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Acqua non potabile: le bollette vanno restituite?

30 Gennaio 2020
Acqua non potabile: le bollette vanno restituite?

Se l’acqua del rubinetto non si può bere perché non ci sono depuratori, il cliente ha diritto a chiedere i rimborsi sulle bollette pagate negli ultimi 10 anni.

Nel tuo Comune tutti sanno che l’acqua del rubinetto non si può bere: i depuratori non funzionano correttamente e, spesso, esce terra. Nonostante ciò, hai sempre pagato le bollette per intero, con tutte le maggiorazioni previste dalla tariffa del servizio idrico integrato, ivi comprese quelle per l’uso dell’acqua a fini alimentari. Ti chiedi se, attesa l’assenza del servizio e dell’impossibilità di fruire dell’acqua potabile, le bollette vanno restituite. 

La questione è stata affrontata, in via definitiva, da una sentenza della Corte Costituzionale del 2008 [1] a cui, di recente, si è aggiunto un importante chiarimento della Cassazione in tema di prescrizione del diritto al rimborso [2]. Cerchiamo, quindi, di fare chiarezza su quali sono i diritti degli utenti relativamente alle bollette dell’acqua non potabile. 

Acqua senza depuratori: la grave situazione italiana

Capita spesso di sentir parlare di acquedotti colabrodo, dimenticando che la vera emergenza italiana riguarda la fognatura e la depurazione. Al 15% dei cittadini mancano le fognature e a quasi il 30% i depuratori, con alcuni scostamenti da regione a regione. Gli interventi sono costosi, ma soprattutto sono necessari, perché la Commissione europea non sarà tenera con il nostro Paese, quando richiederà a che punto siamo con gli standard del servizio.

La Regione che sta peggio è la Sicilia, con una copertura del 53,9%. Ci sono poi Toscana (62,7%), Campania (67%), Sardegna (68%) e Marche (69,9%). La copertura più alta spetta, invece, a Molise con l’84,5% e Piemonte, con l’82,5 per cento. Per quanto riguarda la rete fognaria, le situazioni più critiche riguardano Sardegna e Liguria (entrambe 75%), Umbria (77,1%), il Veneto (78,1%) e la Sicilia (78,8%).

Servizio di depurazione inesistente e diritto al rimborso delle bollette

Una vecchia legge del 1994 [3] stabiliva che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti «anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi». 

Questa norma è stata, però, dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella pronuncia richiamata sopra. Il legislatore ha altresì abrogato nel 2006 [4] una disposizione ove si prevedeva che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti «anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi».

Secondo poi giurisprudenza consolidata, la tariffa del servizio idrico integrato è corrispettivo di una prestazione complessa e «trova fonte, per una quota determinata dalla legge, nel contratto di utenza». Ne deriva che la quota per il servizio di depurazione non è dovuta nell’ipotesi di mancato funzionamento dello stesso per fatto non imputabile all’utente. Qualora l’utente l’abbia pagata indebitamente, egli ha diritto alla ripetizione dell’indebito. E questo in virtù del principio generale in base al quale ad ogni utente spetta il diritto al rimborso nell’ipotesi di mancato funzionamento del servizio per fatti a lui non imputabili. 

Anche il Consiglio di Stato si è attestato sulle medesime posizioni. La giurisprudenza amministrativa ha, infatti, chiarito [5] l’irragionevolezza della imposizione all’utente di pagare la quota riferita al servizio di depurazione anche in mancanza della controprestazione. Controprestazione che non può essere identificata nel fatto che le somme pagate dagli utenti, in mancanza del servizio, sarebbero destinate, attraverso un apposito fondo vincolato, all’attuazione del piano d’ambito, comprendente anche la realizzazione dei depuratori. Deve sempre sussistere un nesso di corrispettività tra tutte le voci della tariffa ed i servizi resi; tale corrispettività deve sussistere in concreto ed avere una sua base contrattuale.

Il decreto ministeriale del 2009 sui rimborsi dell’acqua

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, il Governo ha adottato un decreto ministeriale [6] in cui formalizza il diritto al rimborso sulle bollette dell’acqua. Il provvedimento individua i criteri e i parametri per la restituzione agli utenti della quota di tariffa non dovuta riferita al servizio di depurazione. In particolare, sono stati individuati i gruppi di utenti, le modalità di richiesta e i termini prescrizionali relativi all’ottenimento del rimborso. Il ministero ha optato per la prescrizione quinquennale, anche se le sezioni regionali della Corte dei Conti appaiono divise a questo riguardo e, come a breve si vedrà, la Cassazione ha fornito un’interpretazione opposta. 

