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Quanto tempo ha il datore di lavoro per pagare il Tfr

2 Febbraio 2020
Quanto tempo ha il datore di lavoro per pagare il Tfr

Buonuscita: modalità e termini entro cui deve essere liquidato al dipendente il trattamento di fine rapporto. Cosa succede se l’azienda non ha soldi a sufficienza. 

Il pagamento del Tfr è dovuto non appena cessa il lavoro, a prescindere dalla causa per cui avviene lo scioglimento del rapporto contrattuale o dal raggiungimento dell’età pensionabile. Se anche un dipendente viene licenziato o si dimette dopo pochi anni di servizio ha, quindi, diritto alla liquidazione del cosiddetto trattamento di fine rapporto (o, come comunemente viene chiamato, “buonuscita”). 

Poiché il Tfr matura in base alla durata del rapporto lavorativo, tanto più questo è stato lungo, tanto maggiore sarà l’importo che l’azienda dovrà erogare al dipendente uscente. Sicché, non sempre c’è la disponibilità, nelle casse dell’imprenditore, per corrispondere tale cifra in un’unica soluzione e immediatamente. Da qui, un comune quesito: quanto tempo ha il datore di lavoro per pagare il Tfr? Quanto deve aspettare il lavoratore prima di interessare un avvocato ed eventualmente agire in tribunale? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Come si calcola il Tfr?

Prima di spiegare quanto tempo ha il datore di lavoro per pagare il Tfr, vediamo quali sono gli importi che vanno liquidati al dipendente. 

Il Tfr corrisponde a circa una mensilità di “paga base” per ogni anno di lavoro. Più tecnicamente, l’ammontare del Tfr spettante al lavoratore è uguale alla somma, per ciascun anno di servizio, della retribuzione utile divisa per 13,5. La quota di retribuzione annuale così determinata va poi accantonata e rivalutata al 31 dicembre di ciascun anno.

Nessun contratto collettivo può stabilire un importo inferiore a questo; è possibile solo migliorare tale trattamento.

La retribuzione annua accantonabile corrisponde alla retribuzione “di competenza” dell’anno, cioè quella dovuta per l’anno medesimo, costituita da tutti i compensi diventati liquidi ed esigibili, anche se erogati successivamente per qualsiasi ragione. Non si considera, quindi, la sola “paga base”, ma tutte le somme corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura.

Sono escluse le somme pagate a titolo di rimborso spese.

Chi paga il Tfr

Per i dipendenti che non hanno optato per la previdenza complementare e hanno preferito mantenere il Tfr in azienda, la buonuscita maturata durante gli anni di servizio viene liquidata direttamente dal datore di lavoro. Fanno eccezione le quote di Tfr maturate dopo il 31 dicembre 2006 per i dipendenti da aziende con almeno 50 dipendenti (v. n. n. 48110), che vengono liquidate dal FTINPS.

In caso di trasferimento d’azienda, l’intero trattamento deve essere corrisposto dall’imprenditore che ha acquistato l’azienda.

Quando viene liquidato il Tfr?

Di solito, il Tfr viene liquidato insieme all’ultima busta paga. In essa, quindi, vengono distinte da un lato le voci relative alla mensilità maturata dal lavoratore prima della cessazione del rapporto di lavoro e, dall’altro, il trattamento di fine rapporto accantonato in tutti gli anni di servizio. 

Al contrario di quanto comunemente si crede, la legge non fissa alcun termine per la liquidazione del Tfr; non è quindi corretto sostenere che il datore di lavoro ha da 30 a 45 giorni per versare tali somme. Al contrario, il diritto del lavoratore alla liquidazione del Tfr scatta non appena cessa il rapporto di lavoro. I contratti collettivi (Ccnl) possono, tuttavia, fissare un termine, a partire dalla data di cessazione del rapporto, entro il quale il datore di lavoro deve provvedere alla prestazione. Se, però, nel contratto non viene indicato alcun termine, il lavoratore può esigere immediatamente il Tfr non appena viene licenziato o si dimette. 

Spesso, avviene che le aziende usino il Tfr dei dipendenti per autofinanziarsi e non ricorrere al credito delle banche. Così potrebbe succedere – e anzi è molto frequente – che, al momento dello scioglimento del rapporto di lavoro, non vi siano “soldi in cassa” per il pagamento del trattamento di fine rapporto. Questa, tuttavia, non è una giustificazione sufficiente per ritardare il pagamento. 

Il Tfr può essere pagato a rate?

Le medesime considerazioni appena fatte escludono che il datore di lavoro possa trincerarsi dietro il rilevante importo da versare al dipendente per chiedere di pagare a rate il Tfr. Come detto, se il Ccnl non prevede diversamente, il trattamento di fine rapporto va corrisposto in un’unica soluzione allo scioglimento del rapporto di lavoro, insieme all’ultima busta paga.

Che succede se non si riceve il pagamento del Tfr?

Se il datore di lavoro non versa il Tfr, il dipendente può agire in giudizio per ottenerne la condanna ed eventualmente il pignoramento o la dichiarazione di fallimento.

