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In quali giorni si può andare a caccia?

2 Febbraio 2020 | Autore:
In quali giorni si può andare a caccia?

Attività venatoria: tutti i requisiti previsti dalla legge. Quando si può andare a caccia? In quale periodo e in che giorni si può cacciare? Calendario venatorio.

L’attività venatoria è largamente praticata in tutta Italia: muniti della necessaria licenza e dell’attrezzatura opportuna, sono davvero tante le persone che imbracciano i fucili e si recano nelle zone adibite alla caccia degli animali. Poiché questa pratica comporta l’uso di strumenti pericolosi, la legge disciplina in modo molto dettagliato le condizioni affinché si possa andare a caccia; con questo articolo parleremo in maniera diffusa di tutto ciò che serve sapere per dedicarsi all’attività venatoria e, soprattutto, ti spiegherò in quali giorni si può andare a caccia.

Come avrai modo di apprendere leggendo i prossimi paragrafi, anche nei periodi in cui la legge permette la caccia occorre astenersi in determinati giorni: in altre parole, non puoi cacciare tutti i giorni della settimana. Vedremo dunque quando ci si può dedicare all’attività venatoria, cosa occorre fare per essere in regola e quali sono i giorni di silenzio venatorio. Se sei pronto, prenditi dieci minuti e prosegui nella lettura: vedremo insieme in quali giorni si può andare a caccia.

Porto d’armi per uso venatorio: cos’è?

Innanzitutto, se intendi andare a caccia devi munirti del necessario porto d’armi per uso venatorio: si tratta di una licenza che l’autorità di pubblica sicurezza rilascia su richiesta del cittadino che dimostri di possedere tutti i requisiti per poter usare un’arma.

Il porto d’armi, come ti spiegherò meglio, non consente solamente l’acquisto dell’arma, ma anche il suo trasporto in condizioni di sicurezza, ma solo al fine di compiere il tragitto che va dal proprio domicilio fino al luogo di caccia.

Porto d’armi uso caccia: come averlo?

Chi intende ottenere il porto d’armi per uso venatorio deve seguire un percorso non proprio breve. Innanzitutto, occorre superare un esame di abilitazione alla caccia, dal quale sono esonerati coloro che hanno svolto il servizio militare. L’esame va sostenuto presso la provincia di appartenenza.

Dopo aver ottenuto la licenza di caccia, ulteriore requisito per ottenere il porto d’armi per uso venatorio è il certificato di idoneità psico-fisica rilasciato dall’azienda sanitaria di residenza dopo aver sottoposto l’interessato a un’apposita visita medica.

Una volta che si è in possesso dell’abilitazione all’esercizio venatorio e del certificato di idoneità psico-fisica, è possibile chiedere e ottenere il porto d’armi per uso caccia.

La domanda va presentata alla questura, che è l’ufficio competente a rilasciare la licenza. Il rilascio avviene entro novanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza.

Il porto d’armi uso caccia ha validità quinquennale. Scaduti i cinque anni, può comunque essere rinnovato. Tuttavia, per il primo anno di porto d’armi uso venatorio, l’attività venatoria può essere svolta solo con la presenza di un cacciatore in possesso di licenza da almeno tre anni.

Una volta comprata l’arma per la caccia, questa va immediatamente denunciata presso l’autorità di pubblica sicurezza più vicina (carabinieri, polizia, ecc.).

Licenza porto armi caccia: come funziona?

Il porto d’armi per uso venatorio (così come quella per uso sportivo) consente il trasporto in sicurezza dell’arma dal proprio domicilio al luogo ove l’arma deve essere utilizzata. Durante il trasporto, l’arma non può mai essere utilizzata e deve essere custodita in modo da non poter essere pronta per l’uso.

Porto abusivo armi: quando è reato?

Quanto detto nei paragrafi precedenti in merito al porto d’armi per uso venatorio è fondamentale, in quanto non è possibile portare con sé un’arma senza aver acquisito tale licenza.

