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Quando si può rifiutare un ordine di servizio

6 Febbraio 2020
Quando si può rifiutare un ordine di servizio

Ecco i casi in cui il dipendente può disobbedire al datore di lavoro senza rischiare il licenziamento per giusta causa. 

Una delle caratteristiche principali del rapporto di lavoro subordinato è l’obbedienza. Non un’obbedienza servile, ma comunque tale da non rompere la fiducia del datore di lavoro. Viene detto “obbligo di fedeltà” ed è così importante da costituire una delle differenze tipiche con il lavoro autonomo o parasubordinato. Ma è possibile disobbedire a un comando impartito dal capo? Quando si può rifiutare un ordine di servizio? Sul punto, c’è ampia giurisprudenza che spiega come deve comportarsi il dipendente tutte le volte in cui riceve un ordine illegittimo. Qui di seguito daremo atto di queste pronunce e delle istruzioni fornite dalla Cassazione.

Si può disobbedire al datore di lavoro?

Innanzitutto, il dipendente non è tenuto a rispettare gli obblighi dei superiori gerarchici se questi sono illegittimi. Così, se ad esempio un capo reparto dovesse chiedere a un dipendente di non battere uno scontrino o di prelevare dei soldi dalla cassa, quest’ultimo ne risponderebbe personalmente nei confronti dei vertici dell’azienda, non potendosi trincerare dietro l’obbedienza. 

Ciascuno poi è responsabile delle proprie azioni quando queste costituiscono reato. Sicché, un lavoratore che ruba o che truffa per ordine del proprio datore può essere inquisito penalmente.

Un’ulteriore e molto più frequente ipotesi in cui si pone la questione della disobbedienza è dinanzi a un ordine astrattamente legittimo ma che, nel caso concreto, non rispetta i doveri del contratto o che, comunque, è lesivo dei diritti del dipendente. Si pensi a:

  • rifiuto alla richiesta di permessi o alle ferie;
  • trasferimento non giustificato da ragioni produttive e organizzative;
  • cambio di mansioni o dell’orario di lavoro in assenza dei presupposti;
  • richiesta di lavoro straordinario oltre il limite massimo consentito dalla legge;
  • richiesta di lavoro notturno in assenza dei presupposti;
  • imposizione di una trasferta o una missione.

In tutti questi casi, quando si può rifiutare un ordine di servizio? Ecco cosa ha detto la Cassazione a riguardo.

Si può disobbedire a un ordine di servizio?

Secondo il costante orientamento della Corte suprema, in presenza di un ordine di servizio illegittimo è arbitrario e contrario ai doveri del dipendente il comportamento di quest’ultimo che si rifiuta di lavorare. Così, ad esempio, in caso di trasferimento non motivato dalle ragioni produttive, l’inadempimento dell’azienda non legittima in via automatica il rifiuto del lavoratore ad eseguire la prestazione lavorativa. 

Il lavoratore può rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo ove tale rifiuto, avuto riguardo alle circostanze concrete, non risulti contrario alla buona fede [1].

Il richiamo alla «buona fede», che devono rispettare sia il datore che il dipendente, è un criterio molto generico che rimette la decisione in mano al giudice, subordinando la valutazione di quest’ultimo al caso concreto. In buona sostanza, il rifiuto di obbedienza del dipendente non deve essere una “ritorsione”, un dispetto attuato solo come reazione alla violazione dei propri diritti, ma il risultato di una obiettiva necessità. Si pensi al caso del dipendente che viene trasferito in una sede lontana quando si tratta, ad esempio, di una donna in gravidanza o di un lavoratore che assiste un parente disabile e, pertanto, titolare della legge 104.

In tutti gli altri casi, quando cioè la prestazione lavorativa non è impossibile, dovere del lavoratore è proseguire la propria prestazione e, nel contempo, tutelarsi presso le competenti autorità, ossia dinanzi al tribunale. Detto in parole povere, il lavoratore che subisce un ordine di servizio illegittimo non può autodifendersi non andando a lavoro ma può solo ricorrere al giudice. 

In caso contrario, l’astensione dal lavoro decisa unilateralmente dal dipendente costituisce un comportamento classificabile come insubordinazione e, come tale, nei casi più gravi, passibile di licenziamento per giusta causa. 

Rifiuto di trasferimento e di mansioni diverse

A riguardo, la Cassazione [2] ha ritenuto illegittimo il provvedimento di assegnazione ad altra sede della lavoratrice che assiste un familiare disabile adottato in violazione delle garanzie che disciplinano il trasferimento del lavoratore, nonché delle fondamentali regole di correttezza e buona fede contrattuale e altresì in contrasto con la normativa che tutela le persone con disabilità. Ne consegue l’illegittimità del licenziamento intimato a seguito del rifiuto di prendere servizio presso la nuova sede.

Ed ancora è stato precisato che [3] il rifiuto, da parte del lavoratore subordinato, di essere addetto allo svolgimento di mansioni non spettanti può essere legittimo e, quindi, non tale da giustificare il licenziamento – in base al principio di autotutela [4] – solo se tale rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede. Ne consegue che deve considerarsi legittimo il rifiuto opposto da un dipendente di una società che si occupa del commercio e della vendita di alimenti e bevande, e che è articolata sul territorio in più punti vendita, di svolgere il servizio di permanenza di direzione di uno di questi punti vendita – servizio che comporta l’assunzione del ruolo di responsabile del punto vendita stesso, nei suoi riflessi anche penalistici – se non è dimostrato che si tratta di un compito rientrante nella qualifica di competenza del lavoratore e che questi ha conoscenze adeguate per il relativo svolgimento.


note

[1] Cass. sent. n. 434/2019.

[2] Cass. sent. n. 22421/2015.

[3] Cass. sent. n. 17713/2013.

[4] Ai sensi dell’art. 1460 cod.civ.


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