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Dequalificazione pubblico impiego: quando è legittima?

1 Febbraio 2020
Dequalificazione pubblico impiego: quando è legittima?

Sono stato assunto con contratto di dirigente medico a tempo indeterminato. Al momento dell’assunzione venivo destinato a medicina interna in attesa che la graduatoria scorresse in maniera tale da essere poi destinato al servizio a me riservato.

Tuttavia, ancora oggi, mi vedo negare l’assunzione in quanto, per ragioni di servizio, l’azienda è libera di decidere quando farmi iniziare poiché sono già dipendente e quindi non mi spetta nessun preavviso. Inoltre la mia attuale posizione è dequalificante rispetto alla mia formazione e soprattutto mi espone a rischio legale poiché ho contratto da diabetologo ma in servizio in medicina. Posso fare qualche ricorso o se devo sottostare alle decisioni dell’azienda?

Per le problematiche attinenti al collocamento di un lavoratore all’interno di un’azienda, a seguito di assunzione, la regola madre è dettata dall’art. 2103 del codice civile, il quale vieta qualsiasi declassamento, o dequalificazione del lavoratore e sancisce la nullità di ogni patto, anche collettivo, contrario.

Ed infatti, il giudizio di idoneità, nel corso del rapporto di lavoro, deve essere parametrato in via esclusiva alle mansioni per cui il lavoratore è stato assunto e non a quelle potenzialmente riconducibili alla categoria di appartenenza.

Tuttavia, questa regola subisce delle eccezioni nel settore del pubblico impiego.

Infatti, al dipendente pubblico, che lamenti un’illegittima dequalificazione professionale, non si applica l’art. 2103 del codice civile, bensì l’art. 52 del decreto legislativo n.165 del 30 marzo 2001, norma che, pur ricalcando apparentemente quella codicistica, se ne differenzia per l’utilizzo del principio di equivalenza con riferimento alle mansioni di assunzione, consentendo al datore di lavoro pubblico la possibilità di variare nell’ambito delle mansioni da considerare equivalenti in base alla classificazione fornite dalla contrattazione collettiva.

Tra l’altro, questa previsione è inderogabile, non potendo essere modificata da previsioni più favorevoli previste dalla contrattazione collettiva.

Così, se Lei è stato adibito a mansioni pur sempre rientranti in quelle della figura professionale di appartenenza, in medesima posizione economica, in quanto il mutamento di compiti ha riguardato esclusivamente il loro contenuto materiale, i compiti da ultimo assegnati sono equivalenti a quelli di assunzione nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi e, quindi, le eccezioni che il dipendente avrebbe acquisito una professionalità specifica e che tale patrimonio professionale sarebbe compromesso dall’impiego in mansioni proprie della medesima qualifica, ma da evadere in un diverso ambito operativo, vengono considerate irrilevanti (Cassazione civile, sez. lav., 09/05/2006, n. 10628).

Pertanto, il superamento di un concorso pubblico non darebbe diritto all’inquadramento nel livello previsto dal bando di concorso, essendo il tutto subordinato all’esistenza di un posto vacante, magari non disponibile per questioni di riorganizzazione interna. In questo caso, la temporanea indisponibilità dell’area di attività per cui Lei ha partecipato al concorso esime l’ente pubblico dal rispetto degli obblighi che scaturivano dal bando di concorso (si confronti, Cassazione civile, sez. lav., 21/04/2006, n. 9384).

Diverso è il caso in cui le nuove mansioni a cui Lei è adibito non coincidano effettivamente con il bagaglio professionale comunque già posseduto, all’interno dell’inquadramento ricevuto.

In questo caso, si potrebbe lamentare la scelta, giustificata dalla mancanza di qualifiche atte a svolgere correttamente quella professione.

Questa violazione, secondo la giurisprudenza della Cassazione, va accertata in concreto, con riferimento alle modificazioni o sottrazioni dei contenuti professionali.

Se, fatti alla mano, esiste concretamente un’ipotesi del genere o, comunque, siamo dinanzi ad un chiaro caso di dequalificazione della mansione inizialmente promessa, allora si può pensare ad avviare una causa per lamentare tale situazione e chiedere il ripristino della posizione per cui Lei è stato assunto, oltre all’eventuale danno non patrimoniale patito, che è risarcibile ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i diritti del lavoratore che siano oggetto di tutela costituzionale.

In questi casi, l’entità del danno è misurata in via equitativa, prendendo come punto di riferimento la qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento e alle altre circostanze del caso concreto.

Concludendo, in presenza di una concreta dequalificazione professionale, fermi restando i principi sopra espressi, prima di avviare qualsiasi tipo di controversia legale, il mio consiglio è quello di tentare un approccio stragiudiziale con il Suo diretto superiore gerarchico.

Nel caso in cui la soluzione verbale non dovesse essere fruttuosa, procederei con una lettera formale, a firma di un legale, con la quale chiedere chiarimenti sulla posizione per la quale Lei è stato assunto, rappresentando la situazione dequalificante in cui versa.

Solo così, una volta letta la motivazione, sarà possibile valutare la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei Suoi diritti.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla


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