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Se non guardo la tv perché devo pagare il Canone Rai?

9 Febbraio 2020
Se non guardo la tv perché devo pagare il Canone Rai?

Chi usa la televisione per vedere Netflix, YouTube o la Pay-tv deve versare l’abbonamento?

Un lettore ci ha scritto: se non guardo la tv, perché devo pagare il Canone Rai? La questione merita un definitivo chiarimento visto che sono in molti a cadere ancora nell’equivoco. Equivoco – ben inteso – causato proprio dallo Stato che ha voluto dare un nome ambiguo a un prelievo fiscale applicato a tutte le famiglie in possesso di una televisione. 

Per comprendere perché bisogna pagare il Canone Rai anche se non si guarda la televisione è necessario fare un passo indietro e riportarsi ai tempi in cui fu adottata la disciplina di questa famigerata imposta. Si tratta del Regio Decreto n. 246 del 21 febbraio 1938. Sì, hai letto bene: sono passati più di 80 anni da quando esiste l’abbonamento tv e ancora nessuno lo ha abolito o riformato. Salvo l’ultimo intervento, voluto dal Governo Renzi, che oltre ad abbassare l’importo ne ha previsto la riscossione mediante addebito sulla bolletta della luce, l’imposta ha mantenuto la sua struttura iniziale. 

Andando a leggere tutta la normativa, scopriamo che, in nessun articolo, c’è mai scritto Canone Rai. All’articolo 1, si parla piuttosto di canone di abbonamento. Abbonamento a cosa? Alla televisione, evidentemente. Questa dizione era comprensibile all’epoca del Regio Decreto, in cui esisteva una sola rete, quella pubblica, che quindi forniva il proprio servizio dietro un compenso, il cosiddetto “abbonamento tv”. Oggi, però, come sappiamo, le cose vanno diversamente: si sono affacciate numerose reti private che non partecipano ai proventi che lo Stato riscuote da tale abbonamento. In più, la televisione può essere adattata anche solo alla ricezione di pay-tv o internet (YouTube, Netflix, ecc.).

Forse, però, già nel 1938, il legislatore ci aveva visto lungo e, per evitare scuse di qualsiasi tipo (ad esempio: «ho la televisione, ma la lascio spenta tutto il giorno»), ha collegato il presupposto dell’imposta non alla visione dei canali, ma al possesso di «uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni». Tradotto in linguaggio moderno, significa che chiunque abbia in casa una televisione deve pagare l’abbonamento tv. 

In buona sostanza, quindi, il Canone Rai non è un canone dovuto alla Rai, né allo Stato che lo versa alla Rai, ma un’imposta dovuta all’Erario al pari dell’Imu, dell’imposta sui rifiuti che sono ricollegati alla proprietà di un immobile o del bollo auto collegato a un veicolo a motore. 

Nessuno potrebbe mai giustificare il mancato versamento dell’Imu per il fatto che non vive mai all’interno dell’appartamento. Né si può evitare il bollo auto dicendo che la macchina è rimasta dentro il garage. Allo stesso modo, bisogna pagare il Canone Rai anche se non ci si collega con la Rai o se non si guarda la tv o la si utilizza solo come strumento per giocare alla PlayStation o per vedere YouTube. 

Non è, quindi, il tipo di utilizzo della televisione a determinare l’obbligo impositivo, ma il semplice possesso della stessa. 

Per fortuna, il Canone Rai si paga una sola volta per famiglia, a prescindere dal numero di apparecchi televisivi di cui si dispone. Pertanto, se in un appartamento ci sono tre tv o se la stessa persona è proprietaria di due immobili e in ciascuno di questi ha una televisione, subirà un solo prelievo, quello sulla bolletta della luce dell’abitazione di residenza. Difatti, all’atto della sottoscrizione di un’utenza elettrica, la società fornitrice chiede al contribuente se si tratta dell’abitazione principale – quella cioè di residenza – o meno. Solo nel primo caso, le bollette da gennaio a ottobre vengono maggiorate con le rate del Canone Rai. Invece, se l’immobile viene dichiarato come «seconda casa» l’addebito non viene effettuato. 

Potrebbe succedere che marito e moglie siano entrambi proprietari di una casa e abbiano sottoscritto un autonomo contratto della luce. Se i coniugi hanno la stessa residenza il canone è dovuto una sola volta (sull’abitazione principale). Per cui, se per la seconda casa la moglie ha sottoscritto un contratto dell’energia elettrica, non è tenuta a pagare l’abbonamento tv. Per evitare il doppio balzello sulla bolletta, uno degli intestatari della luce (è indifferente chi sia, per cui le parti possono mettersi d’accordo tra loro) dovrà inviare l’autocertificazione all’Agenzia delle Entrate, compilando il Quadro B del modello di dichiarazione sostitutiva.

Quindi, riassumendo, nell’ambito della stessa famiglia anagrafica, i soggetti conviventi pagano una sola volta il Canone Rai, anche se sono proprietari di più immobili, se per ognuno di questi vi è un autonomo contratto della luce e se sono presenti più apparecchi televisivi.

Diverso è il caso se i coniugi hanno residenza diversa, per cui la seconda casa è, in realtà, la «prima casa» per l’intestatario, in tal caso, sono dovuti due autonomi pagamenti del Canone Rai: uno per ciascun coniuge.



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1 Commento

  1. Aggiungo che, in caso si utilizzi “la TV solo per giocare alla playstation o guardare YouTube” (aggiungo: Netflix, Amazon Prime, etc.), per non pagare il canone la TV va sostituita con un monitor da computer sprovvisto di sintonizzatore televisivo (che comunque non viene utilizzato).

    Per non pagare il canone, la procedura attuale consiste nell’effettuare, entro il 31 gennaio di *ogni* anno, una dichiarazione online sul sito dell’Agenzia delle Entrate dove si dichiara di non possedere apparecchi televisivi.

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