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Quando non è stalking?

27 Febbraio 2020 | Autore:
Quando non è stalking?

Molestie e minacce: quando è stalking e quando invece non lo è? Quando c’è disturbo alle persone e quando maltrattamenti? Quando non è reato?

Si fa presto a dire stalking! Da quando, nel 2009, è stato introdotto anche nell’ordinamento giuridico italiano il reato di atti persecutori, non appena qualcosa o qualcuno ci arreca disturbo o molestia pensiamo di presentare ai carabinieri una bella denuncia per atti persecutori, cioè per stalking. Eppure, devi sapere che non ogni fastidio o disturbo, per quanto ripetuto, può integrare gli estremi di questo reato. Quando non è stalking? È quello che voglio spiegarti con il presente articolo.

Se vuoi sapere quando, effettivamente, una molestia possa far scattare il reato di atti persecutori, allora ti invito decisamente a proseguire nella lettura: ti spiegherò, mi auguro in modo chiaro e semplice, quando si può ravvisare il reato di stalking e quando, invece, la condotta non è punibile penalmente oppure è punibile come diverso reato.

Cos’è il reato di stalking?

Lo stalking è un delitto punito con la reclusione da un anno a sei anni e mezzo; ma in cosa consiste? Quand’è che si commette stalking? È presto detto. Secondo la legge, chi, con condotte ripetute, minaccia o molesta qualcuno, commette reato, purché provochi nella vittima:

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva;
  • un’alterazione delle proprie abitudini di vita [1].

In buona sostanza, per potersi avere stalking non è necessaria solo una condotta molesta reiterata nel tempo, ma anche che tale comportamento abbia avuto concrete ripercussioni sulla vittima: nello specifico, serve che si verifichi almeno una delle tre conseguenze appena illustrate.

Nei prossimi paragrafi, ti spiegherò quando non è stalking, cioè in quali circostanze, pur sembrando si tratti di atti persecutori, in realtà non si sta commettendo alcun reato, oppure se ne sta commettendo uno diverso.

Molestie: quando non è stalking?

Seppur la condotta dello stalking deve consistere nel molestare qualcun altro, può accadere che, nonostante le molestie, non si integri il reato di stalking, bensì quello diverso di molestia o disturbo alle persone.

Secondo la legge [2], chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a cinquecentosedici euro.

Si tratta di un reato ben diverso dallo stalking, il quale è punito con pene molto più severe (reclusione sino a sei anni e mezzo). Qual è la differenza? Quando non è stalking ma semplice molestia?

Secondo la Corte di Cassazione [3], perché le molestie (anche solo due) integrino il delitto di stalking occorre necessariamente che si verifichi uno degli eventi negativi previsti dalla legge, e cioè il grave stato d’ansia o di paura, il timore per la propria incolumità ovvero il cambiamento delle proprie abitudini di vita.

In assenza di questi elementi, non c’è stalking, ma semplice molestia o disturbo delle persone, comportamento che costituisce comunque reato, ma non quello di atti persecutori.

Tizio chiama continuamente Caia, la sua ex fidanzata, per avere spiegazioni circa la fine del loro rapporto. Caia, disturbata dalle continue telefonate, denuncia Tizio alla polizia. Poiché Caia non ha timore per la propria incolumità, non ha avuto ripercussioni psicofisiche né ha modificato le proprie abitudini di vita, il reato che si configura è quello di molestia o disturbo alle persone.

Quando non c’è stalking?

Finora, abbiamo compreso che, per aversi stalking, è assolutamente necessario che alla condotta molesta faccia seguito una ripercussione negativa sulla vita della vittima, così come specificato dalla legge. Le conseguenze, dunque, sono importantissime, perché in assenza non si potrebbe parlare di reato di atti persecutori.

La valutazione dell’evento cagionato alla vittima deve essere molto attenta: in altre parole, perché ci possa essere stalking occorre che venga accertato il grave stato d’ansia o di paura della vittima, il timore per l’incolumità propria o altrui oppure la modifica delle abitudini di vita.

Da tanto deriva che una lievissima preoccupazione o un cambiamento irrilevante della abitudini di vita potrebbe non essere sufficiente per far scattare lo stalking.

Pensa alla persona che è già di per sé molto ansiosa e alla quale anche una chiamata più del dovuto cagiona un attacco di panico: in un caso del genere, sicuramente, non potrà essere contestato lo stalking a colui che ha fatto una telefonata di troppo, per quanto con insistenza.

Specularmente, la vittima dovrà fornire rigorosa prova del proprio stato di grave turbamento, magari con certificazione medica.

Alla stessa maniera, la persona che, pur di non incontrare lo spasimante insistente, ha deciso di non percorrere la solita strada ma una via parallela che non le comporta alcun sacrificio, difficilmente potrà invocare lo stalking per aver dovuto cambiare le proprie abitudini di vita.

Come ha ricordato la giurisprudenza [4], in tema di atti persecutori, ai fini dell’individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, che costituisce uno dei tre possibili eventi alternativi contemplati dalla legge affinché scatti lo stalking, occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate.

Dunque, occorre valutare caso per caso quanto la molestia o la minaccia reiterata abbia inciso realmente sulla vita della vittima.

Stalking: quando è reato di maltrattamenti?

Ci sono poi dei casi in cui quello che sembra stalking, in realtà, è un altro reato. Due paragrafi più sopra abbiamo visto quando le telefonate e le molestie integrano solo il reato di disturbo alle persone; ora, ti dirò quando la persecuzione nei confronti del partner non costituisce stalking, bensì il reato di maltrattamenti contro familiari [5].

Secondo la giurisprudenza [6], le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di stalking, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza.

Dunque, secondo la giurisprudenza, la molestia o la minaccia reiterata nei confronti del convivente o dell’ex coniuge separato, anche non più convivente, è idonea a far scattare il diverso reato di maltrattamenti, punito con la reclusione da tre a sette anni.


note

[1] Art. 612-bis cod. pen.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 16205/2017.

[4] Cass., sent. n. 10111/2018.

[5] Art. 572 cod. pen.

[6] Cass., sent. n. 3087/2018.

Autore immagine: Canva.com


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