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Permesso donazione sangue non effettuata: cosa si rischia?

29 Gennaio 2020
Permesso donazione sangue non effettuata: cosa si rischia?

Truffa e falso materiale in certificati amministrativi per il dipendente che usufruisce di permessi per più giornate in cui avrebbe dovuto essere assente giustificato come donatore di sangue.

Tutti i lavoratori subordinati che donano gratuitamente il sangue (o emocomponenti) hanno diritto ad un permesso retribuito per l’intera giornata lavorativa in cui effettuano la donazione. Ma che succede e cosa si rischia in caso di permesso per donazione sangue non effettuata? Se il dipendente, dopo aver chiesto e ottenuto il giorno di riposo, non dovesse recarsi a fare il prelievo ematico, potrebbe essere licenziato? La questione è stata analizzata dalla Corte di Cassazione in una recente sentenza. La pronuncia si riferisce al caso di un dipendente pubblico, ma i principi possono essere posti a fondamento anche delle eventuali violazioni nell’ambito del rapporto di lavoro privato. Vediamo qual è, dunque, l’orientamento dei giudici supremi.

Permessi per donazione sangue

Prima di spiegare cosa succede in caso di permesso di donazione sangue non effettuata e cosa si rischia se non si fa il prelievo, vediamo come funziona questo particolare beneficio previsto solo per i lavoratori dipendenti del pubblico e del privato. La legge garantisce loro un permesso retribuito per tutta la durata in cui viene effettuata la donazione. A fronte del permesso non è prevista la visita fiscale che scatta, invece, nel caso di assenze per malattia.

Il periodo di riposo ha una durata di 24 ore. Le 24 ore decorrono dal momento in cui il lavoratore si è assentato dal lavoro per il prelievo o, in mancanza di tale riferimento, dal momento della donazione risultante dal certificato medico.

La retribuzione copre solo le ore di lavoro effettivamente non prestate.

Per ottenere il riconoscimento dei permessi retribuiti il lavoratore deve:

  • cedere una quantità di sangue pari ad almeno 250 grammi;
  • effettuare la donazione presso un centro di raccolta o un centro trasfusionale autorizzato dal ministero della Sanità;
  • consegnare al datore di lavoro sia una dichiarazione che attesti la cessione gratuita del sangue, con l’indicazione delle ore di permesso e della retribuzione percepita, sia un certificato rilasciato dal medico che ha effettuato il prelievo, contenente i dati anagrafici del lavoratore, la quantità di sangue prelevata gratuitamente, il giorno e l’ora. Il certificato va compilato su modulo intestato al centro dove è avvenuta la donazione e prodotto anche nel caso di mancata o incompleta donazione.

La dichiarazione del lavoratore e la certificazione medica devono essere conservate dal datore di lavoro per 10 anni.

Il pagamento della retribuzione del lavoratore per le ore di permesso è a carico dell’Inps mediante il meccanismo dell’anticipazione da parte del datore di lavoro, che può chiedere il rimborso, attraverso il flusso UniEmens.

Permessi fasulli: cosa si rischia?

In passato, la Cassazione è stata molto rigida nel giudicare l’utilizzo indebito di permessi da parte del dipendente. Se la legge specifica una particolare finalità ad un determinato permesso non è possibile utilizzare il giorno di riposo per un altro scopo, neanche se legittimo. Così, tanto per fare un esempio, il dipendente che abbia già fruito dei 3 giorni di permesso ai sensi della legge 104, non può mettersi in malattia per accudire il genitore poiché, in tal caso, potrebbe essere licenziato. Allo stesso modo, chi si mette in malattia solo per fare un dispetto al datore di lavoro con cui ha degli screzi rischia il posto di lavoro. 

Proprio con riferimento all’uso dei permessi della legge 104, la Suprema Corte ha ritenuto che l’uso per finalità diverse da quelle consentite dalla legge determina una truffa ai danni dell’Inps, soggetto che eroga lo stipendio in tali frangenti. Il che significa che il dipendente che viene pescato a passeggiare per strada con gli amici o in palestra o in vacanza può essere processato. A ciò si aggiungerà anche un licenziamento in tronco, ossia per giusta causa.

Permesso donazione sangue non effettuata

Applicando gli stessi principi previsti per l’uso illegittimo degli altri permessi, secondo la Cassazione commette il reato di truffa aggravata e di falsità materiale in certificati amministrativi il dipendente pubblico che per più giornate lavorative usufruisce di permessi retribuiti per effettuare donazioni di sangue presso la Asl, in realtà mai avvenute, attestate da certificati integralmente falsi. 

Lo stesso principio può essere applicato anche ai lavoratori del comparto privato. Difatti, la truffa, anche in questo caso, viene posta ai danni dell’Inps che versa la retribuzione durante la giornata di permesso.

Il dipendente che rinuncia solo all’ultimo minuto a sottoporsi al prelievo, deve quindi comunicarlo immediatamente al capo e tornare al lavoro, senza fruire della giornata di riposo.

Oltre al processo penale, per il dipendente che usufruisce di un falso permesso per donazione sangue può scattare anche il licenziamento per giusta causa, quello cioè in tronco senza preavviso. Si tratta, infatti, di una bugia grave che lede irrimediabilmente il rapporto di fiducia che lo deve legare all’azienda presso cui presta servizio.


note

[1] Cass. sent. n. 3439/2020 del 28.01.2020.


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