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Lavoro domestico: ultime sentenze

4 Marzo 2020
Lavoro domestico: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: rapporti di lavoro domestico; rapporto di lavoro dipendente; fittizietà del rapporto di lavoro domestico; lavoratori stranieri che svolgono attività di assistenza o lavoro domestico di assistenza.

Lavoro domestico: si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni?

Anche ai rapporti di lavoro domestico si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni, principio sancito dall’art. 2116 c.c. alla cui stregua le prestazioni di previdenza ed assistenza obbligatorie sono dovute al prestatore di lavoro, anche quando l’imprenditore non ha versato regolarmente contributi dovuti alle istituzioni di previdenza e di assistenza, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali.

Trattasi di principio di portata applicativa generale rispetto all’intero ambito dei sistemi di previdenza e assistenza obbligatorie proprie del rapporto di lavoro dipendente suscettibile di essere derogato (salvo diverse disposizioni delle leggi speciali) solo in presenza di una esplicita disposizione in tal senso, costituendo un logico corollario della finalità di protezione sociale inerente ai sistemi di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti.

Tribunale Roma sez. lav., 30/10/2019, n.9438

Lavoro domestico del coniuge economicamente più debole

Gli acquisti dei coniugi rientrano nella comunione dei beni (art. 177 c.c.) a meno che non si tratti di un bene personale come da dichiarazione (art. 179 c.c.); presumendosi de jure un pari apporto economico per l’acquisizione del bene, sia pure indirettamente, attraverso il risparmio ed il lavoro domestico del coniuge economicamente più debole, la divisione non può che avvenire per la metà ciascuno (art.194 c.c.).

Tribunale Bolzano sez. I, 01/03/2019, n.224

Lavoro domestico: la violazione riguardante l’irrituale assunzione

In materia di lavoro domestico, le violazioni riguardanti l’irrituale assunzione di lavoratori a domicilio rappresentano reati istantanei con effetti permanenti poiché il legislatore fissa un termine preciso, per l’adempimento delle prescrizioni relative, coincidente non oltre il termine di costituzione del rapporto di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 24/10/2018, n.27002

Legittimità del licenziamento ad nutum

Si qualifica come di lavoro domestico la prestazione lavorativa a favore di una comunità religiosa o familiare, con conseguente legittimità del licenziamento ad nutum intimato alla lavoratrice medesima.

Cassazione civile sez. lav., 30/08/2018, n.21446

Rapporto di lavoro domestico

La formula “somma maggiore o minore ritenuta dovuta” o altra equivalente, che accompagna le conclusioni con cui una parte chiede la condanna al pagamento di un certo importo, non costituisce una clausola meramente di stile quando vi sia una ragionevole incertezza sull’ammontare del danno effettivamente da liquidarsi, mentre tale principio non si applica se, all’esito dell’istruttoria, sia risultata una somma maggiore di quella originariamente richiesta e la parte si sia limitata a richiamare le conclusioni rassegnate con l’atto introduttivo e la formula ivi riprodotta, perché l’omessa indicazione del maggiore importo accertato evidenzia la natura meramente di stile dell’espressione utilizzata.

(Nella specie la S.C. ha cassato, per ultrapetizione, la sentenza, in rapporto di lavoro domestico, di condanna alla corresponsione delle differenze retributive nell’importo risultante dalla disposta CTU, eccedente rispetto alla quantificazione operata col ricorso introduttivo, in rilevata carenza di iniziative della parte di adeguamento della domanda ai più favorevoli esiti della consulenza).

Cassazione civile sez. VI, 20/07/2018, n.19455

L’onere della prova della gratuità della prestazione lavorativa

L’assenza di retribuzione non comporta, di per sé, la non configurabilità di un rapporto di lavoro, in quanto ben può esservi spendita di attività lavorativa in assenza di controprestazione retributiva (si pensi alla presunzione di gratuità del lavoro domestico prestato in favore di familiari all’interno della comune abitazione o nell’azienda di uno di essi; oppure ancora alla prestazione di lavoro gratuito nell’ambito del volontariato).