Il Parlamento, tuttavia, prendendo atto delle conclusioni della Corte, ha legiferato che la quota depurazione, “costituendo gli oneri relativi all’attività di progettazione e di realizzazione degli impianti una componente vincolata della tariffa del servizio idrico integrato”, continua ad essere dovuta dall’utenza nei casi in cui manchino i depuratori o questi siano inattivi, ma a decorrere dall’avvio della procedura amministrativa volta alla realizzazione degli impianti.

Prescrizione del diritto al rimborso sulle bollette dell’acqua

Qualora l’utente abbia pagato le bollette dell’acqua per intero e la sua zona non è servita da acqua potabile per via del mancato funzionamento dei depuratori, egli ha diritto alla restituzione delle relative quote indebitamente versate. Ma fino a quanti anni prima può spingersi? Il che equivale a chiedersi: qual è la prescrizione del diritto al rimborso sulle bollette dell’acqua?

Come noto, la prescrizione della bolletta dell’acqua – ossia del debito a carico dell’utente – è di due anni. Diverso è, invece, il discorso dal lato opposto ossia la prescrizione del credito dell’utente a recuperare le somme non dovute per il rimborso dovuto all’assenza dei depuratori. Se anche, come detto, il Dm del 2009 stabilisce una prescrizione quinquennale, secondo la Cassazione invece la prescrizione è di 10 anni. Quindi, l’utente può far valere il diritto alla restituzione delle somme indebitamente versate nell’ultimo decennio.

Questo perché la prescrizione quinquennale può essere fatta valere solo per le prestazioni periodiche, che vanno cioè eseguite ogni anno o in frazioni più brevi. Ebbene, il diritto al rimborso dei canoni per il servizio idrico integrato indebitamente pagati non ha carattere periodico per cui è soggetto al termine di prescrizione di 10 anni che decorre dalle date dei singoli pagamenti.

È vero che i canoni dovuti al Comune dall’utente per il servizio di deputazione hanno carattere periodico, dovendosi pagare periodicamente anno per anno, e sono, pertanto, soggetti al termine di prescrizione quinquennale, ma qui il caso è diverso. Infatti, oggetto della controversia non è il debito dell’utente verso il Comune, ma quello del Comune verso l’utente per il rimborso di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni. Questa obbligazione non ha carattere periodico perché il Comune è tenuto a restituire le somme indebitamente percepite in un’unica soluzione e non a rate. Pertanto, il diritto dell’utente alla ripetizione dell’indebito è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale.


note

[1] C. Cost. sent. n. 335/2008 del 10.10.2008: «È costituzionalmente illegittimo l’art. 14, comma 1, legge 5/1/1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), sia nel testo originario, sia nel testo modificato dall’art. 28 della legge 31/7/2002, n. 179 (Disposizioni in materia ambientale), nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti «anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi».

[2] Cass. ord. n. 1988/2020 del 29.01.2020.

[3] Legge n. 36/1994.

[4] Legge n. 152/2006 che ha abrogato e sostituito l’art. 14 della legge n. 36/1994.

[5] Cons. Stato, sent. n. 3920/2011.

[6] Dm 30 settembre 2009.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 8 novembre 2019 – 29 gennaio 2020, n. 1998

Presidente/Relatore Lombardo 

Fatti di causa

1. – M.D. convenne in giudizio il Comune di Terzo di Aquileia, chiedendo il rimborso delle somme da lui versate a titolo di tariffa per il servizio idrico integrato, che il Comune si era rifiutato di restituirgli, assumendo l’estinzione del suo diritto per sopravvenuta prescrizione (limitando, perciò, il rimborso agli importi versati nel quinquennio antecedente).

La pretesa del M. era fondata sulla sentenza della Corte costituzionale n. 335 del 2008, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1, (“Disposizioni in materia di risorse idriche”) – sia nel testo originario, sia nel testo modificato dalla L. 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 (“Disposizioni in materia ambientale”) – e del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 155, comma 1, primo periodo, (“Norme in materia ambientale”), nella parte in cui prevedevano che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”.

Nella resistenza del Comune convenuto, l’adito Giudice di pace di Udine accolse la domanda attorea.

2. – Sul gravarne proposto dal Comune di Terzo di Aquileia, con l’intervento volontario della Consulta d’Ambito per il Servizio idrico integrato centrale del Friuli, il Tribunale di Udine confermò la sentenza di primo grado, rideterminando l’importo delle somme dovute. Ritenne il giudice di appello che il M. avesse esercitato un’azione di ripetizione di indebito oggettivo e che il suo diritto fosse soggetto all’ordinario termine decennale di prescrizione.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso il Comune di Terzo di Aquileia sulla base di un unico motivo. Ha resistito con controricorso M.D. .

Con controricorso, la Consulta d’Ambito per il Servizio Idrico Integrato Centrale del Friuli ha aderito al ricorso del Comune.

