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Cosa mi succede se vengo protestato?

14 Febbraio 2020 | Autore: Marina Moretti
Cosa mi succede se vengo protestato?

Assegno scoperto: conseguenze e rimedi.

Sei stato contattato dalla tua banca perché hai emesso un assegno senza avere la provvista necessaria sul tuo conto corrente. Le sanzioni previste in questi casi sono molto salate. La banca, quindi, ti ha dato un ultimatum: o paghi l’assegno (maggiorato di una penale e degli interessi) versando al creditore l’importo necessario, oppure rischi il protesto. Sei preoccupato perché non ti è mai capitata una cosa del genere. Per questo ti domandi: cosa mi succede se vengo protestato? In questo articolo ti spiegherò cos’è il protesto e quali conseguenze comporta.

Come funziona il pagamento con assegno?

Prima di addentrarci nell’argomento, è bene capire come funziona il pagamento tramite assegno.

L’assegno è un titolo di credito (così come la cambiale per intenderci) che consente al titolare di un conto corrente (c.d. traente) di trasferire del denaro ad un’altra persona (c.d. prenditore o beneficiario).

Se intendi effettuare un pagamento con assegno è indispensabile che tu sia titolare di un conto corrente; mentre il prenditore, vale a dire colui al quale l’assegno è intestato, può non avere un proprio conto corrente, in quanto l’assegno è pagabile anche a vista, cioè recandosi allo sportello della banca (quella emittente il titolo) e chiedere di cambiare l’assegno in contanti.

Quando l’assegno si dice “scoperto”?

Può capitare che il creditore si rechi in banca per incassare l’assegno (tramite denaro contante o accredito sul conto corrente) e, con sua grande sorpresa, il cassiere gli comunica che l’assegno è “scoperto”, cioè privo di provvista.

In buona sostanza, l’assegno non può essere incassato. A questo punto, prima di procedere con il protesto, la banca comunica al debitore (il traente) che è stato presentato un suo assegno che non è stato possibile incassare in quanto sul conto non c’era la somma di denaro necessaria.

Pertanto, gli concede un termine breve per versare il denaro e pagare il creditore. Se il debitore procede con il pagamento non subisce alcuna conseguenza, in caso contrario l’assegno viene protestato e la banca lo trasmetterà al notaio, il quale procederà ad iscrivere il protesto nell’apposito registro.

Il protesto: cos’è?

Il protesto è un atto pubblico con cui il notaio (più raramente, un ufficiale giudiziario) dichiara il mancato pagamento, o la mancata accettazione, di un titolo di credito (ad esempio di un assegno).
Abbiamo visto che il protesto scatta tutte le volte in cui il traente emette un assegno senza avere sul proprio conto corrente la provvista necessaria, vale a dire la somma di denaro per effettuare il pagamento.

Per essere legittimo, il protesto deve riportare:

  • la data in cui è effettuata la richiesta di pagamento;
  • il nome del soggetto richiedente;
  • l’indicazione del luogo in cui è fatto e la menzione delle ricerche eseguite;
  • l’oggetto delle richieste;
  • le risposte ottenute o i motivi per i quali non si è ottenuto risposta;
  • i destinatari del protesto;
  • la sottoscrizione del notaio (o dell’ufficiale giudiziario).

In caso di più assegni emessi dalla stessa persona nello stesso luogo, il protesto può essere fatto con unico atto.

Protesto: quali sono gli effetti?

Il protesto produce i seguenti effetti:

  • fa decorrere gli effetti civili dell’inadempimento (ad esempio, gli interessi di mora);
  • è un titolo esecutivo che permette al creditore di procedere immediatamente nei confronti del debitore:
    • è presupposto per l’esercizio dell’azione di regresso;
    • comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa;
    • fa scattare la c.d. revoca di sistema.

Si può evitare il protesto?

Il protesto si può evitare, innanzitutto, versando la somma di denaro necessaria a coprire l’assegno, dopo aver ricevuto la comunicazione da parte della banca. Il debitore può pagare direttamente il creditore, cioè il portatore del titolo, oppure effettuare il pagamento presso la banca, o ancora presso il pubblico ufficiale che ha levato il protesto.

La prova dell’avvenuto pagamento potrà essere fornita tramite dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà ovvero tramite attestazione della banca comprovante il versamento dell’importo dovuto.

Forse non sai che esiste un metodo, perfettamente legale, per evitare di essere protestati: apporre direttamente sull’assegno la dicitura “Senza protesto” e firmare tale postilla. Così facendo, l’assegno può essere portato all’incasso anche quando non c’è la somma di denaro sufficiente a coprirlo. Va detto comunque che il creditore potrebbe agire ugualmente con l’esecuzione forzata nei confronti del debitore – in quanto l’assegno è un titolo esecutivo – ed eventualmente procedere direttamente al pignoramento. Si tratta, quindi, di una pratica a cui fare ricorso soprattutto quando il debitore gestisce grandi quantità di denaro perché evita di essere iscritto nel registro protesti quando c’è un ritardo del pagamento di soli pochi giorni. Chiaramente, prima di procedere per questa strada è necessario il consenso sia del traente (debitore) sia del prenditore (creditore).