Si presume infatti effettuata a titolo oneroso ogni attività lavorativa oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro subordinato, a meno che non risulti che la stessa sia stata resa affectionis vel benevolentiae causa, ovvero in vista di vantaggi indiretti che il lavoratore intendeva trarre dalla gratuità della stessa, ben potendo le parti – nell’esercizio dell’autonomia privata – legittimamente prevedere la prestazione di attività lavorativa gratuita; tale ultima prova – che va ricavata in modo rigoroso da elementi oggettivi e soggettivi, quali il tipo e le concrete modalità del rapporto, la qualità e la condizione economico-sociale dei soggetti, nonché le relazioni personali tra essi – è a carico del beneficiario della prestazione lavorativa (ovverosia del datore di lavoro), e non può consistere nella semplice inerzia del prestatore d’opera, seppur prolungata nel tempo, nel chiedere un compenso per la prestazione stessa, né nel mero rapporto di convivenza.

Tribunale Roma sez. lav., 13/02/2018, n.1092

Compromissione della capacità di lavoro domestico

Le lesioni riportate nel sinistro stradale hanno comportato una tale sofferenza psichica per cui la massima percentuale di personalizzazione è congrua; non altrettanto per il lavoro domestico.

Dalle lesioni riportate nel sinistro è derivata all’appellante una invalidità permanente stimata dal c.t.u. nel 60% per la quale le tabelle di liquidazione applicate dal primo Giudice permettono una personalizzazione fino al 25%.

Il fatto che si tratti di una giovane donna sottoposta a nove interventi chirurgici, che ha subito la parziale amputazione della gamba sinistra risultando così colpita anche nella principale attività di svago (il ballo) con presumibile gravissima sofferenza psico -fisica sfociata, come rileva il c.t.u., in depressione cronica di grado medio, induce a ritenere congrua l’applicazione della massima percentuale di personalizzazione del danno non patrimoniale prevista dalle applicate tabelle di liquidazione. Infondato, invece, è il motivo d’appello concernente il danno patrimoniale correlato alla compromissione della capacità di lavoro domestico.

Corte appello Bologna sez. II, 19/01/2018, n.196

Lavoro domestico: l’assenza di retribuzione

Quanto all’elemento costituito dalla percezione di una retribuzione per l’attività lavorativa svolta, l’assenza di retribuzione non comporta, di per sé, la non configurabilità di un rapporto di lavoro, in quanto ben può esservi spendita di attività lavorativa in assenza di controprestazione retributiva (si pensi alla presunzione di gratuità del lavoro domestico prestato in favore di familiari all’interno della comune abitazione o nell’azienda di uno di essi; oppure ancora alla prestazione di lavoro gratuito nell’ambito del volontariato).

Tribunale Roma sez. lav., 30/10/2017, n.8809

Indebita percezione di Naspi

Dalla fittizietà del rapporto di lavoro domestico discende la illegittimità di eventuali percezioni di assegni di disoccupazione e l’obbligo di trasmissione degli atti all’INPS per il recupero degli indebiti ed alla procura per l’accertamento di eventuali reati.

Tribunale Roma sez. lav., 02/10/2017, n.7929

Permesso di soggiorno e lavoro domestico

L’art. 1-ter del D.L. n. 78 del 2009, introdotto dalla Legge di conversione 3 agosto 2009, n. 102, significativamente rubricato « Dichiarazione di attività di assistenza e di sostegno delle famiglie », — che ha previsto la regolarizzazione della posizione lavorativa dei lavoratori extracomunitari che, da tre mesi anteriori alla data del 30 giugno 2009 e quanto meno sino alla data di presentazione della dichiarazione, svolgevano attività di assistenza al datore di lavoro o a componenti della sua famiglia affetti da patologie o handicap che ne limitassero l’autosufficienza, ovvero di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare — deve essere interpretato nel senso che l’obiettivo cui la norma mira va individuato nella realizzazione dell’interesse all’assistenza o al sostegno domestico di persone che ne abbisognino effettivamente, con la conseguenza che il contratto di soggiorno in parola necessariamente presuppone la volontà di addivenirvi anche della parte datoriale, di modo che mancando la conclusione del procedimento di emersione, non può essere rilasciato il permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

