si è obbligata, con la sottoscrizione di un contratto integrativo aziendale, all’erogazione di diverse voci retributive e/o incentivanti e/o indennitarie ai dipendenti previsti in detto contratto (nella specie: premio di produzione, premio di produttività e qualità, premio di partecipazione, buoni pasto), se a seguito della disdetta da tale contratto, la società continua a dare volontaria esecuzione al contratto integrativo scaduto per ulteriori tre anni, è illegittimo il suo rifiuto di continuare a corrispondere l’ulteriore voce premiale (nella specie: premio di partecipazione relativo a luglio e ottobre 2013 e gennaio 2014) posto che tali diritti sono entrati a far parte del patrimonio dei lavoratori.

Corte appello Roma sez. lav., 26/11/2018, n.4414

Consumazione del pranzo

Ai fini del riconoscimento della pausa giornaliera è del tutto irrilevante che il lavoratore usufruisca di una struttura operativa munita di sale relax o punti di ristoro, la quale previsione risponde ad altre esigenze di tutela; tantomeno rileva la fruizione della pausa durante la consumazione del pranzo dal momento che i dipendenti usufruiscono dei buoni pasto.

Nemmeno rilevano le attese ed i periodi di inoperatività lavorativa fisiologicamente correlata alla tipologia di lavoro svolto, perché nonostante questi, il lavoratore permane pur sempre in un regime di disponibilità del datore, e dunque non si verifica a livello psicologico quel mutamento consapevole tra l’inizio e la fine del lavoro propriamente inteso.

Tribunale Cassino sez. lav., 12/07/2018, n.64

Buoni pasto erogati ai propri dipendenti

Deve escludersi la ripetizione, da parte dell’Amministrazione datrice di lavoro, del maggior valore indebitamente attribuito ai buoni pasto erogati ai propri dipendenti, trattandosi di benefici destinati a soddisfare esigenze di vita primarie e fondamentali dei dipendenti medesimi, di valenza costituzionale, a fronte dei quali non è configurabile una pretesa restitutoria, per equivalente monetario.

Consiglio di Stato sez. IV, 05/04/2018, n.2113

Aggiudicazione dell’appalto del servizio sostitutivo di mensa

Le controversie relative all’aggiudicazione dell’appalto del servizio sostitutivo di mensa, reso mediante buoni pasto cartacei, per i dipendenti di Poste Italiane s.p.a. appartengono alla giurisdizione ordinaria, atteso che tale appalto non rientra nella disciplina dei cd. settori speciali, a mente dell’art. 217 del d.lg. n. 163 del 2006, avendo un oggetto che, per sua natura, non rileva direttamente ai fini dell’espletamento del “servizio speciale” (quali il “servizio postale” e gli “altri servizi diversi” di cui all’art. 211 del decr. cit.), incidendo solo in via indiretta sull’attività inerente al servizio speciale.

Ne consegue che – a prescindere dalla qualificazione giuridica dell’ente secondo la sistematica classificatoria normata dall’art. 3 del d.lg. n. 163 del 2006 – il procedimento di stipulazione dell’appalto non è soggetto alle regole dell’evidenza pubblica, sicché non sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ex art. 133, comma 1, lett. e), del d.lg. n. 104 del 2010, e ciò anche se Poste Italiane si sia volontariamente vincolata, pur non essendovi tenuta, alle regole di evidenza pubblica, poiché la sottoposizione o meno dell’appalto al regime pubblicistico discende esclusivamente dalle sue caratteristiche oggettive e da quelle soggettive della stazione appaltante.

Cassazione civile sez. un., 01/03/2018, n.4899

Dazione di buoni pasto e corruzione

In tema di corruzione, la dazione di regali (nella specie buoni pasto o benzina) correlati alla definizione di una pratica amministrativa, cui è interessato il privato, non può essere definita quale regalia “d’uso” idonea a legittimarne, ove sia anche di modico valore, la relativa accettazione da parte del dipendente pubblico, ai sensi del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici di cui al d.P.R. 16 aprile 2013, n. 62 e del precedente d.m. 28 novembre 2000.

Cassazione penale sez. VI, 03/10/2017, n.49524

Consumo dei pasti con una tessera buoni pasto intestata ad altro soggetto

In tema di truffa ai danni di un ente pubblico, non è punibile per la particolare tenuità del fatto, a norma dell’art. 131-bis c.p., la condotta consistente nella consumazione di più pasti in una mensa attraverso l’utilizzo della tessera buoni pasto intestata ad uso esclusivo della madre dell’imputata non potendosi ritenere plurima, abituale e reiterata una condotta illecita sostanzialmente unitaria e fondata su un unico artifizio e raggiro, vieppiù in considerazione delle condotte riparatorie successive anche se compiute da terzi (nella specie dalla madre che era la principale responsabile del reato).