Il fatto che il rapporto di lavoro sia “in nero” non preclude il diritto al Tfr, previo tuttavia accertamento, da parte del giudice, dell’esistenza di un regolare rapporto di lavoro subordinato. In altri termini, è necessario procedere con un giudizio per far dichiarare l’esistenza del contratto di lavoro e quindi la maturazione di tutti i diritti di ogni dipendente. 

Prescrizione del Tfr

Per ottenere il Tfr non versato subito dall’azienda, il lavoratore ha cinque anni di tempo. Questo termine – cosiddetta prescrizione – può essere interrotto con una normale lettera di diffida inviata con raccomandata a.r. o con Pec. Dal giorno successivo al ricevimento della messa in mora, il termine di cinque anni torna a decorrere da capo. 

Che succede se il datore di lavoro non ha i soldi per pagare il Tfr?

Se il datore di lavoro non dovesse avere i soldi per pagare il Tfr, il dipendente – nell’arco del termine di prescrizione di 5 anni dalla cessazione del rapporto lavorativo – può rivolgersi al tribunale ordinario e presentare la richiesta di un decreto ingiuntivo.

Notificato il decreto ingiuntivo, il datore di lavoro ha 40 giorni di tempo per pagare o fare opposizione. In assenza di risposte, il dipendente, dal 41° giorno in poi può inviare l’atto di precetto e azionare il pignoramento. Il pignoramento riguarderà solo i beni intestati all’azienda o, nel caso di imprenditore individuale o società di persone, anche al datore di lavoro (quindi, la casa, il conto corrente, ecc.).

Nel caso in cui il pignoramento abbia esito negativo per insufficienza di beni è possibile presentare una dichiarazione di fallimento.

Se l’istanza di fallimento dovesse essere rigettata per assenza dei presupposti soggettivi o oggettivi, il dipendente può chiedere di ottenere il pagamento del Tfr al Fondo di Garanzia dell’Inps. La domanda è telematica.

Anche nel caso di fallimento interviene il predetto Fondo di Garanzia. 


note

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7 Commenti

  1. Può il dipendente a tempo determinato rinunciare al tfr dopo la sua maturazione con un scrittura privata?

    1. Secondo la Cassazione non si può rinunciare a un credito futuro. E ciò perché il Codice civile stabilisce che il contratto è nullo quando il suo oggetto non esiste. Oggetto che, in questo caso, è proprio la liquidazione del trattamento di fine rapporto. Ebbene, il diritto alla retribuzione del Tfr del lavoratore ancora in servizio si considera un diritto futuro; pertanto la rinuncia effettuata dal lavoratore stesso è “radicalmente” nulla per mancanza dell’oggetto, non essendo ancora tale diritto entrato nel patrimonio del lavoratore.Non è quindi sufficiente l’accantonamento delle somme già effettuato dall’azienda perché queste non sono ancora divenute di proprietà del dipendente. Risultato: la prima condizione affinché la rinuncia al Tfr sia valida è che, nel momento in cui viene firmata, il rapporto di lavoro deve essere cessato. Tale principio non è nuovo in giurisprudenza; anzi, si può dire ormai stabile essendo stato sancito già diverse volte dalla Cassazione. Sotto un profilo pratico il risultato è dirompente: se, nel corso del rapporto di lavoro o anche al momento dell’assunzione, il datore ti dovesse far firmare un documento in cui dichiari di non volere il Tfr quest’atto non avrebbe valore; potrai così rivendicare la liquidazione nel momento in cui ti dimetterai o sarai licenziato o andrai in pensione o cesserà il rapporto di lavoro per qualsiasi altra ragione.Si potrebbe però pensare a un datore di lavoro poco corretto che sottoponga al proprio dipendente un atto non ancora datato, per completare poi questo elemento all’occorrenza, in un momento successivo. La legge ha pensato anche a questo, scopri come nel nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/287178_si-puo-rinunciare-al-tfr

  2. Ma in caso di trasferimenti d’azienda il Tfr spetta subito?

    Oppure solo in caso di licenziamento o dimissioni?

    1. Ti consigliamo la lettura dei seguenti articoli:
      -Cessione di ramo d’azienda: procedura e consigli https://www.laleggepertutti.it/2738_cessione-di-ramo-dazienda-procedura-e-consigli
      -Come funziona la cessione di un ramo di azienda? https://www.laleggepertutti.it/152162_come-funziona-la-cessione-di-un-ramo-di-azienda
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      -Come si calcola il Tfr? https://www.laleggepertutti.it/118565_come-si-calcola-il-tfr
      -Contributi e Tfr alla previdenza complementare non pagati: che fare? https://www.laleggepertutti.it/259127_contributi-e-tfr-alla-previdenza-complementare-non-pagati-che-fare

  3. Salve! Ho Gestito una Societa per due anni dal 2006 al 2008. Avevo un collaboratore in nero che dopo la chiusura della Societa era sparito. Adesso all’improvviso dopo 13 Anni e riaparso ed e’ venuto a chiedermi il Tfr (dopo ben 13 anni!) Sono costretto a pagarlo?

    1. Il lavoratore ha 5 anni di tempo per ottenere il Tfr non versato immediatamente dall’azienda. Il termine di prescrizione può essere interrotto con una semplice diffida inviata con raccomandata a.r. o con Pec così, dal giorno successivo al ricevimento della messa in mora, il termine di cinque anni decorre da capo. 

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