T.A.R. Bologna, (Emilia-Romagna) sez. I, 27/02/2017, n.150

Risarcimento del danno da perdita del lavoro domestico

Il lavoro domestico costituisce utilità suscettibile di valutazione economica e la relativa perdita comporta un danno risarcibile, la cui prova può essere fornita presuntivamente, potendo farsi risalire dal fatto noto che una persona sia rimasta vittima di lesioni, tali da costringerla ad un lungo periodo di invalidità, l’esistenza del fatto ignoto della perdita patrimoniale corrispondentemente subita.

(Nella specie, rilevato l’impedimento ad attendere alle occupazioni domestiche a seguito dell’incidente stradale, il Tribunale ha riconosciuto alla casalinga il danno patrimoniale, quantificato tenendo conto del costo ideale pari alla retribuzione spettante ad un collaboratore domestico).

Tribunale Napoli sez. VI, 29/11/2016, n.12905

La domanda di emersione dal lavoro irregolare

Ai sensi dell’art. 1 ter comma 4 lett. d), d.l. 1 luglio 2009, n. 78 la dichiarazione di emersione dell’extracomunitario deve contenere, a pena d’inammissibilità, l’attestazione – per la richiesta di assunzione di un lavoratore di cui alla lett. b) del comma 1, addetto al lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare – del possesso di un reddito imponibile, risultante dalla dichiarazione dei redditi, non inferiore a 20.000 euro annui in caso di nucleo familiare composto da un solo soggetto percettore di reddito, ovvero di un reddito complessivo non inferiore a 25.000 euro annui in caso di nucleo familiare composto da più soggetti conviventi percettori di reddito; l’indicazione della soglia reddituale minima che, in base alla lett. d) del comma 4 dell’art. 1 ter, d.l. n. 78 del 2009, il datore di lavoro deve attestare nel corso della procedura di emersione, risponde alla ratio di conferire certezza alla retribuzione che verrà erogata, posto che il reddito del datore di lavoro diventa la fonte di sostentamento del lavoratore, in vista del proficuo e pacifico inserimento di quest’ultimo nella realtà lavorativa e sociale italiana.

Consiglio di Stato sez. III, 20/10/2016, n.4399



20 Commenti

  1. Quali sono i diritti di una badante convivente dopo 6 anni? La persona anziana è morta ed i figli non vogliono riconoscere diritti alla badante.

