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Giornale online: come inquadrare i giornalisti?

28 Gennaio 2020
Giornale online: come inquadrare i giornalisti?

Collaborazioni esterne o contratti di lavoro dipendente per i giornalisti pubblicisti freelance della testata giornalistica online?

Freelance o lavoratore dipendente? Internet ha distrutto il giornalismo tradizionale, mandando in crisi i vecchi rotocalchi e facendo perdere il posto a migliaia di giornalisti della carta stampata. I blogger, nuovi datori di lavoro, hanno giocato un ruolo da padroni, imponendo le proprie condizioni contrattuali. Condizioni a cui i neo-disoccupati si sono dovuti piegare per riciclare le proprie competenze e sperare di lavorare ancora. Risultato: decine e decine di collaborazioni esterne per siti giornalistici e piattaforme di creazione di contenuti che aprono e chiudono nel giro di dieci anni. 

Chi però si avvale di collaboratori tutt’altro che occasionali, con il titolo di giornalisti pubblicisti, cui offre uno stipendio fisso in cambio della redazione degli articoli, deve fare i conti con la disciplina lavoristica e, in particolare, con la legge sulla riforma dell’editoria [1]. La normativa detta delle linee molto chiare su come il giornale online deve inquadrare i giornalisti. Ebbene, quali sono queste regole?

A spiegarlo sono state le Sezioni Unite della Cassazione che, sul punto, si sono espresse proprio di recente [2]. Ecco allora cosa bisogna fare per evitare contestazioni da parte dell’Inpgi (l’Istituto di previdenza dei giornalisti) e dello stesso ufficio del lavoro. 

Giornalisti professionisti e pubblicisti: chi ha diritto all’assunzione?

Il cuore del problema è se un giornalista pubblicista, che lavora esclusivamente per una testata giornalistica, producendo articoli, debba essere assunto dall’editore o possa rimanere nel limbo della collaborazione esterna.

Per stabilirlo bisogna innanzitutto capire che differenza c’è tra giornalista professionista e pubblicista.

La legge non definisce il concetto di giornalista, né la professione di giornalista. Tuttavia, alcuni elementi di definizione possono trarsi dalle norme dei contratti collettivi e dalla legge professionale. In proposito, l’articolo 1 del Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico del 2009-2013, rimasto sostanzialmente invariato ed avente valore di legge, definisce il rapporto di lavoro giornalistico come quello che si instaura tra: 

  • gli editori di quotidiani, di periodici anche online, le tv private di ambito nazionale e gli uffici stampa da un lato;
  • e i giornalisti che prestano attività giornalistica quotidiana dall’altro, purché con carattere di continuità e vincolo di dipendenza, anche se svolgono dall’estero la loro attività.

Da quanto appena visto, si comprende che sia la legge professionale dei giornalisti che il Contratto collettivo Nazionale di Lavoro Giornalistico disciplinano l’attività del giornalista senza operare distinzioni tra pubblicisti e professionisti. Non vi sono elementi per ritenere che legislatore e parti sociali abbiano voluto attribuire lo status di giornalista al solo professionista, negandolo al pubblicista. Entrambi sono professionisti dell’informazione nel senso che svolgono l’attività di raccolta, elaborazione e commento di notizie sui media, nella quale il giornalista si pone come mediatore intellettuale tra il fatto e la relativa diffusione. 

L’unica differenza è che il pubblicista può esercitare altre professioni o impieghi a differenza del giornalista professionista la cui attività si caratterizza per l’esclusività del suo esercizio. Per il legislatore non vi è alcuna differenza ontologica tra le due attività, come dimostra il fatto che entrambi sono sottoposti ai medesimi diritti e doveri. Si è, piuttosto, al cospetto di un diverso grado di professionalità, al pari di quello che può riscontrarsi tra le varie qualifiche contrattuali previste dai Ccnl in un certo settore e che giustifica, anche nel settore giornalistico, la formazione dei due diversi elenchi nonché il diverso iter da seguire per l’iscrizione all’albo [3].

Dunque, il giornalista che collabora stabilmente con la testata online svolge lavoro giornalistico, benché sia semplicemente pubblicista.

Giornalisti pubblicisti: devono essere assunti?

Una volta equiparate, sul piano lavorativo, le due figure del giornalista professionista e pubblicista, si può ben comprendere quale sia la soluzione da dare al quesito di partenza. Sul punto, la Corte non ha dubbi: va considerato come un comune dipendente dell’editore il collaboratore fisso, anche se è soltanto pubblicista, qualora svolga l’attività giornalistica in modo esclusivo. Ma ciò solo se la collaborazione si svolge con: 

  • continuità: tale sarebbe il collaboratore che scrive tutti i giorni o comunque un numero di articoli prefissato per ogni settimana. La Cassazione spiega che può essere dipendente anche il giornalista che svolge la propria prestazione non quotidianamente, ma in modo costante e continuo; 
  • vincolo di dipendenza, dovendo rispettare le direttive del datore di lavoro;
  • responsabilità di un servizio, quello appunto di giornalista di un settore specifico.

Si tratta di un’attività che rientra nella professione giornalistica, al di là del fatto che l’interessato non è iscritto fra i giornalisti professionisti ma è solo pubblicista. Difatti sono professionisti dell’informazione tutti gli iscritti ad entrambi gli elenchi dell’albo (pubblicisti e professionisti appunto), mentre per fare il collaboratore fisso non sono richiesti il praticantato e il superamento dell’esame. Con riferimento, dunque, al contratto di lavoro subordinato del collaboratore fisso iscritto all’elenco dei pubblicisti non si può parlare di un rapporto di lavoro nullo [4].

Per diventare redattore bisogna essere giornalista professionista perché si partecipa a tutte le attività di desk del giornale, dall’impaginazione fino alla titolazione. Per fare il dipendente, invece, basta essere pubblicista: non è richiesta la quotidianità della prestazione né la presenza in redazione a chi segue un settore specifico, ma deve comunque rispettare i tempi di lavorazione del giornale e restare a disposizione dell’editore fra una prestazione e l’altra. 


note

[1] Legge n. 198/2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 1867/20.

[3] Così C. Cost. sent. n. 98/1968.

[4] Ex articolo 45 della legge 69/1963.


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