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Mantenimento figli: ci si può accordare con l’ex coniuge?

9 Febbraio 2020
Mantenimento figli: ci si può accordare con l’ex coniuge?

Non è reato versare una cifra inferiore rispetto all’assegno di mantenimento fissato dal giudice per i figli se c’è l’atto di transazione tra i coniugi.

Con la sentenza di divorzio, il giudice ha stabilito l’ammontare dell’assegno di mantenimento che avresti dovuto versare per i tuoi figli. A causa finita, però, tra te e la tua ex moglie è tornato il dialogo e poiché lei ha iniziato a lavorare sei riuscito a ottenere uno sconto sull’importo indicato nella sentenza. Questo accordo, però, è rimasto sulla carta. Non avete cioè mai deciso di andare dal giudice a farlo convalidare. Ora, ti chiedi se il passaggio in tribunale sia necessario o meno per dare alla vostra intesa il carattere dell’ufficialità. Vorresti evitare di spendere altri soldi per l’avvocato, ma dall’altro lato non intendi rischiare che lei, ripensandoci, possa denunciarti per l’omesso versamento degli alimenti ai bambini, sostenendo che l’atto di transazione non ha valore legale. In questo caso chi di voi avrebbe ragione? 

Proprio di recente, è stato chiesto alla Cassazione se, con riferimento al mantenimento dei figli, ci si può accordare con l’ex coniuge. Ecco qual è stata la soluzione offerta dai giudici supremi nella sentenza in commento [1].

Accordi di separazione: si possono revocare?

La Corte ha iniziato col ricordare che gli accordi conclusi dai coniugi in sede di separazione possono essere sempre ritrattati al momento del divorzio. In altri termini, se la coppia decide di separarsi con una procedura consensuale, in sede di divorzio è possibile cambiare le condizioni e le concessioni già fatte in precedenza. Il che significa che si darà vita a una procedura di divorzio giudiziale.

Questo perché la natura e le finalità della separazione e del divorzio sono differenti.

Mario e Renata decidono di separarsi consensualmente. Renata, in cambio della proprietà sulla casa, rinuncia al mantenimento. In sede di divorzio, però, Renata pretende gli alimenti che Mario vorrebbe negarle visti i precedenti accordi. Se il tribunale dovesse ritenere che Renata è nelle condizioni per meritare gli alimenti glieli riconoscerà visto che gli accordi presi con la separazione consensuale non sono vincolanti in sede di divorzio. 

Accordi successivi al divorzio: sono validi?

Di norma, ogni accordo rivolto a modificare le decisioni prese dal giudice in sede di divorzio deve passare nuovamente dal tribunale. È solo il giudice infatti a poter modificare o annullare i propri provvedimenti. Questo non toglie, secondo la sentenza della Cassazione qui in commento, che ad eventuali atti transattivi firmati da marito e moglie dopo la sentenza di divorzio non possa riconoscersi valore giuridico.

Detto in termini pratici, se, dopo il divorzio, marito e moglie trovano un accordo sull’assegno di mantenimento diverso rispetto alle decisioni adottate in precedenza dal tribunale nella causa stessa di divorzio, quest’accordo è valido anche se non confluisce in nuova sentenza di revisione dell’assegno di mantenimento.

Risultato: la moglie che riceve una misura inferiore del mantenimento rispetto a quella originariamente decisa dal giudice non può denunciare il marito per violazione degli obblighi di assistenza familiare se è stata lei stessa ad accettare, con un accordo scritto successivo alla sentenza di divorzio, tale diverso importo.

Mario e Renata divorziano. Il giudice riconosce a Renata un assegno divorzile di 300 euro al mese per lei e di 400 per i figli. Dopo un po’, Mario riesce a far firmare a Renata un accordo con cui lei dichiara di accontentarsi di 200 euro per lei e di 300 per i figli. L’accordo è valido anche se non viene intrapresa una nuova procedura di revisione del mantenimento.

