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Stipendio come calcolare il lordo dal netto

24 Febbraio 2020
Stipendio come calcolare il lordo dal netto

In Italia, le tasse sul lavoro sono molto pesanti e questo rende molto ampia la forbice tra stipendio lordo, stipendio netto e costo aziendale delle risorse umane.

Sono molti anni che si sente parlare della necessità di ridurre il cosiddetto cuneo fiscale. Con questo termine si suole indicare la forbice che c’è tra quanto una risorsa costa ad una azienda e quanto quel dipendente si mette concretamente in tasca come stipendio netto mensile. La forbice è ampia e per questo, quando ti viene fatta una offerta di lavoro con una determinata proposta di stipendio, è bene sapere come calcolare il lordo dal netto e viceversa. Infatti, anche una cifra allettante in termini di stipendio lordo può, in realtà, tradursi in uno stipendio netto non del tutto soddisfacente.

Occorre considerare che ogni lavoratore deve pagare, sullo stipendio lordo che percepisce dal datore di lavoro, una serie di balzelli tra i quali spiccano, in particolare, la tassa sul reddito delle persone fisiche e la quota a carico lavoratore dei contributi previdenziali. Come vedremo, in realtà, possono esserci anche altri balzelli che contribuiscono ulteriormente ad impoverire lo stipendio netto realmente percepito dal lavoratore.

Cos’è lo stipendio lordo?

Il principale obbligo del datore di lavoro, in ogni rapporto di lavoro, è il pagamento dello stipendio al dipendente entro i termini di pagamento previsti dal contratto collettivo di lavoro.

La somma da pagare a titolo di stipendio mensile può derivare dall’accordo tra le parti oppure essere determinata applicando i minimi tabellari previsti dal contratto collettivo di lavoro di settore.

Tutto dipende da ciò che c’è scritto sul contratto individuale di lavoro.

Infatti, a volte nella lettera di assunzione si legge che per quanto concerne il trattamento economico si fa riferimento ai minimi tabellari previsti dal Ccnl applicato al rapporto di lavoro per lavoratori di pari livello e di pari mansioni.

In questo caso, dunque, le parti non stabiliscono quanto spetta a titolo di stipendio al lavoratore ma si limitano a fare riferimento ai valori stipendiali previsti dal Ccnl di riferimento per un lavoratore che ha quel determinato inquadramento.

In altri casi, invece, nella lettera di assunzione le parti stabiliscono un certo ammontare a titolo di stipendio, più alto di quanto previsto dal Ccnl.

In entrambi i casi, la somma scritta nel Ccnl o nel contratto di lavoro è da intendersi come stipendio lordo. Cosa significa?

Significa che quella somma viene attribuita al dipendente al lordo delle tasse, dei contributi previdenziali e degli altri balzelli che il dipendente deve pagare in busta paga.

La somma lorda andrà, dunque, depurata di tutte queste trattenute e si ridurrà notevolmente.

Stipendio netto: che cos’è?

Lo stipendio netto è la somma di denaro che, concretamente, entra nelle tasche del lavoratore dopo che allo stipendio lordo sono state trattenute tutte le varie somme da pagare  avario titolo.

Ma quali sono le trattenute che si applicano sullo stipendio lordo e che determinano il netto in busta?

Innanzitutto il datore di lavoro, in qualità di sostituto di imposta, provvede a trattenere dallo stipendio lordo l’Irpef, imposta sul reddito delle persone fisiche.

Si tratta della tassa da pagare su ogni reddito da lavoro.

L’Irpef è una imposta progressiva per scaglioni [1]. Significa che l’aliquota da applicare al reddito lordo del lavoratore non è sempre uguale ma aumenta all’aumentare del reddito percepito, potendo andare dal 23% al 43%. Ne consegue che maggiore è il reddito annuale lordo del lavoratore più alto sarà il prelievo fiscale e, conseguentemente, più ampia sarà la forbice tra stipendio lordo e stipendio netto.

Oltre alla tassa sul reddito, il datore di lavoro provvede a trattenere dallo stipendio lordo del dipendente anhe la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore. Di solito, questa somma va pagata all’Inps oppure al diverso ente previdenziale al quale è iscritto il dipendente (ad esempio Enpals, Enasarco, etc.).

L’aliquota contributiva a carico del lavoratore si aggira, solitamente, intorno al 9,19% anche se ci sono delle variazioni che dipendono da vari fattori (settore in cui opera l’azienda, categoria legale del dipendente, numero di addetti dell’impresa, etc.).

Oltre a tasse e contributi, il datore di lavoro potrebbe anche trattenere altre somme dallo stipendio lordo del dipendente, tra le quali ricordiamo:

  • eventuali quote a carico del lavoratore di contributi da erogare a fondi di previdenza complementare o fondi di assistenza sanitaria previsti dal contratto collettivo di lavoro applicato. Ogni fondo ha le proprie regole. Di solito, il contributo a questi fondi non supera i 10 euro mensili;
  • eventuali somme a carico del lavoratore da trattenere a titolo di quota di adesione al sindacato. In questo caso, il datore di lavoro trattiene la somma dal cedolino e provvede a girarla al sindacato al quale il lavoratore aderisce;
  • eventuali trattenute operate dal datore di lavoro a titolo di pignoramento del quinto dello stipendio da parte di terzi soggetti, creditori del lavoratore;
  • eventuali trattenute operate dal datore di lavoro a titolo di cessione del quinto dello stipendio. Ciò accade quando il lavoratore ha preso un finanziamento che prevede il pagamento della rata mensile tramite trattenuta del quinto dello stipendio.

