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Licenziamento verbale: come comportarsi?

3 Febbraio 2020
Licenziamento verbale: come comportarsi?

Dopo quanto tempo arriva la lettera di licenziamento quando il dipendente riceve la comunicazione di licenziamento a voce? Deve restare a casa e non andare più a lavorare o deve ripresentarsi in azienda il giorno dopo?

Immagina la seguente situazione, non tanto dissimile da quanto spesso si verifica negli ambienti di lavoro. Marco viene chiamato dal proprio datore di lavoro il quale gli comunica verbalmente il licenziamento: «Da domani non devi più venire», gli dice preannunciandogli l’arrivo della lettera di licenziamento nei giorni successivi. Lo esonera anche dal lavoro durante il periodo di preavviso, circostanza questa che gli darà diritto a ottenere la relativa indennità con l’ultima busta paga. 

Dopo qualche giorno, Marco non vede arrivare alcuna lettera e si chiede se l’azienda ci abbia ripensato o si tratti di una strategia ai suoi danni. Non vorrebbe, infatti, che proprio il fatto di rimanere a casa, senza nulla di scritto, possa costargli un licenziamento per giusta causa, vista l’assenza ingiustificata, circostanza che gli impedirebbe poi di impugnare il provvedimento. 

Dinanzi a un licenziamento verbale, come comportarsi? Il problema è stato già affrontato da numerose sentenze della Cassazione. Proviamo a fornire un rapido vademecum. 

Dopo quanto tempo deve arrivare la lettera di licenziamento?

Se il licenziamento attiene a un motivo disciplinare (licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo), la lettera di licenziamento deve giungere entro breve tempo dalla precedente comunicazione di avvio del procedimento disciplinare. Bisogna dare al datore di lavoro il tempo per acquisire le informazioni necessarie a valutare il caso e la condotta del dipendente, ma non è ammesso alcun temporeggiamento. 

Detto ciò, se il dipendente non vede arrivare la lettera con l’ufficializzazione del licenziamento, quest’ultimo deve ritenersi nullo. Leggi: dopo quanto tempo arriva il licenziamento? 

Il licenziamento per motivi aziendali, invece, non ha un termine, ma può essere intimato solo per le ragioni evidenziate nella comunicazione. Ragion per cui, se queste nel frattempo vengono meno, il licenziamento è illegittimo. 

Dal momento della comunicazione verbale del licenziamento all’arrivo della raccomandata a casa non possono passare troppi giorni. Ma la legge non dice quanti. Il problema potrebbe porsi nel momento in cui il datore sostenga che l’interruzione del rapporto di lavoro è stata determinata dalla volontà del dipendente che non si è più presentato sul posto nonostante l’assenza di comunicazioni contrarie di tipo ufficiale. 

Come dimostrare allora che, alla base della mancata prestazione lavorativa, c’è un licenziamento o un’assenza ingiustificata? Ecco allora, in caso di licenziamento verbale, come comportarsi.

Licenziamento verbale, come comportarsi? 

La Cassazione ha fornito contrastanti pareri. Secondo alcune pronunce, infatti, è il datore di lavoro a dover dimostrare che, dietro l’assenza del dipendente, c’è la volontà di quest’ultimo. Secondo altre, invece, è il dipendente che non si presenta in azienda a dover dar prova di essere stato licenziato.

Da un punto di vista pratico, per evitare rischi, sia l’uno che l’altro faranno bene a formalizzare subito per iscritto la propria volontà di proseguire il rapporto e di non poterlo fare a causa dell’altro. 

Così, il dipendente che sia stato licenziato verbalmente non è tenuto a presentarsi in azienda se è stato esonerato espressamente dal suo datore di lavoro; ma, se nei giorni successivi (tre o quattro dalla comunicazione verbale), non dovesse ricevere alcuna comunicazione scritta, potrà tutelarsi inviando una raccomandata o una Pec (posta elettronica certificata) all’azienda in cui metterà le cose in chiaro. In questa lettera, farà presente di aver ricevuto un licenziamento verbale e che, pertanto, la sua assenza – in attesa di ricevere istruzioni scritte più dettagliate – è imputabile a tale ragione. In questo modo, eviterà eventuali contestazioni.

Secondo i più recenti orientamenti della Cassazione, se il dipendente sostiene di essere stato licenziato oralmente mentre il datore si difende sostenendo che, piuttosto, è stato il lavoratore ad essersi dimesso spontaneamente o a non presentarsi più sul posto di lavoro (risultando in tal modo assente ingiustificato), l’onere della prova grava su quest’ultimo, ossia sul datore. Maggiori approfondimenti nell’articolo Licenziamento verbale: prova.

Validità del licenziamento verbale

Vero è che, per legge, il licenziamento verbale è inesistente: si considera cioè come se non fosse mai stato intimato. Con la conseguenza che il lavoratore avrà diritto alla restituzione del posto. A quel punto, il silenzio del datore di lavoro potrebbe anche giovare a favore del dipendente che avrebbe un’arma in più da far valere in sede giudiziaria. In caso di licenziamento orale, non si applicano i termini di decadenza per impugnare il licenziamento, termini che impongono al dipendente di contestare la comunicazione entro 60 giorni e di fare causa nei successivi 180 giorni. Quindi, il lavoratore che è stato licenziato verbalmente può agire in qualsiasi momento purché entro i consueti 5 anni di prescrizione. Leggi anche Licenziamento verbale (orale).

C’è da ricordare, infine, come alcune sentenze abbiano ritenuto legittimo anche un licenziamento comunicato via email o WhatsApp, se vi è prova del ricevimento della lettera (prova ricavabile anche dal comportamento tenuto dal dipendente in conseguenza di ciò).



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