La Cassazione ha più volte riconosciuto la liceità delle intese economiche raggiunte dalle parti dopo la presentazione della domanda di divorzio, poiché gli accordi si riferiscono a un divorzio che le parti hanno già deciso di conseguire e non semplicemente prefigurato. Ciò vale a maggior ragione quando la sentenza di divorzio sia già intervenuta e gli accordi tra gli ex coniugi abbiano ad oggetto una modifica delle statuizioni patrimoniali contenute in quella decisione.

Tali intese non possono produrre effetti vincolanti tra le parti solo se contengono clausole chiaramente lesive degli interessi dei beneficiari dell’assegno di mantenimento, ossia i figli che, in quanto incapaci e, quindi, impossibilitati a intervenire nel giudizio, non possono tutelare i propri interessi. Dunque, deve essere il giudice a verificare l’opportunità delle intese contratte tra i genitori. 

In sintesi, l’accordo transattivo tra i coniugi intervenuto dopo il divorzio è vincolante anche prima e indipendentemente dal fatto che il suo contenuto sia stato recepito in un provvedimento dell’autorità giudiziaria.


note

[1] Cass. sent. n. 5236 del 7.02.2020.

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Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 11 dicembre 2019 – 7 febbraio 2020, n. 5236

Presidente Fidelbo – Relatore Aprile

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza sopra indicata la Corte di appello di L’Aquila riformava parzialmente la pronuncia di primo grado, qualificando i fatti ai sensi dell’art. 570 bis c.p., e rideterminando la pena finale, e confermava nel resto la medesima pronuncia del 20/01/2016 con la quale il Tribunale della stessa città aveva condannato T.M.P. per essersi, in (…) dal settembre al dicembre 2013, sottratto agli obblighi di assistenza, facendo mancare i mezzi di sussistenza ai tre figli F. , P. e L. , non versando integralmente l’importo di Euro 1,111,77 al coniuge T.A. , quale assegno di mantenimento stabilito con sentenza di divorzio di quel Tribunale.

Rilevava la Corte territoriale come la colpevolezza dell’imputato fosse stata provata dalle attendibili dichiarazioni rese dalla persona offesa e come fosse irrilevante che gli ex coniugi avessero raggiunto una intesa per ridurre l’importo dell’assegno di mantenimento fissato dall’autorità giudiziaria, in quanto l’accordo non era stato recepito in alcun provvedimento giudiziale.

2. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso il T. , con atto sottoscritto dal suo difensore, il quale ha dedotto i seguenti due motivi.

2.1. Violazione di legge, in relazione all’art. 43 c.p., e mancanza di motivazione, per avere la Corte di appello erroneamente confermato la decisione di condanna di primo grado, senza tenere conto che nel marzo del 2012 tra gli ex coniugi era stata sottoscritta una intesa con la quale l’assegno di mantenimento fissato dal giudice civile veniva consensualmente ridotto a 800 Euro, in ragione delle precarie condizioni lavorative del prevenuto: il quale, pertanto, aveva adempiuto a quell’accordo, pur non essendo stato lo stesso trasfuso in un nuovo provvedimento giudiziale, con la consapevolezza di non avere così violato alcun obbligo di legge.

2.2. Violazione di legge, in relazione all’art. 570 bis c.p., e vizio di motivazione, per mancanza e contraddittorietà, per avere la Corte territoriale ingiustificatamente qualificato i fatti accertati ai sensi del nuovo art. 570 bis c.p., senza avere, inoltre, verificato se l’imputato avesse la capacità economica per fornire i mezzi di sussistenza, se le persone offese versassero in stato di bisogno e se, in ragione della condotta tenuta, dal prevenuto, fossero effettivamente venuto a mancare ai beneficiari quei mezzi.

Considerato in diritto

1. Ritiene la Corte che il ricorso vada accolto, in quanto è fondato il primo motivo dell’impugnazione, con effetti assorbenti dell’esame delle ulteriori doglianze difensive.

