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È legale l’aborto in Italia?

10 Febbraio 2020 | Autore:
È legale l’aborto in Italia?

Interruzione volontaria di gravidanza: quando è legale? Cos’è l’aborto terapeutico? Chi decide se la donna è minorenne? Cosa fa il giudice tutelare?

Sebbene la nascita di una nuova vita sia una cosa meravigliosa, a volte questo evento non è così lieto per la donna che deve partorire: può succedere che, a causa di particolari condizioni economiche, sociali oppure di salute, la futura mamma si veda costretta a rinunciare al proprio figlio. Per far fronte a tali situazioni la legge italiana, al ricorrere di determinate condizioni, consente alla donna di abortire. Purtroppo però molte persone, o perché non sanno che in Italia è legale l’aborto, oppure perché hanno vergogna ad esporsi, ricorrono a pratiche di interruzione della gravidanza talmente pericolose da mettere a repentaglio la loro stessa vita.

Con il presente articolo vorrei spiegarti, in modo semplice e chiaro, quando è legale abortire in Italia: ti illustrerò le condizioni che occorre rispettare affinché ci si possa recare presso una struttura ospedaliera per chiedere l’interruzione di gravidanza nel rispetto della legge. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se e quando è legale l’aborto in Italia.

Interruzione di gravidanza: è legale?

Cominciamo subito col dire che l’interruzione di gravidanza è legale in Italia, purché sia praticata al ricorrere delle circostanze indicate dalla legge.

Dunque, la donna che non intende portare avanti la gravidanza può rivolgersi presso una struttura ospedaliera e, dopo aver seguito le procedure del caso, chiedere di abortire. Vediamo a quali condizioni.

Aborto: quando è legale?

In Italia, si può abortire entro i primi novanta giorni dal concepimento, se la donna ritiene che vi siano circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione anche alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito [1].

Dunque, in Italia, l’aborto è legale purché:

  • sia praticato entro i primi novanta giorni dal concepimento;
  • vi siano valide ragioni che inducono la donna a interrompere la gravidanza, ragioni che la legge individua non solo nei problemi di salute (per i quali, peraltro, esiste l’aborto terapeutico, di cui ti parlerò a breve), ma anche nelle ragioni economiche o sociali: nel primo caso, rientrano tutte le ipotesi riconducibili al tenore di vita della futura madre; nel secondo, invece, le circostanze di biasimo sociale che una gravidanza (se mai indesiderata) può comportare.

Aborto: chi decide?

Sebbene la gravidanza coinvolga sia il padre che la madre del nascituro, la legge italiana attribuisce solamente alla donna la scelta di abortire. In altre parole, secondo l’ordinamento giuridico è la donna che decide se tenere il bambino o meno.

L’interruzione volontaria della gravidanza dipende sostanzialmente dalla volontà della donna; la figura del padre è citata pochissime volte e solo come supporto alla madre presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la donna. Pertanto, possiamo dire che, almeno formalmente, è la donna che decide di abortire.

Aborto: chi decide se la donna è minorenne?

Una delle eccezioni a quanto detto sopra è quella riguardante la donna che non abbia ancora compiuto i diciotto anni: la legge dice che se la donna è minorenne, ai fini dell’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o, in assenza, la tutela. In poche parole, quindi, la minorenne non può decidere da sola senza il consenso dei genitori.

Ciò non avviene sempre: esistono infatti circostanze al ricorre delle quali la madre minorenne può decidere di abortire senza dover chiedere il consenso ad alcuno.

Innanzitutto, se la donna ritiene che vi siano fondati motivi per non comunicare il suo stato di gravidanza ai propri genitori (ad esempio, per via del ragionevole timore di subire ripercussioni, anche fisiche), oppure se questi ultimi prendono decisioni contrastanti, il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia cui la donna si è rivolta per l’aborto possono chiedere direttamente al giudice tutelare di decidere in merito all’interruzione di gravidanza.

Ancora, la donna minorenne non necessita del consenso dei genitori qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore, indipendentemente dall’assenso dei genitori e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza.

Aborto terapeutico: cos’è?

La legge consente l’interruzione di gravidanza oltre i novanta giorni dal concepimento solamente nel caso di aborto terapeutico, e cioè:

  • quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

In poche parole, la legge dice che si può abortire quando, entro i primi tre mesi di gravidanza, la donna ritenga di non poter tenere il figlio anche solamente per motivi economici o sociali; successivamente, può ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza nel caso in cui il parto o la gravidanza stessa possano mettere a repentaglio l’incolumità psico-fisica della madre.

L’aborto terapeutico è consentito anche alla donna minorenne: ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, alla minore degli anni diciotto può essere praticata l’interruzione di gravidanza quando vi sia un imminente pericolo di vita per la stessa.


note

[1] Legge n. 194 del 22.05.1978.

Autore immagine: Canva.com


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