    1. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che la badante fosse assunta regolarmente con il contratto collettivo nazionale del lavoro di categoria, ossia il CCNL per il personale domestico.Ciò detto, in caso di interruzione del rapporto di lavoro, in genere la famiglia è tenuta a dare alla badante un preavviso di licenziamento pari a 30 giorni di calendario qualora abbia maturato un’anzianità di servizio superiore a 5 anni (come nel caso di specie). Tuttavia, esistono anche dei casi nei quali non bisogna rispettare tale termine (come nel caso del decesso della persona da assistere), poiché per ovvi motivi non è possibile prevedere l’evento di morte e quindi preavvisare per tempo la badante.Dunque, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro alla badante non spetta altro che la sua busta paga per i giorni che ha lavorato durante il mese di decesso della persona da assistere, compresi alcuni istituti contrattuali imprescindibili, quali:
      – il Trattamento di Fine Rapporto (TFR);
      – le ferie (se ha periodi feriali non fruiti completamente);
      – i permessi (se ha periodi di permessi non fruiti completamente);
      – la tredicesima (per le mensilità maturate).
      Il TFR, come stabilisce l’art. 40 del CCNL di categoria, spetta in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro. Esso è determinato, a norma della legge 29 maggio 1982, n. 297, sull’ammontare delle retribuzioni percepite nell’anno,comprensive del valore convenzionale di vitto e alloggio: il totale è diviso per 13,5. Le quote annue accantonate sonno incrementate a norma dell’art. 1, comma 4, della citata legge, dell’1,5% annuo, mensilmente riproporzionato, e del 75% dell’aumento del costo della vita, accertato dall’ISTAT, con esclusione della quota maturata nell’anno in corso.Le ferie, invece, che maturano indipendentemente dalla durata e dalla distribuzione dell’orario di lavoro, per ogni anno di servizio presso lo stesso datore di lavoro, spettano al lavoratore per un periodo di 26 giorni lavorativi. Quindi, se nell’anno di competenza la badante non ha goduto dell’intero ammontare di ferie ha diritto di percepire nell’ultima busta paga l’indennità sostitutiva di ferie, che compensa appunto il mancato godimento di tale periodo per l’interruzione improvvisa del contratto.
      Per quanto riguarda i permessi, invece, la badante ha diritto ai seguenti permessi individuali retribuiti:
      – per l’effettuazione di visite mediche documentate (coincidenti almeno parzialmente con l’orario di lavoro): 16 ore annue;
      – per comprovata disgrazia a familiari conviventi o parenti entro il 2° grado: 3 giorni lavorativi;
      – al lavoratore padre in caso di nascita di un figlio: 2 giornate di permesso retribuito.
      Se tali permessi non sono stati fruiti interamente prima della cessazione del rapporto di lavoro, devono anch’essi essere compensati nell’ultima busta paga da erogare alla badante.Infine, al lavoratore spetta anche la tredicesima entro il mese di dicembre, nella misura di una mensilità di retribuzione globale di fatto (comprensiva dell’indennità di vitto e alloggio), frazionabile per dodicesimi se il servizio prestato è inferiore all’anno (a questi fini la frazione di mese pari o superiore a 15 giorni si considera come mese intero). Quindi, quando si interrompe il rapporto di lavoro la famiglia deve corrispondere le mensilità di tredicesima maturate fino alla cessazione del rapporto di lavoro, conteggiando esclusivamente i mesi il cui rapporto di lavoro si sia protratto per più di 15 giorni.

  2. Un mio genitore, per una improvvisa patologia, fu ricoverato in ospedale per 45 giorni quasi ininterrotti. Per via della sopraggiunta (e poi superata) difficoltà a deambulare, mi chiese di trovare un assistente diurno presso una persona di sua conoscenza. Trovato un soggetto che si dichiarava disponibile, questi si accordava direttamente con il mio genitore per essere presente, ma non voleva essere regolarizzato. Ora che il mio genitore è deceduto, mi scrive l’avvocato del soggetto in questione, pretendendo gli arretrati contributivi, oltre che la regolarizzazione economica. Come devo comportarmi?

    1. Purtroppo, assumere regolarmente una persona che svolge attività di badante è un obbligo imposto dalla legge, a prescindere dalla volontà del lavoratore stesso. Nell’ambito del lavoro domestico, infatti, Suo padre assume, a tutti gli effetti, il ruolo di datore di lavoro, pur non nelle vesti che intendiamo solitamente.

      Quello che il legislatore intende tutelare, infatti, riguarda la salute del lavoratore e anche gli interessi del datore di lavoro: cosa accadrebbe se il badante si facesse male durante i servizi di assistenza? Mancando una copertura assicurativa, di certo sarebbe un problema del datore di lavoro, esistendo su di lui la responsabilità delle cose in custodia.

      Nel caso in cui, come il Suo, il potenziale lavoratore mostra la sua volontà di non essere messo in regola e, quindi, di guadagnare le somme in nero, allora non resta che persuaderlo, o cercare altrove, rifiutando le sue prestazioni.

      Ciò significa, quindi, che la richiesta del legale di controparte è, almeno in astratto, legittima.

      La richiesta viene avanzata nei suoi confronti, posto che – presumo – Lei ha accettato l’eredità del padre, subentrando nei crediti e nei debiti del defunto.

