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Assegnazione della casa coniugale ipotecata: cosa succede?

28 Febbraio 2020 | Autore: Marina Moretti
Assegnazione della casa coniugale ipotecata: cosa succede?

Si può ipotecare la casa coniugale che il giudice ha affidato al coniuge dopo la separazione?

Quando una coppia decide di separarsi, la conflittualità riguarda principalmente l’affidamento dei figli minori e la casa coniugale. Riguardo a quest’ultimo aspetto, la legge tende a preservare l’habitat familiare, nel senso che il coniuge affidatario ha il diritto di vivere insieme ai figli nella stessa casa goduta in costanza di matrimonio. Spesso, però, marito e moglie si scontrano per esigenze diverse: da un lato, il coniuge non proprietario vuole continuare a vivere nella stessa casa, dall’altro lato, il coniuge proprietario dell’immobile vuole tutelare il suo diritto di proprietà (soprattutto quando si forma una nuova famiglia).

Ma in caso di assegnazione della casa coniugale ipotecata: cosa succede? Te lo spiego in questo articolo.

L’assegnazione della casa coniugale

In caso di separazione o divorzio, uno dei tanti aspetti da regolamentare riguarda l’assegnazione della casa coniugale. Per casa coniugale si intende l’immobile occupato e abitato dai coniugi e quindi il centro di aggregazione di tutta la famiglia (sono perciò escluse le seconde case). Ma a chi spetta il diritto di abitare la casa coniugale? Se le parti non riescono a trovare un accordo, dovranno necessariamente rivolgersi al giudice che assegnerà la casa coniugale dopo aver fatto un’attenta valutazione.

Quindi, l’assegnazione della casa coniugale è il provvedimento con cui il giudice – a seguito della separazione o del divorzio – decide a quale dei due coniugi riconoscere il diritto esclusivo di abitare l’immobile. Tieni presente, però, che lo scopo è sempre quello di preservare l’habitat familiare e proteggere eventuali figli dal trauma di vivere in una casa diversa da quella dove hanno vissuto fino al momento della separazione dei genitori.

Assegnazione della casa coniugale: i presupposti

Il primo elemento da considerare per l’assegnazione della casa coniugale è sicuramente la presenza o meno di figli della coppia. La normativa, infatti, prende in considerazione – quali elementi ai fini dell’assegnazione della casa coniugale – l’abitualità, la stabilità e la continuità nel godimento della casa, soprattutto in riferimento ai figli.

In altre parole, la casa verrà assegnata al coniuge affidatario presso il quale i figli minori sono stati collocati prevalentemente fino al raggiungimento della maggiore età e dell’indipendenza economica di quest’ultimi.

Ad esempio, se i figli sono stati affidati ad entrambi i genitori (c.d. affidamento condiviso), ma vivono con la madre (come accade nella maggior parte dei casi), il giudice riconoscerà il diritto esclusivo di abitazione della casa coniugale alla madre.

Alla medesima conclusione si giunge quando l’immobile è:

  • di proprietà comune, quindi di entrambi i coniugi (ad esempio, quando i coniugi sono proprietari della casa al 50%);
  • di proprietà esclusiva di un solo coniuge;
  • di proprietà di una terza persona (ad esempio, la casa appartiene ai genitori del coniuge non assegnatario).

E se non ci sono figli? In tal caso, il coniuge non proprietario non ha alcun diritto all’assegnazione della casa coniugale. In buona sostanza, il giudice non potrà stabilire nulla in merito all’assegnazione, in quanto l’immobile spetterà esclusivamente al legittimo proprietario. Ci si è domandati, tuttavia, se l’assegnazione della casa coniugale possa soddisfare in qualche modo l’eventuale mantenimento che spetta al coniuge economicamente più debole, al fine di equilibrare i reciproci rapporti patrimoniali anche dopo la separazione o il divorzio.