E se la procedura del protesto è stata già avviata? In tal caso, il debitore potrà procedere con il pagamento tardivo: entro 60 giorni dal protesto deve pagare la somma di denaro necessaria a coprire l’assegno, più le spese di protesto, una penale (pari al 10% dell’importo dell’assegno) e gli interessi legali. È necessario trasmettere poi alla banca anche una dichiarazione del creditore che attesti l’avvenuto pagamento.

Entro quanto tempo si viene protestati?

I tempi entro i quali cui scatta il protesto sono diversi e dipendono del titolo di credito:

  • in caso di cambiali: entro un anno dall’emissione se la scadenza è a vista, altrimenti entro uno o due giorni feriali dalla data di scadenza;
  • in caso di assegni circolari: entro 30 giorni dalla loro emissione; mentre per gli assegni bancari entro 8 giorni se l’assegno è pagabile nello stesso Comune in cui è stato emesso (ad esempio, emesso a Roma ed incassato a Roma), entro 15 giorni se l’assegno è pagabile in un Comune diverso (ad esempio, emesso a Milano ed incassato a Roma).

Cosa mi succede se vengo protestato?

Ed eccoci arrivati al tema centrale. Innanzitutto, è bene che tu sappia che quando emetti un assegno scoperto è prevista una sanzione da 516 euro a 3.099 euro che aumenta se l’assegno supera l’importo di 10.329 euro. Il mancato pagamento della sanzione è punito dalla legge con la reclusione.
Se poi non copri l’assegno scoperto, e quindi non paghi la somma di denaro necessaria neppure tardivamente vale a dire entro i 60 giorni, allora il protesto verrà iscritto nel relativo registro informatico tenuto dalla Camera di Commercio entro 10 giorni. L’iscrizione blocca la prescrizione del debito.

Inoltre, la Prefettura (competente per territorio) segnalerà il fatto alla Banca d’Italia per l’inserimento del debitore nella CAI (Centrale di Allarme Interbancaria).

Un’altra conseguenza è la cosiddetta revoca del sistema. Vuol dire che a colui che ha emesso un assegno “a vuoto” gli viene revocata l’autorizzazione ad emettere assegni bancari per un periodo di 6 mesi e gli viene ordinato anche di restituire il libretto con gli assegni ancora inutilizzati.

Inoltre, si rischia anche di essere interdetti dall’esercizio della propria professione o della propria attività imprenditoriale per almeno 2 mesi. In altre parole, non potrai esercitare la tua professione per il periodo di tempo stabilito.

Una volta effettuato il pagamento, il debitore può ottenere la cancellazione del protesto. Ma attenzione: deve prima aspettare una anno di tempo (da quando è stato levato il protesto) e non deve aver subito altri protesti. In questo modo potrà presentare un’apposita istanza all’Ufficio Protesti con cui chidere la cancellazione dal protesto da registro informatico.

Si può cancellare il protesto?

Nel caso in cui il debitore abbia provveduto al pagamento del denaro, il protesto viene comunque conservato nel registro informatico:

  • fino alla sua cancellazione;
  • per 5 anni dalla data della registrazione (in mancanza di cancellazione).

Trascorso un anno, il debitore può ottenere la cancellazione del protesto solo quando risulta:

  • il pagamento del debito;
  • che non ci si siano altri protesti;
  • di essere stato riabilitato.

La cancellazione del protesto è disposta dal dirigente dell’ufficio preposto entro 20 giorni dalla data di presentazione dell’istanza.

Può capitare che il protesto si illegittimo o comunque errato:

  • per questioni di carattere formale: in tal caso il debitore può chiedere ed ottenere la cancellazione dal registro informatico dei protesti;
  • per questioni di merito: in tal caso il debitore dovrà rivolgersi necessariamente al giudice ordinario.

Come si svolge il processo di riabilitazione?

Con la riabilitazione, il protesto viene cancellato dal registro informatico, come se non fosse mai esistito.

Per ottenere la riabilitazione devi presentare un ricorso in tribunale (della provincia di residenza) avendo cura di indicare:

  • i dati anagrafici del richiedente;
  • l’originale del titolo protestato;
  • la quietanza rilasciata dal creditore che attesta l’avvenuto pagamento;
  • la visura camerale che certifica l’assenza di ulteriori protesti.

Entro 20 giorni dalla presentazione, il tribunale decide se accogliere o meno l’istanza. In caso di esito positivo, il Presidente pronuncerà un decreto di riabilitazione con cui autorizza la Camera di Commercio a cancellare il debitore  dal registro informatico dei protesti. A questo punto, occorre depositare presso l’ufficio protesti della Camera di Commercio una copia autentica del decreto per procedere alla cancellazione definitiva.

In caso di rigetto dell’istanza, il debitore può presentare ricorso alla Corte d’Appello entro 10 giorni.

Come sapere se sono stato protestato?

In caso di incertezza, è possibile anche richiedere una visura protesti, ossia un documento rilasciato dalla Camera di Commercio per verificare i protesti a tuo carico. La visura può essere richiesta anche online, in tal caso ti basterà fornire nome, cognome e codice fiscale.


Di Marina Moretti


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