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Se muore l’avvocato durante il processo che succede?

4 Febbraio 2020
Se muore l’avvocato durante il processo che succede?

Morte dell’avvocato difensore e interruzione automatica della causa: per la Cassazione c’è nullità di tutte le attività processuali successive. 

Tanti anni fa, hai incaricato un legale di difenderti in una causa. Il processo, da allora, non è mai giunto a conclusione. La sorte, tuttavia, ha voluto che, nel frattempo, morisse proprio il tuo avvocato. Tra qualche giorno, ci sarà la prossima udienza e non sai come comportarti: chi ti difenderà in quella occasione? Hai provato a telefonare allo studio legale, ma nessuno ti risponde. Non hai idea di cosa preveda la legge in un’ipotesi del genere: se ti spetti un rinvio per nominare un nuovo difensore o se te ne verrà affidato uno dall’ufficio, se resterai sprovvisto di tutela o se il processo si interromperà automaticamente. Insomma, se muore l’avvocato durante il processo che succede?

I chiarimenti sono stati forniti dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ecco cosa prevede, a riguardo, il Codice di procedura civile. 

Morte dell’avvocato e interruzione del processo 

Quando una parte è rappresentata in giudizio da un unico avvocato, alcuni eventi che riguardano quest’ultimo causano l’interruzione automatica del processo. Se, invece, la parte è rappresentata da più avvocati autorizzati a difendere la parte in modo disgiunto (ossia anche uno solo per volta e non tutti insieme), non si verifica alcuna interruzione. 

In particolare, l’articolo 301 del Codice di procedura civile stabilisce che il processo si interrompe automaticamente al verificarsi dei seguenti fatti:

  • morte dell’avvocato;
  • radiazione dell’avvocato dall’albo professionale;
  • sospensione dell’avvocato dall’albo professionale. Terminato il periodo di sospensione il processo prosegue senza necessità di una nuova procura alle liti, né di una nuova costituzione in giudizio: è sufficiente che l’avvocato già costituito riprenda a svolgere le proprie funzioni in base alla precedente procura [2];
  • cancellazione dell’avvocato dall’albo per motivi disciplinari [3]. 

Se, invece, l’avvocato si cancella dall’albo per sua stessa volontà, il processo non viene interrotto [4]. 

Che significa interruzione del processo per morte dell’avvocato?

La morte dell’avvocato comporta l’interruzione del processo. Tale interruzione si verifica in automatico dal giorno in cui si verifica il decesso, senza quindi che vi sia bisogno di dichiarazioni al giudice o di notifiche. L’effetto, quindi, si verifica a prescindere da qualsiasi formalismo, richiesta o eccezione. 

Non solo. L’interruzione opera anche se il giudice e gli altri avvocati non sono a conoscenza della morte dell’avvocato e magari scambiano la sua assenza in tribunale per una dimenticanza o disinteresse.  

L’interruzione comporta il divieto di svolgere qualsiasi attività processuale dopo la morte del difensore. Ma chiaramente, se il giudice non viene informato del decesso, il processo verosimilmente proseguirà, pur nell’assoluta buonafede delle altre parti. Ebbene, in tal caso, secondo la Cassazione, tutte le ulteriori attività poste in essere dopo l’automatica interruzione del processo dovuta alla morte dell’unico avvocato sono da considerarsi nulle, ossia come se non fossero mai state compiute. Non hanno cioè valore e devono essere rifatte da capo.

Quindi, la parte il cui unico avvocato difensore è morto e, ciò nonostante, abbia visto proseguire la propria causa in assenza di qualsiasi difesa in proprio favore può chiedere l’annullamento del giudizio. 

L’assistito potrebbe, però, per tempo – ossia prima dell’udienza successiva al decesso del proprio difensore – nominare un nuovo professionista che sostituisca il precedente. In tal caso, il processo prosegue regolarmente. 

Attenzione però: la nullità del giudizio per mancata interruzione della causa può essere rilevata solo dalla parte interessata (magari facendo appello o ricorso per Cassazione) e non anche dal giudice o dalle controparti. Se, invece, quest’ultima decide di non sollevare alcuna eccezione, il processo resta valido.

È chiaro, quindi, che la nullità verrà fatta valere solo quando l’assenza dell’avvocato abbia determinato un pregiudizio nella difesa del suo assistito. Se, invece, questi rimane soddisfatto dall’esito del giudizio nonostante l’assenza del suo difensore, è suo diritto lasciare le cose come stanno e “sanare” in questo modo la nullità. Quindi, tutte le attività compiute, in assenza di contestazione, si considereranno valide. 

