Rimborsi bollette acqua senza depuratori: da restituire gli ultimi 10 anni

30 Gennaio 2020 | Autore:
Rimborsi bollette acqua senza depuratori: da restituire gli ultimi 10 anni

Il diritto alla restituzione delle quote pagate in bolletta per i servizi di depurazione acque, se il depuratore manca o non è funzionante, si estende a 10 anni.  

Se nella tua zona non c’è il depuratore, oppure è inattivo, ma il gestore ti ha applicato in bolletta la voce di tariffa per il servizio idrico integrato che lo comprende, hai diritto al rimborso. Questa possibilità esiste da tempo ed era stata affermata già dalla Corte Costituzionale [1] – che, in estrema sintesi, aveva stabilito che non si deve pagare la depurazione che non c’è – ma ora è stata estesa con una nuovissima sentenza della Cassazione [2], che ha stabilito che ci sono 10 anni di tempo per poter chiedere il rimborso, e non soli 5 come si riteneva in precedenza.

Il caso esaminato riguardava un utente che aveva chiesto il rimborso spettante, ma il Comune si era rifiutato di restituirgli l’intero importo pagato in precedenza per il canone di depurazione, ritenendolo prescritto. Erano, infatti, trascorsi più di cinque anni, e così l’utente aveva ottenuto in restituzione solo la parte relativa alle annualità più recenti e non ancora prescritte.

Ma il cittadino non si è rassegnato ed ha proposto ricorso prima al giudice di pace e poi al tribunale, ottenendo ragione in entrambi i casi. Neppure il Comune, però, ha voluto rinunciare ed ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che questi canoni fossero soggetti al termine di prescrizione breve [3], stabilito in soli cinque anni per le obbligazioni aventi natura periodica, anziché a quello ordinario decennale.

La suprema Corte ha, però, deciso a favore del contribuente: le tariffe del servizio idrico integrato trovano fonte nel «contratto di utenza», sicché se una parte della prestazione non è fornita – come avviene appunto nei casi di depuratore assente o non funzionante – la relativa quota del corrispettivo non è dovuta.

Così, se nel frattempo l’utente aveva pagato le somme comprensive di questo servizio di depurazione mancante, ha diritto pieno alla restituzione di queste quote, perché ha eseguito un pagamento non dovuto; tecnicamente l’azione necessaria per ottenere il riconoscimento di tale diritto al rimborso è prevista dal Codice civile [4] e si chiama «ripetizione dell’indebito».

Era proprio questa l’azione che l’utente aveva fatto valere nei confronti del Comune, ed era stata riconosciuta valida in entrambi i casi del giudizio di merito. Ora, anche la Cassazione è arrivata a stabilire che il diritto alla restituzione sussiste perché la ripetizione dell’indebito è soggetta alla prescrizione decennale e non ha certo i caratteri dell’obbligazione periodica, che costituisce il corrispettivo riportato nelle bollette dell’acqua.

Il fatto che i canoni dovuti al Comune abbiano carattere periodico anche con riguardo ai servizi di depurazione – che vanno pagati anno per anno – non rileva, perché qui non si tratta – afferma la Cassazione – del «debito dell’utente verso il Comune, ma è il debito del Comune verso l’utente per il rimborso di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni», e questa non è affatto un’obbligazione a carattere periodico: infatti «il Comune è tenuto a restituire le somme indebitamente percepite in un’unica soluzione e non a rate».

Così il diritto al rimborso di tutti i canoni periodici indebitamente versati (nel caso di specie riguardavano la mancata erogazione del servizio di depurazione, ma il principio può essere esteso ad altri casi di pagamenti effettuati per servizi idrici non ricevuti) non ha carattere periodico e, pertanto, è soggetto all’ordinario termine decennale di prescrizione. Dunque, dieci anni di quote da restituire se il depuratore manca o è stato inattivo; se il rimborso viene chiesto oggi, è possibile farlo fino a tutti i dieci anni antecedenti.

Questo termine inizia a decorrere – stabilisce infine la Cassazione – «dalle date dei singoli pagamenti»: perciò  dovrai avere riguardo, per ottenere la restituzione, non alla data di emissione delle bollette, ma a quella in cui hai effettuato i pagamenti.


note

[1] C. Cost., sent. n.335/2008 del 10 ottobre 2008, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.14, comma 1, della legge 5 gennaio 1994, n.36, nonché dell’art. 155, comma 1, primo periodo, del D.Lgs. 3 aprile 2006, n.152, nella parte in cui prevedevano che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti «anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi».

[2] Cass. sent. n. 1998/20 del 29 gennaio 2020.

[3] Art. 2948, n.4, Cod. civ.

[4] Art. 2033 Cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 8 novembre 2019 – 29 gennaio 2020, n. 1998

Presidente/Relatore Lombardo 

Fatti di causa

1. – M.D. convenne in giudizio il Comune di Terzo di Aquileia, chiedendo il rimborso delle somme da lui versate a titolo di tariffa per il servizio idrico integrato, che il Comune si era rifiutato di restituirgli, assumendo l’estinzione del suo diritto per sopravvenuta prescrizione (limitando, perciò, il rimborso agli importi versati nel quinquennio antecedente).

La pretesa del M. era fondata sulla sentenza della Corte costituzionale n. 335 del 2008, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1, (“Disposizioni in materia di risorse idriche”) – sia nel testo originario, sia nel testo modificato dalla L. 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 (“Disposizioni in materia ambientale”) – e del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 155, comma 1, primo periodo, (“Norme in materia ambientale”), nella parte in cui prevedevano che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”.