La legge [1] punisce con l’arresto fino a diciotto mesi chiunque, senza la licenza dell’autorità, porta un’arma fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa. La norma è molto chiara: non si può portare un’arma fuori del proprio domicilio (o, comunque, del luogo ove è custodita e che risulta dalla denuncia fatta alle autorità), anche se la si detiene legalmente, a meno che non vi sia espressa autorizzazione dell’autorità di pubblica sicurezza, cioè della questura.

Il reato di detenzione abusiva di armi

Diverso è il reato di detenzione abusiva di armi: chiunque detiene armi o munizioni senza averne fatto denuncia all’autorità di pubblica sicurezza, quando la denuncia è richiesta, è punito con l’arresto da tre a dodici mesi o con l’ammenda fino a trecentosettantuno euro [2].

Il reato di detenzione abusiva di armi si integra nel momento in cui una persona tiene in casa un’arma senza averne fatto denuncia all’autorità (carabinieri o polizia). L’illecito si può configurare sia nel caso in cui l’arma sia stata acquistata e non denunciata, sia nell’ipotesi in cui si sia giunti in possesso dell’arma in maniera diversa: si pensi alla persona che la erediti dal parente defunto.

Quando si può andare a caccia?

Spiegate quali sono le condizioni per potersi recare regolarmente a caccia, vediamo ora quando si può cacciare, cioè in quali periodi e in quali giorni è possibile dedicarsi all’attività venatoria.

Per legge [3], la caccia in Italia è consentita dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio di ogni anno, nel rispetto del calendario venatorio emesso da ogni Regione.

Dunque, si può andare a caccia solamente nel periodo stabilito dalla legge e, come meglio spiegheremo, nei giorni individuati dalle Regioni nell’ambito del periodo fissato dalla legge nazionale.

Calendario regionale: in che giorni si può cacciare?

Il calendario venatorio è un atto amministrativo a tutti gli effetti, variabile da Regione a Regione. A seconda delle Regioni e dei periodi, si può cacciare dai tre ai cinque giorni la settimana.

Il martedì e il venerdì di ogni settimana sono invece giorni di silenzio venatorio, durante i quali non è mai permesso cacciare.

La caccia può venire autorizzata anche al di fuori del calendario venatorio: è il caso delle preaperture (in occasione delle quali l’apertura della caccia viene anticipata al primo settembre), dei posticipi (la chiusura della stagione viene spostata al dieci febbraio), della caccia di selezione e di quella in deroga.

A che ora si può andare a caccia?

Abbiamo appena detto che, per sapere in quali giorni puoi andare a caccia devi consultare il calendario venatorio che regolamenta la caccia nelle varie Regioni per l’intera stagione venatoria. È sempre la legge, però, a stabilire gli orari in cui si può cacciare nelle giornate stabilite dalle Regioni.

Nello specifico, gli orari della giornata di caccia sono così determinati: si può andare a caccia da un’ora prima del sorgere del sole fino al tramonto. In questo intervallo di tempo le Regioni definiscono gli esatti orari di inizio e termine attività.

La caccia è assolutamente vietata di notte: il pericolo per sé e per gli animali è molto elevato durante la fascia oraria notturna.

Quali animali si possono cacciare?

Poiché la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale, non è possibile cacciare gli animali che si vuole.

Ogni calendario venatorio regionale indica, oltre ai giorni in cui si può andare a caccia, le specie cacciabili e il numero massimo di animali che possono essere uccisi ogni giorno e nel corso della stagione venatoria (cosiddetto carniere), suddivisi per specie.

È quindi importante capire quali animali si possono cacciare in Italia. In linea di massima, tra gli uccelli sono cacciabili animali galliformi come la quaglia, la starna e le pernici, oltre alla tortora, al merlo e al fagliano.

Quali animali si possono cacciare  a terra? Nulla vieta di cacciare animali come la lepre comune, il coniglio selvatico, ma anche allodole, germani, volpi, mufloni, caprioli, camosci alpini, cervi e daini.

Non tutti gli animali sono cacciabili nello stesso periodo. Per alcuni la caccia è aperta tra settembre e dicembre, per altri fino a gennaio e per altri ancora il periodo concesso è di poche settimane.

Ad esempio, cervo, daino e capriolo possono essere oggetto di caccia solo tra il primo ottobre e il trenta novembre, mentre il cinghiale è cacciabile tra il primo ottobre e il trentuno dicembre, oppure tra il primo novembre e il trentuno gennaio, a seconda delle Regioni.