Una volta trattenute tutte queste somme dallo stipendio lordo, si determina, per sottrazione, lo stipendio netto in busta, ossia, la somma che materialmente il datore di lavoro provvederà a pagare al lavoratore e che entrerà dunque nelle sue tasche.

Costo aziendale del lavoratore

Ancora diverso è il concetto del costo aziendale del lavoratore. Infatti, il lavoro viene tassato non solo sul versante del lavoratore che, come abbiamo visto, sul suo stipendio lordo deve pagare le tasse sul reddito ed i contributi, ma anche sul versante del datore di lavoro.

La principale forma di tassazione del lavoro è rappresentata dai contributi previdenziali.

Il datore di lavoro, infatti, oltre a trattenere dallo stipendio lordo del dipendente la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore e versarla all’Inps, deve anche pagare la quota di  contributi previdenziali a proprio carico.

L’aliquota contributiva che deve essere applicata sullo stipendio lordo del dipendente varia a seconda di diversi fattori come:

  • numero di dipendenti del datore di lavoro;
  • settore di attività in cui opera il datore di lavoro;
  • categoria legale del lavoratore.

In media, si calcola che i contributi previdenziali incidono per circa il 30% sullo stipendio lordo del dipendente. Ne consegue che, tanto per fare un esempio, se un lavoratore ha uno stipendio lordo di 2.000 euro mensili, oltre che sborsare questa somma, il datore di lavoro deve versare all’Inps circa 600 euro al mese a titolo di contributi previdenziali.

Il datore di lavoro, inoltre, deve assicurare obbligatoriamente i dipendenti contro gli infortuni e le malattie professionali presso l’Inail. Questa assicurazione prevede il pagamento di contributi assistenziali all’Inail: il tasso di premio massimo è fissato al 110 per mille.

Ma non è finita qui.

I contratti collettivi, infatti, prevedono spesso l’obbligo del datore di lavoro di pagare un contributo calcolato come percentuale sulla retribuzione lorda erogata al dipendente per finanziare diversi enti e fondi come, tra gli altri:

  • fondi di previdenza complementare;
  • fondi di assistenza sanitaria integrativa;
  • fondi bilaterali per la formazione dei lavoratori.

Il costo aziendale del dipendente è, dunque, innalzato anche da eventuali quote a carico del datore di lavore di contributi da erogare a fondi di previdenza complementare o fondi di assistenza sanitaria previsti dal contratto collettivo di lavoro applicato. Ogni fondo ha le proprie regole. Di solito, il contributo a questi fondi, sul lato datoriale, non supera i 20/30 euro mensili anche se per i quadri ed i dirigenti la contribuzione ai fondi è sensibilmente maggiore

Inoltre, l’ammontare degli stipendi lordi erogati è anche oggetto di altre tasse a carico dei datori di lavoro, come l’Irap.

Come ridurre la distanza tra stipendio lordo e netto?

Emerge con evidenza che tra stipendio lordo e stipendio netto c’è una grande differenza. Ancora più marcata è la distanza tra costo aziendale del lavoratore e stipendio netto e quindi, in definitiva, tra quanto una risorsa costa all’azienda e quanto quella persona si mette effettivamente in tasca ogni mese.

Per ridurre questa distanza sono stati introdotti vari correttivi da parte dei vari governi.

Il Bonus Renzi [2] è un credito fiscale di importo massimopari ad 80 euro al mese che viene riconosciuto in busta paga a tutti i lavoratori che hanno un reddito annuo inferiore a 26.600 euro. Il Bonus Renzi è stato introdotto proprio per aumentare il reddito netto dei lavoratori italiani e innalzare, in questo modo, il potere d’acquisto delle famiglie.

Il Bonus viene erogato direttamente in busta paga e spetta, dunque, al datore di lavoro calcolare presuntivamente il reddito annuale del dipendente per verificare se ha diritto o meno a questo contributo.

Per questo, il Bonus potrebbe anche essere revocato nel corso dell’anno se, ad esempio a causa di un aumento di stipendio, il dipendente non ha più diritto al Bonus.

In questo caso, il datore di lavoro opera un conguaglio Bonus Renzi e recupera dallo stipendio del lavoratore le somme erogate nei mesi precedenti a titolo di Bonus Renzi.

Un’altra misura recentemente varata dal Governo [3], nell’ambito della Legge di Bilancio per il 2020, è la riduzione strutturale del cuneo fiscale. Si tratta di un abbassamento delle tasse sul reddito dei lavotatori dipendenti che porterà, unitamente al Bonus Renzi, ad un aumento dello stipendio netto dei lavoratori fino ad un massimo di circa 100 euro al mese.

I dettagli di questa nuova misura saranno svelati, a breve, in un apposito decreto attuativo che dovrà definire le modalità operative di questo nuovo strumento.


note

[1] Art. 53 Cost.

[2] D.L. 66/2014.

[3] L. n. 160 del 27.12.2019.


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