Come annullare un processo per morte dell’avvocato

Se, nonostante la morte dell’avvocato, il processo prosegue è diritto della parte chiederne la nullità con l’impugnazione ossia proponendo appello o ricorso per Cassazione. Bisognerà, quindi, rispettare i relativi termini previsti dalla legge (30 giorni per l’appello e 60 per il ricorso in Cassazione se c’è stata notifica della sentenza; oppure 6 mesi se non c’è stata la notifica).


note

[1] Cass. sent. n. 1574/2020 del 24.01.2020.

[2] Cass. 10 dicembre 2010 n. 24997, Cass. 20 luglio 2004 n. 13490.

[3] Cass. 31 gennaio 2012 n. 1355, Cass. 17 dicembre 2010 n. 25641.

[4] Cass. 21 giugno 2012 n. 10301, Cass. 27 maggio 2009 n. 12261, Cass. 30 aprile 2009 n. 10112; decisioni più risalenti ritengono invece che si determini l’interruzione: Cass. 20 febbraio 2003 n. 2577, Cass. 5 ottobre 2001 n. 12294

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 settembre 2019 – 24 gennaio 2020, n. 1574

Presidente Vivaldi – Relatore Scrima

Fatti di causa

Con sentenza n. 110/2010, il Tribunale di Nola, decidendo la causa promossa da G.R. e nella quale erano intervenuti Gr.Ca.To. e D.G. , in proprio e nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sui figli minori Ra. ed An. , rigettò la domanda proposta dai predetti e volta alla condanna dei fratelli F. , G. e D.M.S. al risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’incendio sviluppatosi il giorno (omissis) al piano seminterrato dell’immobile di proprietà degli indicati germani, sito in (omissis) .

Il Tribunale motivò la sua decisione escludendo la responsabilità dei proprietari sul rilievo che, in virtù del contratto di locazione, la custodia dell’immobile era passata alla conduttrice società C.M.E. Campania S.r.l., non evocata il, giudizio, e regolò le spese tra le parti.

Avverso tale sentenza, propose appello G.R. , censurando la sentenza di primo grado per aver il Tribunale posto a fondamento della decisione la circostanza – apoditticamente, a suo avviso, affermata dal CTU. nell’accertamento tecnico preventivo – che l’incendio fosse divampato a causa della combustione di materiale elettrico depositato all’interno dei locali condotti in locazione dalla società C.M.E. Campania, e pec aver fatto errata applicazione dell’art. 2051 c.c., in contrasto con i principi al riguardo affermati dalla giurisprudenza.

L’appellante chiese, quindi, che, in totale riforma della sentenza impugnata, i fratelli D.M. fossero condannati, in solido tra loro, al pagamento della somma di Euro 14.924,57, oltre interessi e rivalutazione monetaria, e delle spese, diritti ed onorari del doppio grado di giudizio, con attribuzione al difensore anticipatario.

Si costituirono in secondo grado anche Gr.Ca.To. e D.G. , in proprio e nella qualità di genitori di Gr.An. , i quali censurarono la sentenza del Tribunale in base, sostanzialmente, agli stessi rilievi del G. e dedussero, inoltre, che “il verbale dei VV.FF. accorsi sul posto testualmente afferma(va) che l’incendio scaturì da “strutture” ed “impianti” rientranti nel bene locato” (predetti chiesero che, in integrale riforma della sentenza impugnata, la responsabilità esclusiva – o, in via subordinata, concorsuale – dei danni da loro riportati fosse ascritta ai fratelli D.M. e questi fossero condannati al pagamento della somma di Euro 5.826,22 (come quantificati dal C.T.U.), oltre interessi e rivalutazione monetaria, nonché al pagamento degli ulteriori danni patrimoniali, morali, psico-fisici ed alla vita di relazione riportati da essi appellanti incidentali e dalla loro figlia minore An. , nella misura da determinarsi in corso di causa o in quella eventualmente stabilita dalla Corte in via equitativa.

Si costituirono in giudizio anche i fratelli F. , G. e D.M.S. , chiedendo il rigetto dell’appello proposto dal G. e la conferma della sentenza del Tribunale, con condanna dell’appellante al pagamento delle spese del doppio grado del giudizio di merito.