Dove non si può cacciare?

Nel rispetto delle regole enunciate sino a questo momento, è bene ricordare che non si può cacciare in presenza di condizioni che renderebbero l’attività venatoria molto pericolosa: considera che, annualmente, sono decine le vittime che si registrano a causa dell’attività venatoria.

Di seguito alcuni dei principali divieti:

  • è vietata la caccia praticata a una distanza inferiore a cento metri da case, fabbriche, edifici adibiti a posto di lavoro. È altresì vietato sparare in direzione dei predetti immobili da una distanza inferiore ai centocinquanta metri;
  • la caccia è vietata per una distanza di cinquanta metri metri dalle strade (comprese quelle comunali non asfaltate) e dalle ferrovie. Anche in questo caso è vietato sparare a una distanza inferiore a centocinquanta metri;
  • la caccia nei fondi dove c’è la presenza di bestiame o di macchine agricole in funzione è consentita solo a una distanza superiore ai cento metri dalla mandria o dal gregge o dal branco;
  • è vietato cacciare nei terreni di pianura innevati, stagni e laghi ghiacciati, terreni allagati, giardini privati, parchi pubblici, centri abitati, aree adibite a sport, parchi e riserve naturali, oasi, zone di ripopolamento, foreste demaniali;
  • l’attività venatoria è vietata in forma vagante sui frutteti, vigneti fino alla data del raccolto, coltivazioni di riso, soia e mais da seme.

A questi divieti si aggiungono i seguenti:

  • i cacciatori hanno divieto di trasportare armi da cacciache non siano scariche e in custodia all’ingresso dei centri abitati o dalle zone dove è vietata l’attività venatoria a bordo di veicoli di qualunque tipo e nei giorni in cui la caccia è vietata;
  • è vietato cacciare con reti, trappole, tagliole, vischio, esche e bocconi avvelenati, lacci, archetti, balestre e gabbie.
  • è vietato l’ingresso dei cani da caccia nei terreni coltivati a riso, soia, tabacco ed ortaggi.L’uso dei cani è consentito in numero massimo di due per cacciatore.

note

[1] Art. 699 cod. pen.

[2] Art. 697 cod. pen.

[3] Legge n. 157/2002.

Autore immagine: Canva.com


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4 Commenti

  1. Qualora in una determinata zona viga un divieto di caccia, se l’ente pubblico provvede alla tabellazione della zona, tale divieto di caccia di presume noto e la P.A. non deve dimostrare la sua conoscenza da parte del trasgressore. Senza la tabellazione, invece, è la P.A. che deve dimostrare che, nonostante tale mancanza, il trasgressore fosse a conoscenza del divieto (sulla base di elementi di fatto come la conoscenza della zona dovuta al dimorare nella medesima o in luoghi prossimi ad essa, l’abituale esercizio della caccia in quei siti, la preesistenza di cartelli successivamente rimossi o danneggiati e, in genere, le peculiari modalità dell’azione).

  2. Il divieto di esercizio di attività venatoria nelle aree naturali protette regionali si presume conosciuto se le aree sono perimetrate da regolare tabellazione, di modo che il trasgressore, salvo casi eccezionali, non può invocare a propria discolpa l’ignoranza del divieto

  3. Il divieto di esercizio dell’attività venatoria nelle aree naturali protette se è segnalato da regolare tabellazione si presume conosciuto dal trasgressore e solleva l’accusa dall’onere della prova; viceversa, in assenza di tabellazione, il divieto di caccia si presume ignoto e l’accusa deve dimostrare che, nonostante l’assenza di indicazioni, il trasgressore era comunque a conoscenza della proibizione.

  4. Il divieto di esercizio dell’attività venatoria in zona permanente di protezione faunistica, se é segnalato da apposita tabellazione, è opponibile al trasgressore e solleva l’accusa dall’onere della prova; viceversa in assenza di tabellazione, il divieto di caccia si presume ignoto e l’accusa deve dimostrare che, nonostante l’assenza di indicazioni, il trasgressore era comunque a conoscenza della proibizione.

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