L’Autorità Unica per i Servizi Idrici e i Rifiuti, succeduta ex lege alla Consulta d’Ambito per il Servizio Idrico Integrato Centrale del Friuli, ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

1. – Con l’unico motivo (proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3) si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto, per avere il giudice di appello ritenuto che il diritto del M. al rimborso dei canoni indebitamente pagati fosse sottoposto al termine di prescrizione ordinaria decennale, e non al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4.

La censura è priva di fondamento.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la tariffa del servizio idrico integrato, di cui alla L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 13 e ss., ha natura di corrispettivo di una prestazione complessa che trova fonte, per una quota determinata dalla legge, nel contratto di utenza: ne deriva che, a seguito della pronuncia n. 335 del 2008 della Corte Costituzionale (la quale ha dichiarato l’illegittimità della L. n. 36 del 1994, art. 14, comma 1, sia nel testo originario che in quello risultante dalle modificazioni apportate dalla L. n. 179 del 2002, art. 28), la quota afferente il servizio di depurazione non è dovuta nell’ipotesi di mancato funzionamento dello stesso per fatto non imputabile all’utente, stante l’assenza della controprestazione (Cass., Sez. 5, n. 9500 del 18/04/2018; Cass., Sez. 3, n. 14042 del 04/06/2013); ne deriva ancora che, qualora l’utente abbia pagato indebitamente la quota afferente il servizio di depurazione delle acque, per non essere stato svolto il detto servizio, egli ha diritto alla ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033 c.c..

Il diritto alla ripetizione dell’indebito è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale (cfr. Cass., Sez. 1, n. 24051 del 26/09/2019; Sez. 1, n. 27704 del 30/10/2018; Sez. 3, n. 7749 del 19/04/2016).

È infondata la prospettazione del ricorrente Comune secondo cui il diritto alla ripetizione dell’indebito sarebbe soggetto al termine di prescrizione quinquennale previsto dall’art. 2948 c.c., n. 4, per “tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”.

Invero, la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, riguarda le obbligazioni periodiche e di durata, caratterizzate dal fatto che le relative prestazioni sono suscettibili di adempimento solo con il decorso del tempo; si tratta di prestazioni che maturano con il decorso del tempo e divengono esigibili solo alle scadenze convenute, in quanto costituiscono il corrispettivo della controprestazione resa per i periodi ai quali i singoli pagamenti si riferiscono (Cass., Sez. 3, n. 2086 del 30/01/2008; Sez. 1, n. 23746 del 16/11/2007).

Nella specie, l’obbligazione del Comune di restituire all’utente del servizio le somme indebitamente percepite non ha i caratteri dell’obbligazione periodica.

È vero – come sostiene il ricorrente – che i canoni dovuti al Comune dall’utente per il servizio di deputazione hanno carattere periodico, dovendosi pagare periodicamente anno per anno, e sono, pertanto, soggetti al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4; ma tale constatazione non rileva nella presente causa.

Infatti, oggetto della presente controversia non è il debito dell’utente verso il Comune, ma è il debito del Comune verso l’utente per il rimborso di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni.

Tale obbligazione non ha carattere periodico, perché il Comune è tenuto a restituire le somme indebitamente percepite in un’unica soluzione, e non a rate. Pertanto, il diritto dell’utente alla ripetizione dell’indebito è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2946 c.c. (in questo senso: Cass. Sez. L, n. 6877 del 03/04/2015, in tema di ripetizione del contributo pagato dall’avvocato per l’iscrizione all’Albo di appartenenza, posta a carico dell’INPS del quale il professionista sia dipendente; Sez. L, n. 21962 del 10/09/2018, in tema di azione di ripetizione di indebito proposta dall’INAIL per la restituzione delle somme corrisposte mensilmente a titolo di rendita per un infortunio sul lavoro; Sez. 1, n. 9428 del 12/07/2001, in tema di diritto del Comune alla restituzione dei tributi per suo conto riscossi dal concessionario).

Ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:

“Il diritto al rimborso di canoni periodici indebitamente versati, quali i canoni pagati per il servizio idrico integrato, non ha carattere periodico; esso, pertanto, non è soggetto al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., n. 4, ma all’ordinario termine decennale di prescrizione, che decorre dalle date dei singoli pagamenti”.

2. – Il ricorso va, pertanto, rigettato, con conseguente condanna, in solido, della parte ricorrente e del controricorrente adesivo, risultati soccombenti, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

3. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei soccombenti, di un ulteriore importo a titolo contributo unificato pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente e il controricorrente adesivo, in solido tra loro, al pagamento, in favore di M.D. , delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 (tremila) per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente e del controricorrente adesivo, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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