L’orientamento giurisprudenziale maggioritario esclude nel modo più assoluto che il giudice possa imporre al coniuge proprietario (ad esempio il marito) di soddisfare il mantenimento con l’assegnazione dell’immobile. Questo vuol dire che, se non ci sono figli, il coniuge economicamente più debole (cioè il coniuge non proprietario) dovrà liberare l’immobile, mentre il coniuge proprietario sarà tenuto a versargli l’assegno di mantenimento di importo tale da includere anche un’eventuale canone di locazione per una nuova abitazione.

Può capitare un’altra situazione: i coniugi sono comproprietari dell’immobile (ad esempio, per quote uguali) e non hanno figli. In questo caso, se le parti non raggiungono un accordo su chi debba riscattare la quota di proprietà dell’altro coniuge sarà necessario rivolgersi al giudice per il c.d. giudizio di divisione. Questo vuol dire che il tribunale nominerà un perito, il quale dovrà stabilire se l’immobile è divisibile o meno. Se è divisibile, ciascun coniuge prenderà la sua parte; in caso contrario, occorrerà vendere la casa e il prezzo pagato verrà ripartito tra i coniugi in proporzione alle rispettive percentuali di proprietà.

Assegnazione casa coniugale: può essere revocata?

Il diritto al godimento esclusivo della casa coniugale non è eterno. Ciò vuol dire che il provvedimento di assegnazione può essere revocato presentando un’istanza al giudice che ha emesso la sentenza di separazione.

La revoca è ammessa nei casi in cui:

  • l’assegnatario conviva more uxorio o contragga un nuovo matrimonio;
  • l’assegnatario non risieda più presso l’abitazione;
  • raggiungimento della maggiore età e dell’autosufficienza economica dei figli. In altre parole, il figlio divenuto maggiorenne deve essere anche autosufficiente dal punto di vista economico (non si considera indipendente economicamente lo studente universitario fuori sede).

Nei suddetti casi, quindi, è possibile chiedere la revoca dell’assegnazione della casa coniugale al giudice, il quale stabilirà che l’immobile verrà abitato esclusivamente dal coniuge proprietario. In tal caso, l’ex coniuge precedentemente assegnatario avrà l’obbligo di lasciare l’immobile quanto prima.
Attenzione: il provvedimento di revoca è un titolo esecutivo.

In altre parole, il coniuge proprietario potrà agire forzatamente nei confronti dell’altro qualora non liberi, spontaneamente, la casa coniugale. Ad esempio, a seguito di revoca, hai ottenuto l’assegnazione giudiziale della casa coniugale. La tua ex moglie, però, ti oppone resistenza. In tal caso potrai rientrare nel possesso dell’immobile, anche contro la sua volontà.

Assegnazione casa coniugale: la trascrizione del provvedimento

Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale può essere trascritto presso la conservatoria dei registri immobiliari. La trascrizione è una forma di pubblicità immobiliare con cui si rende noto un evento che riguarda l’immobile, in questo caso l’assegnazione.

Perché è importante la trascrizione? Per rendere opponibile il provvedimento di assegnazione ai terzi che vantano un diritto su quell’immobile. In questo modo, chi acquista la casa oppure è creditore del coniuge non assegnatario, potrà pretendere il rilascio del bene solo quando verranno meno i presupposti che hanno giustificato l’assegnazione.

Il provvedimento di assegnazione, anche se non trascritto, rimane opponibile per nove anni a decorrere dalla sua emanazione, in presenza di:

  • figli minori;
  • figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa.

Inoltre, è possibile anche la cancellazione della trascrizione che potrà avvenire nei seguenti casi:

  • con il consenso dalle parti interessate;
  • con una sentenza passata in giudicato e quindi definitiva.

Assegnazione della casa coniugale ipotecata: cosa succede?

Ed eccoci arrivati al tema centrale. Supponiamo che con la sentenza di separazione, il giudice ti abbia assegnato la casa coniugale di proprietà di tuo marito, dove vivi insieme ai vostri figli. Dopo un po’ di tempo, hai scoperto che tuo marito non ha pagato un debito e il creditore ha iscritto un’ipoteca sulla casa. Cosa vuol dire? Che il creditore che ha iscritto ipoteca (ad esempio l’Agenzia delle Entrate) ha diritto ad essere preferito, rispetto a tutti gli altri creditori, nella distribuzione del denaro ricavato dalla eventuale vendita futura dell’immobile. Attenzione però: nonostante l’ipoteca, la proprietà della casa non cambia e si può continuare ad abitare l’appartamento.