      Ovviamente, tutte le questioni riguardanti gli importi richiesti saranno da dimostrare (dovrà farlo il lavoratore tramite testimoni, o altri documenti); pertanto, non corrispondendo al vero il fatto che lo stesso abbia lavorato per 90 giorni, sarà difficile dimostrare l’assunto stesso, a meno che non si munisca di testimoni falsi.In quest’ultimo caso, Lei potrebbe far mandare gli atti alla procura per falsa testimonianza.Le voci relative a tredicesima, ferie non godute, omessi versamenti contributivi e quant’altro sono la normale conseguenza dell’omessa assunzione in regola del lavoratore: avendo lo stesso lavorato in nero, non ha ovviamente goduto di tutti quei diritti riconosciuti al lavoratore.Ma cosa rispondere al legale? Questo dipende da quello che si vuole contestare:se si vuole (cercare di) evitare di pagare nessuna somma, allora occorrerà disconoscere qualsiasi tipo di lavoro effettuato dal badante in favore di Suo padre. Infatti, essendo obbligo del datore di lavoro quello di assumere in regola il proprio dipendente, non si potrà fare alcuna discussione sulla mancanza di volontà di quest’ultimo di essere messo in regola; in questo caso, il lavoratore dovrà dimostrare di aver svolto attività presso Suo padre, l’arco temporale, quanto ha incassato e quanto pretende di incassare, etc …;se, invece, si vuole riconoscere il fatto che il lavoratore abbia lavorato per conto di Suo padre, ma si vogliono contestare i calcoli effettuati e i giorni presi a riferimento per considerare l’attività lavorativa effettuata, allora occorrerà riscontrare il legale rappresentando la verità oggettiva dei fatti, e non quella soggettiva ricostruita mendacemente dal lavoratore in questione.
      Per dimostrare l’assenza di subordinazione, come anche l’attività espletata per 45 giorni (e non 90), occorrerà individuare dei testimoni che possano confermare tali assunti; in particolare, occorrerà provare:
      che il lavoratore non aveva orari;
      che il lavoratore non riceveva direttive da nessuno;
      che il lavoratore, di sua sponte, svolgeva attività di assistenza e che Suo padre procedeva non al pagamento di uno stipendio, ma alla consegna di regalie, a titolo di ringraziamento;
      che, oltre quel determinato arco temporale di 45 giorni, il lavoratore non si è più recato presso la casa di Suo padre.
      La prova potrà essere raggiunta anche documentalmente, pertanto, bisognerà fare attenzione anche ai semplici messaggi telefonici, con i quali si indicava al lavoratore quando venire, cosa fare e altro. In questo caso, sarebbero considerati come elementi di prova, atti a dimostrare l’attività lavorativa e la subordinazione.Come Le anticipavo, saranno loro a dover provare la subordinazione e l’attività lavorativa per 90 giorni e non Lei a dover dimostrare il contrario.Infatti, ai sensi dell’articolo 2697 del codice civile, chi vuol fare valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti, ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda.Pertanto, in un eventuale giudizio, è sempre auspicabile munirsi di testimoni che possano smentire le prove portate dalla controparte.

  3. i costi relativi al contratto di lavoro domestico non sono affatto eccessivi: per ogni ora di lavoro del collaboratore domestico, la paga minima va da 4,62 euro a 8,21 euro, a seconda della categoria d’inquadramento; i contributi dovuti vanno da un minimo di 1,04 euro (di cui 26 centesimi a carico del lavoratore), a un massimo di 2,11 euro (di cui 49 centesimi a carico del lavoratore).Sono invece piuttosto salate le sanzioni per chi non è in regola: si può addirittura rischiare l’arresto e l’ammenda, se il collaboratore domestico non ha il permesso di soggiorno.