Ufficio Indagini preliminari Rovereto, 21/03/2017

Buoni pasto per il lavoratore disabile

L’attribuzione dei buoni pasto rappresenta un’agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze di servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, al fine di garantire allo stesso il benessere fisico necessario per proseguire l’attività lavorativa; ciò comporta di per sé la tutela della salute del lavoratore stesso e a maggior ragione della sua disabilità. Pertanto l’amministrazione datrice di lavoro è tenuta a prendere in considerazione le esigenze dei dipendenti la cui situazione di disabilità possa impedire la concreta fruibilità dei buoni pasto corrisposti dall’amministrazione stessa.

Ne consegue che le amministrazioni datrici di lavoro debbono fornire ai lavoratori disabili, che ne sono beneficiari in base alla contrattazione di settore, dei buoni pasto che risultino per i destinatari materialmente fruibili in relazione alla loro condizione di disabilità, potendo essere in caso contrario tenute, se ritualmente richieste, a risarcire i danni conseguenti.

Cassazione civile sez. lav., 14/07/2016, n.14388

Indebita erogazione buoni pasto

La circostanza che il buono pasto sia sostitutivo del servizio di mensa non esclude affatto il suo carattere patrimoniale, e la sua indebita erogazione configura certamente un pagamento suscettibile — in mancanza di causa giuridica — di ripetizione ex art. 2033 c.c.

T.A.R. Genova, (Liguria) sez. II, 13/05/2016, n.469

Diritto ai buoni pasto 

Il diritto ai buoni pasto è riconosciuto tanto nel caso in cui durante la fascia oraria concordata per la consumazione dei pasti il lavoratore sia impegnato al lavoro, quanto nel caso in cui abbia terminato di lavorare, ma i tempi di percorrenza non gli consentano di raggiungere la propria abitazione entro l’esaurirsi di tale fascia oraria.

Cassazione civile sez. lav., 14/04/2016, n.7427


14 Commenti

  1. Esistono due diverse tipologie di buoni pasto. Più precisamente, i ticket restaurant possono essere:cartacei, consistendo in tagliandi compresi in un blocchetto dal quale, per pagare, se ne staccano uno o più a seconda della necessità; elettronici, che funzionano come una carta prepagata, dotata di microchip, sulla quale viene ricaricato mensilmente l’importo dovuto dal datore di lavoro. La modalità di pagamento è simile a quella di un normale bancomat per cui il lavoratore paga il servizio mensa agli esercenti convenzionati tramite un terminale Pos.

  2. I buoni pasto spettano ai lavori dipendenti, sia del settore pubblico sia di quello privato, assunti a tempo pieno o a tempo parziale, anche nel caso in cui il loro orario non preveda la pausa-pranzo nonché ai soggetti che sono legati con il datore di lavoro da un rapporto di collaborazione anche non subordinato. Spettano pure ai lavoratori autonomi i quali possono farne richiesta in modo da dedurne il costo dall’imponibile come spesa di rappresentanza.

  3. I lavoratori part-time hanno diritto ad usufruire dei buoni pasto quando:il loro orario di lavoro copre la fascia oraria di un pasto;la distanza tra l’abitazione e l’azienda rende impossibile per il lavoratore, di consumare il pasto a casa propria.

  4. Il buono pasto più conosciuto è il Ticket restaurant, ma ne esistono anche altri come Up Day, Pellegrini – il cui buono pasto può essere cartaceo od elettronico, in quest’ultimo caso occorre scaricare l’app per vedere su mappa i negozi convenzionati – Sodexo, Edenred e Qui ticket.Le società che forniscono il servizio devono comunque rispettare determinati requisiti previsti dalla legge.In particolare, devono:essere delle società di capitale con un capitale versato non inferiore a 750.000 euro;avere ad oggetto sociale l’esercizio di attività finalizzata a rendere il servizio sostitutivo di mensa, sia pubblica che privata, a mezzo di buoni pasto e di altri titoli di legittimazione rappresentativi di servizi;Inoltre, il bilancio di queste società deve essere accompagnato da una relazione redatta da una società di revisione iscritta nell’apposito registro istituito presso il Ministero della giustizia.Per potere emettere i buoni pasti le società oltre a possedere i requisiti sopra elencati, devono prima trasmettere al ministero delle Attività Produttive la dichiarazione di inizio attività.Nel caso di società estere è richiesta l’autorizzazione del Paese di appartenenza.

    1. Nel caso in cui vicino alla sede lavorativa non dovessero esserci bar, ristoranti o supermercati convenzionati dove il dipendente può spendere i ticket, si può erogare in busta paga l’importo di denaro corrispondente al valore del buono pasto garantito dall’azienda.In questo caso, si ha un’indennità di mensa sostitutiva che, al pari dei buoni cartacei e di quelli elettronici, è esente da tassazione, ma solo a determinate condizioni:l’ orario di lavoro deve prevedere la pausa per il vitto;il lavoratore deve essere assegnato in modo stabile ad una unità produttiva;detta unità produttiva si deve trovare in un luogo che non consente al dipendente di recarsi, senza l’utilizzo di mezzi di trasporto, al più vicino luogo di ristorazione per l’utilizzo di buoni pasto.