Quindi, la casa coniugale assegnata, ad esempio, all’ex moglie e di proprietà del marito può essere ipotecata, a condizione che:

  • il debito sia di importo superiore a 20 mila euro;
  • dalla notifica della cartella siano decorsi 60 giorni;
  • dal preavviso di ipoteca siano decorsi 30 giorni.

Questione diversa, invece, è il pignoramento della casa coniugale. Ciò si può evitare solamente se:

  • il debitore non sia titolare di altri immobili;
  • la casa sia stata accatastata nelle categorie A/8 e A/9 (in altre parole non deve essere di lusso);
  • sia adibita a civile abitazione;
  • sia stata fissata la residenza;
  • il debito contratto sia inferiore a 120 mila euro.

Facciamo un esempio che ti aiuti a capire: i creditori iscrivono un’ipoteca e poi pignorano la casa che il giudice ha assegnato all’ex moglie. A questo punto, la casa viene messa all’asta e venduta. L’ex moglie potrebbe essere mandata via dalla casa coniugale? L’aggiudicatario, vale a dire il nuovo proprietario, potrebbe agire per ottenere il rilascio dell’immobile? In tal caso, bisogna verificare il momento esatto in cui la sentenza che ha disposto l’assegnazione della casa coniugale è stata trascritta nei pubblici registri immobiliari. In particolare, se il provvedimento di assegnazione:

  • è stato trascritto prima del pignoramento immobiliare: in tal caso il coniuge assegnatario può rimanere nella casa coniugale fino al raggiungimento della maggiore età e dell’indipendenza economica dei figli;
  • è stato trascritto dopo il pignoramento immobiliare: il coniuge assegnatario dovrà lasciare la casa e andare a vivere altrove.

In conclusione, la casa coniugale può essere ipotecata. L’ipoteca, però, è una prelazione che dà diritto al creditore che l’ha iscritta di essere preferito nel caso eventuale in cui l’immobile venga pignorato e venduto (il cui ricavato andrà poi a soddisfare preliminarmente il creditore ipotecario). Qualora sulla casa coniugale che ti è stata assegnata sia stata iscritta un’ipoteca non preoccuparti, in quanto la proprietà dell’immobile non muta e puoi continuare a vivere nell’appartamento. Ciò che conta è il momento esatto in cui è avvenuta la trascrizione del provvedimento di assegnazione.



Di Marina Moretti


2 Commenti

  1. Il Tempo (ed. Nazionale) del 31/03/19 pag. 21
    Letteredelladomenica
    Giustizia
    I problemi dell’affido condiviso
    Gentile direttore, il Tribunale di Catanzaro ha recentemente posto i casi in cui è possibile sentenziare l’affido condiviso (a secondo dell’età del minore, degli impegni lavorativi di ciascun genitore, della disponibilità di un’abitazione dignitosa per la crescita dei figli).Ciò è in parte condivisibile. V’è da rilevare che l’età del figlio non conta potendosi procedere anche in età superiore ai 18 anni (periodo universitario) cosi come in età infantile. Se uno dei due genitori non lavora poi questi avrà maggiore spazio nelle frequentazioni col figlio. La procedibilità sarà fattiva maggiormente in presenza di una vicinanza delle abitazioni dei due genitori. Silvio Pammelati (Roma)

  2. Gentile Collega,
    ho letto con attenzione l’articolo e sul punto mi permetto un’osservazione / quesito.
    Ultimamente mi è successo che il creditore procedente facesse valere la Sentenza Cass. Sez. Unite del 2016 che precisa che qualora l’ipoteca a favore dell’istituto di credito sia stata trascritta precedentemente alla trascrizione dell’assegnazione, come accade nella maggior parte dei casi, prevale. E l’assegnataria deve lasciare l’immobile.
    Le risulta ? Ha notizie più confortanti in merito ?
    In attesa di cortese riscontro, porgo cordiali saluti.

    avv. Valeria Porelli

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