    1. I termini per il pagamento dei contributi dei lavoratori domestici, che devono essere versati trimestralmente, sono:
      primo trimestre: 1-10 aprile;
      secondo trimestre: 1-10 luglio;
      terzo trimestre: 1-10 ottobre;
      quarto trimestre: 1-10 gennaio.
      I contributi possono essere versati utilizzando i bollettini Mav, inviati dall’Inps e precompilati con gli importi dovuti. Nel caso siano intervenute variazioni orarie, dal sito dell’istituto, alla sezione Servizi online, è possibile indicare le variazioni e stampare un altro bollettino Mav con gli importi conformi. Le variazioni degli importi possono essere richieste anche agli operatori del circuito di pagamento o del call center.
      I Mav possono essere pagati presso:
      sportelli postali;
      tabaccherie convenzionate (Circuito Reti Amiche);
      sportelli bancari e sito internet Unicredit;
      online, direttamente sul sito web dell’Inps, alla pagina Portale dei Pagamenti, utilizzando una carta di credito;
      tramite contact center Inps-Inail, utilizzando una carta di credito.

    2. Salve. Da inizi di agosto del 2017, lavoro con un signore che in passato ha subito un ictus. In seguito, gli e arrivata anche epilessia, ha un un’inizio di demenza senile e demenza cerebrale. Mi hanno fatto un contratto BS con 40 ore settimanali. In più, il signore percepisce da parte INPS 500 euro mensili per accompagno. E più di 1 anno, da quando gli faccio presente ai figli, di cambiarmi il contratto xche l’assistito non è autosufficiente. E solo parzialmente. Non vogliono cambiarmi in contratto. La mia domanda è, cosa posso (devo) fare in questa situazione? Grazie

    1. La mancata regolarizzazione del lavoratore domestico può costare molto cara: per non aver inviato la comunicazione di assunzione, difatti, si rischia una sanzione amministrativa piuttosto salata, oltre alle sanzioni per il mancato versamento dei contributi all’Inps. Inoltre, se il lavoratore non ha il permesso di soggiorno, rischi l’arresto e un’ammenda.

  4. L’assunzione dei lavoratori domestici può avvenire direttamente, da parte del datore di lavoro, o tramite i sindacati di categoria o gli enti di patronato autorizzati dal ministero del Lavoro.I lavoratori stranieri appartenenti all’Unione Europea sono assunti secondo le ordinarie procedure stabilite per i lavoratori italiani.

    1. Per i lavoratori extracomunitari, la procedura è differente a seconda della situazione dell’interessato:
      se già presente in Italia, con permesso di soggiorno valido per l’attività lavorativa, può essere assunto con le procedure ordinarie in vigore per i lavoratori italiani;
      se residente all’estero, è necessario seguire una particolare procedura, che inizia con la richiesta di nulla osta al lavoro; il nulla osta è rilasciato a condizione che il datore di lavoro possa sostenere le spese per retribuzione, vitto, alloggio e contributi per il lavoratore da assumere; il datore di lavoro deve accertare, in ogni caso, che il lavoratore sia in possesso del permesso di soggiorno valido per lo svolgimento di lavoro subordinato;
      se si tratta di un ingresso “fuori quota” di un collaboratore familiare, con rapporto di lavoro a tempo pieno in corso all’estero da almeno 1 anno, è necessaria l’acquisizione di un contratto di lavoro autenticato dalla rappresentanza diplomatica o consolare; il nulla osta non può essere rilasciato a favore di collaboratori familiari di cittadini stranieri.

  5. All’atto dell’assunzione, il lavoratore deve consegnare una copia di quali documenti al datore di lavoro?

    1. I documenti necessari per assumere il lavoratore domestico sono:
      documento di identità personale;
      codice fiscale;
      documenti assicurativi e previdenziali (eventuale iscrizione all’INPS con altri datori di lavoro e relativo codice lavoratore);
      tessera sanitaria o altro documento sanitario aggiornato attestante l’idoneità al lavoro e l’assenza di patologie pregiudizievoli per il lavoratore o per la famiglia;
      eventuali diplomi o attestati professionali specifici;
      per l’assunzione di lavoratori minorenni (che abbiano assolto l’obbligo scolastico e compiuto 16 anni) che preveda la convivenza, deve essere allegata una dichiarazione scritta di consenso dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale, vidimata dal sindaco del Comune di residenza.