  5. Tra i nuovi buoni pasto 2020 che sono sia quelli tradizionali cartacei sia gli innovativi digital cioè quelli elettronici, quali è preferibile adottare? “Gli elettronici, perché di fatto il buono vale di più per il dipendente ed è più conveniente per l’azienda”. La legge di Bilancio 2020, ricorda, “ha introdotto alcune novità importanti in materia di welfare aziendale e in particolare in tema di buoni pasto”. Infatti con le recenti modifiche i buoni pasto elettronici beneficiano di un’esenzione fiscale maggiore: “Dal 1° gennaio 2020, infatti, sono cambiate le soglie di deducibilità: per il buono pasto cartaceo scende da 5,29 a 4 euro, mentre per quello elettronico la soglia sale da 7 a 8 euro”.

  6. I buoni pasto non sono un diritto imprescindibile che spetta a tutti i dipendenti in assenza della mensa aziendale. Il contratto collettivo fissa il numero di ore minimo oltre il quale spetta il ticket.

  7. Le aziende che non sono dotate di un servizio mensa usufruibile dai dipendenti durante l’intervallo lavorativo, possono mettere a loro disposizione i cosiddetti buoni pasto di un determinato valore, da utilizzare in esercizi convenzionati.

  8. Il buono pasto è un beneficio che viene attribuito per una finalità specifica: consentire al dipendente di conciliare le esigenze di servizio con quelle personali, agevolando la fruizione del pasto nei casi in cui non sia previsto un servizio di mensa.In alcuni casi, il datore di lavoro, in mancanza del servizio, può concedere un’indennità sostitutiva, che può essere corrisposta anche in presenza del servizio mensa quando il lavoratore non lo utilizza. In casi meno frequenti, possono coesistere il servizio mensa e la relativa indennità sostitutiva.

    1. Il diritto del lavoratore ai buoni pasto sussiste tanto nel caso in cui durante la fascia oraria concordata per il pranzo egli sia impegnato al lavoro, quanto nel caso in cui egli abbia terminato di lavorare, ma i tempi di percorrenza non gli consentano di raggiungere la propria abitazione entro l’esaurirsi di tale fascia oraria.Di solito, sono i Ccnl a regolare i termini per l’erogazione dei buoni pasto. In assenza, c’è la normativa nazionale. Secondo la legge la consegna del buono pasto non è obbligatoria per legge, ma dipende dall’effettiva sussistenza di un impegno – di norma stabilito tramite accordo collettivo – al suo riconoscimento, dopo che viene raggiunto e superato un numero minimo di ore di lavoro.Dunque, non è vero che, in tutte le aziende ove manchi il servizio mensa, spettino in automatico, a tutti i dipendenti i buoni pasto.

    1. Il buono pasto non è un diritto imprescindibile del lavoratore e spetta soltanto quando previsto da un apposito accordo collettivo o individuale. In mancanza di tale accordo, i benefici previsti dai buoni pasto non possono essere pretesi poiché non rappresentano una parte della retribuzione, ma un beneficio assimilato alle prestazioni di welfare.In questa prospettiva, secondo una sentenza della Cassazione, il buono pasto non si configura come un corrispettivo obbligatorio della prestazione lavorativa, ma è legato solo al raggiungimento delle specifiche condizioni previste dal contratto collettivo applicato dal datore di lavoro.Il buono pasto, pertanto, si colloca nel quadro di quanto previsto dalla normativa che regola nel nostro Paese l’orario di lavoro. Secondo tale norma, qualora l’orario di lavoro ecceda le 6 ore giornaliere, il dipendente ha diritto di beneficiare di un intervallo per la pausa, con le modalità e la durata prevista dai contratti collettivi, allo scopo di recuperare le proprie energie psico-fisiche e consumare il pasto.Pertanto, prosegue la Cassazione, qualora un contratto collettivo richieda lo svolgimento di un numero minimo di ore di lavoro effettivo per il godimento del buono pasto, il buono non può essere riconosciuto anche alle dipendenti che non hanno raggiunto la soglia oraria a causa della fruizione di congedi per allattamento. Il rigetto di tale richiesta è dovuto al fatto che le ore di congedo previste dal testo unico Maternità e Paternità sono equiparate dal testo unico Pubblico Impiego all’orario di lavoro solo ad alcuni fini (effetti e durata della retribuzione), mentre fuori da tale ambito non possono essere considerate come lavoro effettivo.Pertanto, conclude la Corte, non è possibile riconoscere il buono pasto a lavoratrici del pubblico impiego che, avendo fruito di permessi previsti dalla legge, non hanno svolto la pausa pranzo e non hanno raggiunto in concreto l’orario di lavoro minimo previsto dal contratto collettivo.

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