La Corte di appello di Napoli, con sentenza n. 1054/2017, pubblicata il 9 marzo 2017, accolse le impugnazioni proposte dall’appellante principale e agli appellanti incidentali Gr.Ca.To. e D.G. e, per l’effetto, in totale riforma della sentenza appellata, condannò D.M.F. , D.M.G. e D.M.S. , in solido tra loro, al pagamento, in favore di G.R. , della somma di Euro 14.924,67, oltre interessi come indicato nella motivazione di quella sentenza, e, in favore di Gr.Ca.To. e D.G. , della somma di Euro 5.826,29, oltre interessi come indicato nella motivazione di quella sentenza; rigettò l’appello incidentale proposto da Gr.Ca.An. e regolò tra le parti le spese del doppio grado del giudizio di merito.

Avverso la sentenza della Corte di merito D.M.F. e D.M.G. hanno proposto ricorso per cassazione, basato su due motivi e illustrato da memoria.

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Con O.I. n. 33527/18 depositata il 27 dicembre 2018, la Sesta Sezione – 3 di questa Corte ha rimesso la causa a questa Sezione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., u.c..

Ragioni della decisione

1. Il ricorso è procedibile alla luce dei principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 22438 del 24/09/2018 (v. anche Cass., ord., 30/10/2018, n. 27480), avendo il ricorrente depositato prima dell’adunanza in camera di consiglio – trattandosi, nella specie, di ricorso cartaceo, notificato in via telematica, e non avendo gli intimati svolto attività difensiva – atto di asseverazione di conformità della copia cartacea dell’atto notificato in formato telematico via pec, nonché della relata di notifica e delle ricevute di accettazione e di avvenuta consegna mediante sottoscrizione autografa del difensore.

2. Con il primo motivo si lamenta “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 301 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 nullità degli atti processuali e della sentenza emessa dalla Corte di Appello di Napoli a causa della mancata interruzione per decesso dell’unico difensore costituito per gli appellati”.

Sostengono i ricorrenti che, nel corso del giudizio di appello, in data 1 aprile 2013, prima che la causa venisse assegnata a sentenza e prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni, fissata per la data del 20 gennaio 2015 e poi differita al 4 ottobre 2016, è deceduto l’unico difensore dei medesimi, appellati in secondo grado, avv. N.R. , come risultante dal certificato di morte e dell’attestazione del COA di Napoli, senza che sia stata disposta l’interruzione del processo.

2.1. Il motivo è fondato.

Risulta, infatti, che il decesso del difensore degli attuali ricorrenti è avvenuto in data 1 aprile 2013, prima della data dell’udienza di precisazione delle conclusioni, in grado di appello (v. certificato di morte).

Ne consegue che lo svolgimento processuale seguito alla morte del predetto difensore e, quindi, l’udienza di precisazione delle conclusioni, tenutasi, come si evince dalla stessa sentenza impugnata in questa sede, in data 4 ottobre 2016, e la pronuncia della medesima sentenza, hanno avuto luogo dopo che il processo versava in stato di interruzione ex lege ai sensi dell’art. 301 c.p.c. per morte del difensore degli attuali ricorrenti e, quindi, con palese violazione del contraddittorio, di modo che detto svolgimento, ivi compresa la sentenza impugnata, è affetto da nullità.

Viene in rilievo, in conseguenza, il consolidato principio di diritto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui la morte (come la radiazione o la sospensione dall’albo) dell’unico difensore a mezzo del quale la parte è costituita nel giudizio di merito, determina automaticamente l’interruzione del processo, anche se il giudice e le altri parti non ne hanno avuto conoscenza (e senza, quindi, che occorra, perché si perfezioni la fattispecie interruttiva, la dichiarazione o la notificazione dell’evento), con preclusione di ogni ulteriore attività processuale che, se compiuta, è causa di nullità degli atti successivi e della sentenza (Cass. 2/11/2010, n. 22268; Cass. 28/10/2013, n. 24271; Cass., ord., 8/09/2017, n. 21002; Cass., ord., 12/11/2018, n. 28846), sicché l’irrituale prosecuzione del giudizio, nonostante il verificarsi dell’evento interruttivo, può essere dedotta e provata in sede di legittimità (Cass. Cass., ord., 8/09/2017, n. 21002, già citata) ma solo – come nella specie – dalla parte colpita dal predetto evento, a tutela della quale sono poste le norme che disciplinano l’interruzione, non potendo quest’ultima essere rilevata d’ufficio dal giudice, nè eccepita dalla controparte come motivo di nullità della sentenza (Cass. 14/12/2010, n. 25234).

3. Ne consegue che deve essere disposta la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione.

4. Resta assorbito l’esame dell’ulteriore motivo proposto, con il quale si lamenta “Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2051 e 1588 e art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4”.

5. Stante l’accoglimento del ricorso, va dato atto della insussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione.


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