  6. Il rapporto di lavoro domestico presenta diverse particolarità, rispetto alla generalità dei rapporti di lavoro. Tuttavia, anche se la gestione del contratto e degli adempimenti risulta più semplice, questo non significa che non ci siano dei precisi obblighi da rispettare: anche nei rapporti lavorativi con colf e badanti (o babysitter, giardinieri, governanti…), difatti, le violazioni delle regole possono costare molto care.Quando può terminare il rapporto di lavoro domestico?

    1. Il rapporto di lavoro domestico può cessare per una delle seguenti cause:
      interruzione del periodo di prova: durante il periodo di prova, difatti, le parti possono recedere liberamente;
      scadenza del termine (se il contratto di lavoro era a tempo determinato);
      risoluzione consensuale delle parti (entrambe le parti, datore e lavoratore) sono d’accordo sulla cessazione del rapporto);
      licenziamento, per il quale deve essere riconosciuto il preavviso, salvo il caso di giusta causa;
      dimissioni: in questo caso è il lavoratore a dover fornire il preavviso o la corrispondente indennità sostitutiva, salvo che sussista una giusta causa di dimissioni (in quest’ultima ipotesi il datore di lavoro deve corrispondere l’indennità di preavviso al lavoratore); il collaboratore domestico è escluso dall’obbligo d’invio delle dimissioni telematiche;
      morte del lavoratore;
      morte del datore di lavoro: in quest’ipotesi, il rapporto può terminare con il rispetto dei termini di preavviso, ma i componenti della famiglia possono manifestare la volontà di far proseguire il rapporto, col consenso del lavoratore.

  7. Per il licenziare il lavoratore domestico ci vuole il preavviso?Devo inviare la comunicazione del licenziamento al centro per l’impiego?

    1. Il datore di lavoro può recedere liberamente dal rapporto (cosiddetto licenziamento ad nutum), cioè non ha bisogno di spiegare le ragioni per cui licenzia il collaboratore domestico. Su sua richiesta, però, deve fornire una dichiarazione scritta che attesti l’avvenuto licenziamento. La tassa sul licenziamento, o ticket sul licenziamento, non è dovuta.Il datore di lavoro domestico, in caso di licenziamento, è tenuto a riconoscere un periodo di preavviso, che non è dovuto solo nell’ipotesi di recesso per giusta causa. I termini di preavviso cui sono tenute le parti, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro domestico, sono commisurati all’anzianità di servizio maturata presso lo stesso datore di lavoro, come indicato di seguito:
      rapporto di lavoro inferiore a 25 ore settimanali:
      sino a 2 anni di anzianità: 8 giorni di calendario;
      oltre 2 anni di anzianità: 15 giorni di calendario;
      rapporto di lavoro da 25 ore settimanali:
      sino a 5 anni di anzianità: 15 giorni di calendario (7,5 per dimissioni);
      oltre 5 anni di anzianità: 30 giorni di calendario (15 per dimissioni).
      I termini di preavviso sono raddoppiati se il datore di lavoro intima il licenziamento prima del 31o giorno successivo al termine del congedo per maternità. Per mancato o insufficiente preavviso, la parte che recede deve corrispondere un’indennità sostitutiva, pari alla retribuzione corrispondente al periodo di preavviso non concesso. Per i portieri privati, custodi di villa ed altri dipendenti che usufruiscono con la famiglia di un alloggio di proprietà del datore di lavoro, o da lui messo a disposizione, il preavviso è di 30 giorni di calendario sino ad un anno di anzianità, 60 giorni di calendario per anzianità superiore.

    2. La cessazione del rapporto di lavoro deve essere comunicata dal datore, telematicamente, all’Inps, entro 5 giorni dall’evento (scadenza contratto, licenziamento, risoluzione consensuale, dimissioni…). Nessuna comunicazione deve essere inviata al centro per l’impiego, come avviene invece per la generalità dei lavoratori subordinati.

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