Nel valutare una fattispecie analoga a quella oggetto del presente procedimento, questa

Corte ha già avuto modo di affermare che, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non sono configurabili i reati di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, e art. 570 c.p., qualora gli ex coniugi si siano attenuti ad accordi transattivi conclusi in sede stragiudiziale pur quando questi non siano trasfusi nella sentenza di divorzio che nulla abbia statuito in ordine alle obbligazioni patrimoniali (Sez. 6, n. 36392 del 04/06/2019, L., Rv. 276833).

Se è pacifico che le intese patrimoniali che siano state eventualmente raggiunte dalle parti in sede di separazione non incidono sulla determinazione dell’assegno di divorzio ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate e diversificate situazioni, presupponendo l’assegno divorzile lo scioglimento del matrimonio (così, tra le altre, Cass. Civ., Sez. 1, n. 25010 del 30/11/2007, Rv. 600620), è anche vero che nella giurisprudenza civile di legittimità si è riconosciuta la liceità delle intese economiche raggiunte dalle parti dopo la presentazione della domanda di divorzio, poiché gli accordi si riferiscono ad un divorzio che le parti hanno già deciso di conseguire e non semplicemente prefigurato (Cass. civ., Sez. 1, n. 5244 del 11/06/1997, Rv. 505124): con la conseguenza che tale parametro esegetico debba valere, a maggior ragione, quando la sentenza di divorzio sia già intervenuta e gli accordi tra gli ex coniugi abbiano ad oggetto una modifica delle statuizioni patrimoniali contenute in quella decisione.

È ragionevole, infatti, stimare che queste intese non possano produrre effetti vincolanti tra le parti solo laddove dovessero contenere clausole chiaramente lesive degli interessi dei beneficiari dell’assegno di mantenimento oppure condizioni contrarie all’ordine pubblico: in mancanza di tali circostanze, non si vede perché un accordo transattivo non possa produrre effetti obbligatori per le parti, anche prima e indipendentemente dal fatto che il suo contenuto sia stato recepito in un provvedimento dell’autorità giudiziaria. In questo senso si è espressa anche la Cassazione civile, per la quale l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio, ha natura negoziale e produce effetti senza necessità di essere sottoposto al giudice per l’omologazione (Cass. civ., Sez. 3, n. 24621 del 03/12/2015, Rv. 637914).

Dalla lettura della motivazione del provvedimento gravato si evince che, nei mesi in contestazione, l’imputato effettuò il versamento di 770 Euro mensili, cioè di un importo sostanzialmente quasi pari a quello di 800 Euro che, nel marzo del 2012, le parti avevano concordato con atto stragiudiziale dover costituire la somma che mensilmente l’uomo avrebbe dovuto versare alla ex moglie a titolo di assegno di mantenimento divorzile. Alla luce dell’indicato criterio interpretativo deve considerare ininfluente, ai fini della valutazione da compiere in sede penale, la circostanza che quell’accordo transattivo non fosse stato poi omologato dal tribunale in quanto l’imputato non era comparso all’udienza di comparizione fissata dal giudice civile.

Va, dunque, affermato il principio di diritto secondo il quale “non è configurabile il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio di cui all’art. 570 bis c.p., qualora l’agente si sia attenuto agli impegni assunti con l’ex coniuge per mezzo di un accordo transattivo, non omologato dall’autorità giudiziaria, modificativo delle statuizioni sui rapporti patrimoniali contenute in un precedente provvedimento giudiziario”.

Applicando tale principio al caso di specie, va rilevato che, laddove fosse risultato versato integralmente l’assegno di mantenimento nella misura concordata dalle parti, sarebbe venuto meno uno degli elementi costitutivi oggettivi del reato; essendo stato versato, invece, un importo quasi pari a quello stabilito negozialmente, dunque potendo ragionevolmente ritenere che sia difettato il dolo richiesto dalla norma incriminatrice, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.

 


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