Nella resistenza del Comune convenuto, l’adito Giudice di pace di Udine accolse la domanda attorea.

2. – Sul gravarne proposto dal Comune di Terzo di Aquileia, con l’intervento volontario della Consulta d’Ambito per il Servizio idrico integrato centrale del Friuli, il Tribunale di Udine confermò la sentenza di primo grado, rideterminando l’importo delle somme dovute. Ritenne il giudice di appello che il M. avesse esercitato un’azione di ripetizione di indebito oggettivo e che il suo diritto fosse soggetto all’ordinario termine decennale di prescrizione.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso il Comune di Terzo di Aquileia sulla base di un unico motivo. Ha resistito con controricorso M.D. .

Con controricorso, la Consulta d’Ambito per il Servizio Idrico Integrato Centrale del Friuli ha aderito al ricorso del Comune.

L’Autorità Unica per i Servizi Idrici e i Rifiuti, succeduta ex lege alla Consulta d’Ambito per il Servizio Idrico Integrato Centrale del Friuli, ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

1. – Con l’unico motivo (proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3) si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto, per avere il giudice di appello ritenuto che il diritto del M. al rimborso dei canoni indebitamente pagati fosse sottoposto al termine di prescrizione ordinaria decennale, e non al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4.

La censura è priva di fondamento.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la tariffa del servizio idrico integrato, di cui alla L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 13 e ss., ha natura di corrispettivo di una prestazione complessa che trova fonte, per una quota determinata dalla legge, nel contratto di utenza: ne deriva che, a seguito della pronuncia n. 335 del 2008 della Corte Costituzionale (la quale ha dichiarato l’illegittimità della L. n. 36 del 1994, art. 14, comma 1, sia nel testo originario che in quello risultante dalle modificazioni apportate dalla L. n. 179 del 2002, art. 28), la quota afferente il servizio di depurazione non è dovuta nell’ipotesi di mancato funzionamento dello stesso per fatto non imputabile all’utente, stante l’assenza della controprestazione (Cass., Sez. 5, n. 9500 del 18/04/2018; Cass., Sez. 3, n. 14042 del 04/06/2013); ne deriva ancora che, qualora l’utente abbia pagato indebitamente la quota afferente il servizio di depurazione delle acque, per non essere stato svolto il detto servizio, egli ha diritto alla ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033 c.c..

Il diritto alla ripetizione dell’indebito è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale (cfr. Cass., Sez. 1, n. 24051 del 26/09/2019; Sez. 1, n. 27704 del 30/10/2018; Sez. 3, n. 7749 del 19/04/2016).

È infondata la prospettazione del ricorrente Comune secondo cui il diritto alla ripetizione dell’indebito sarebbe soggetto al termine di prescrizione quinquennale previsto dall’art. 2948 c.c., n. 4, per “tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”.

Invero, la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, riguarda le obbligazioni periodiche e di durata, caratterizzate dal fatto che le relative prestazioni sono suscettibili di adempimento solo con il decorso del tempo; si tratta di prestazioni che maturano con il decorso del tempo e divengono esigibili solo alle scadenze convenute, in quanto costituiscono il corrispettivo della controprestazione resa per i periodi ai quali i singoli pagamenti si riferiscono (Cass., Sez. 3, n. 2086 del 30/01/2008; Sez. 1, n. 23746 del 16/11/2007).

Nella specie, l’obbligazione del Comune di restituire all’utente del servizio le somme indebitamente percepite non ha i caratteri dell’obbligazione periodica.

È vero – come sostiene il ricorrente – che i canoni dovuti al Comune dall’utente per il servizio di deputazione hanno carattere periodico, dovendosi pagare periodicamente anno per anno, e sono, pertanto, soggetti al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4; ma tale constatazione non rileva nella presente causa.

Infatti, oggetto della presente controversia non è il debito dell’utente verso il Comune, ma è il debito del Comune verso l’utente per il rimborso di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni.

Tale obbligazione non ha carattere periodico, perché il Comune è tenuto a restituire le somme indebitamente percepite in un’unica soluzione, e non a rate. Pertanto, il diritto dell’utente alla ripetizione dell’indebito è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2946 c.c. (in questo senso: Cass. Sez. L, n. 6877 del 03/04/2015, in tema di ripetizione del contributo pagato dall’avvocato per l’iscrizione all’Albo di appartenenza, posta a carico dell’INPS del quale il professionista sia dipendente; Sez. L, n. 21962 del 10/09/2018, in tema di azione di ripetizione di indebito proposta dall’INAIL per la restituzione delle somme corrisposte mensilmente a titolo di rendita per un infortunio sul lavoro; Sez. 1, n. 9428 del 12/07/2001, in tema di diritto del Comune alla restituzione dei tributi per suo conto riscossi dal concessionario).

Ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:

“Il diritto al rimborso di canoni periodici indebitamente versati, quali i canoni pagati per il servizio idrico integrato, non ha carattere periodico; esso, pertanto, non è soggetto al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, ma all’ordinario termine decennale di prescrizione, che decorre dalle date dei singoli pagamenti”.

2. – Il ricorso va, pertanto, rigettato, con conseguente condanna, in solido, della parte ricorrente e del controricorrente adesivo, risultati soccombenti, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

3. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei soccombenti, di un ulteriore importo a titolo contributo unificato pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente e il controricorrente adesivo, in solido tra loro, al pagamento, in favore di M.D. , delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 (tremila) per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente e del controricorrente adesivo, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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